martedì 20 febbraio 2018

La volgarità al potere

 
 
José Ortega y Gasset, La ribellione delle masse (1930)
 
Questo è ciò che ... indicavamo come caratteristica della nostra epoca: non già che l’uomo volgare creda d’essere eccellente e non volgare, ma è ch’egli stesso proclami e imponga il diritto della volgarità, o la volgarità come un diritto.  Il dominio che sulla vita pubblica esercita oggi la volgarità intellettuale, è forse il fattore più nuovo dell’odierna situazione, il meno assimilabile a qualunque altro aspetto del passato.
Per lo meno nella storia europea fino all’età presente, mai il volgo aveva creduto di possedere «idee» sopra le cose. Aveva credenze, tradizioni, esperienze, proverbi, abiti mentali; ma non s’immaginava di possedere opinioni teoriche su quello che le cose sono o debbono essere - per esempio, sulla politica o sulla letteratura. Gli pareva bene o male quello che il politico proponeva e faceva; dava o negava la sua adesione, ma il suo atteggiamento si limitava a ribattere, positivamente o negativamente, l’azione creatrice di molti altri. Mai gli capitò di contrapporre alle «idee» del politico le proprie; e tanto meno giudicare le «idee» del politico dal tribunale di altre «idee» che credeva di possedere.
Lo stesso in arte e negli altri ordini della vita pubblica. Una innata coscienza dei propri limiti, di non essere cioè qualificato a teorizzare, glielo vietava completamente. La conseguenza automatica di ciò era che il «volgo» non pensava, neanche lontanamente, di decidere in quasi nessuna delle attività pubbliche che per la maggior parte sono d’indole teorica. Oggi, invece, l’uomo ha le sue «idee» più tassative su quanto avviene e deve avvenire nell’universo. Per questo ha perduto l’uso dell’udito. Perché stare ad ascoltare se già possiede dentro di sé ciò che occorre? Ormai non è più questione d’ascoltare, ma, anzi, di giudicare, di sentenziare, di decidere. Non c’è questione della vita, pubblica dove non intervenga, cieco e sordo com’è, imponendo le sue «opinioni».
 

domenica 18 febbraio 2018

Amore senza memoria




Oggi è il compleanno di Fabio Chiusi. Questa poesia racchiude tra le altre cose un messaggio che potrebbe essere il seguente. Un amore finito non è sempre qualcosa che passa e va. O che muta nel ricordo. Può invece essere qualcosa che resta e che noi vorremmo a ogni costo mantenere al riparo dalle offese del tempo.

Fabio Chiusi, Era la guerra (Interno poesia, 2017)

Finché ho sperato, ho scritto: per innamorarmi
del ricordo, sostituirlo al corpo.
Quando ha ceduto, allora non ho potuto più scrivere
sarebbe stato come consegnarti a un’eternità
che giorno dopo giorno ti negava,
e consegnarti alla bugia e alla menzogna,
al male estremo, al non redento.
Ora sono capace di dimenticarti,
abbandonare le menzogne sul tuo male,
calamite attratte da opposti; tu nella purezza,
io sopraffatto dallo sforzo di impedire che la storia,
per qualche osceno motivo, ti ricordi
ti celebri, e cambi.

venerdì 16 febbraio 2018

Casa di bambola, un dramma


Jeanne Perego, Diritti e drammi delle donne. Il dramma di Ibsen senza tempo, La Nuova Ferrara, 15 febbraio 2018

... Ibsen, norvegese, scrisse Casa di bambola nel 1879 durante un soggiorno in Costiera amalfitana. L’intento era quello di puntare il dito contro i tradizionali ruoli maschili e femminili nell’ambito del matrimonio nel XIX secolo: «Ci sono due tipi di leggi morali, due tipi di coscienze, una in un uomo e un’altra completamente differente in una donna – scrisse il drammaturgo in una nota preliminare al dramma –, l’una non può comprendere l’altra; ma nelle questioni pratiche della vita, la donna è giudicata dalle leggi degli uomini, come se non fosse una donna, ma un uomo». Tale presupposto a lungo ha fatto leggere il testo in chiave femminista, come un inno alla liberazione dal patriarcato, anche se c’è chi ha sostenuto che l’intenzione ibseniana fosse quella di richiamare l’attenzione non solo sui diritti femminili ma, in generale, sui “diritti civili”.

La lettura fatta dalla regia dello spettacolo, che proviene come tutti i dvd della serie dalle preziosissime Teche della Rai, rispetta la chiave di lettura femminista, quella che solleva il velo sulla vita in gabbie dorate di tantissime donne del XIX secolo. Situazioni in cui erano vezzeggiate, coccolate proprio come le bambole del titolo della pièce, ma in realtà poco amate. Ma anche, finalmente, capaci di prendere la porta di casa e chiudersela alle spalle come fa Nora, la protagonista.

La trama è semplice, quasi una non trama, così come minimali sono i protagonisti. Per dirla come James Joyce: «L’opera drammatica di Ibsen non polarizza l’attenzione sull’azione o sugli avvenimenti. Persino i personaggi, per quanto perfetti, non sono l’essenza delle sue opere. Quello che per lui conta è il nudo dramma». Nora si presenta come una donna/bambina capricciosa che gioca con la vita e che viene trattata dal marito Torvald come l’uccellino che si tiene in gabbia per contemplarne la bellezza e ascoltarne il canto. Il cambiamento per lei arriva quando capisce che Torvald non è l’adorabile persona che ha sempre creduto, che il suo ruolo nel matrimonio è sempre stato quello del giocattolino. Nora è ricattata da Krogstad per il prestito illecito che era stata costretta a contrarre per salvare la vita di suo marito. Quando questi scopre il fatto, viene travolto dall’angoscia di perdere la propria reputazione. In preda a tale disperata idea, dichiara a Nora che la ritiene una persona indegna per la crescita dei loro figli e che l’allontanerà di casa. Non c’è traccia di comprensione per l’amore che l’aveva spinta a quell’atto illegale.

Grazie all’intervento di un’amica di Nora, il ricatto vien meno. Torvald, accoglie la notizia esclamando «sono salvo!», e subito perdona la moglie. Ma lei non può tornare a essere quella di prima. la magia della vita da bambola fragile e delicata è svanita. Con grande sofferenza prende la decisione di chiudersi la porta di casa alle spalle abbandonando il marito e il passato alla ricerca della propria identità di creatura umana e per – come dice a Torvald – «...ragionare col mio cervello». 


https://palomarblog.wordpress.com/2017/12/14/ho-atteso-invano-il-prodigio/

martedì 13 febbraio 2018

Giuseppe Galasso storico di ampie vedute


 


Giuseppe Galasso 

Storico e uomo politico, nato a Napoli il 19 novembre 1929, morto a Pozzuoli il 12 febbraio 2018. Dopo gli studi universitari è stato allievo dell'Istituto italiano per gli studi storici fondato da B. Croce e diretto da F. Chabod. Professore universitario dal 1966, insegna Storia medioevale e moderna nella facoltà di Lettere dell'università di Napoli. Esponente del Partito repubblicano italiano, è consigliere del comune di Napoli dal 1970 e deputato dal 1983. Sottosegretario al ministero per i Beni culturali e ambientali, ha promosso il varo di una legge per la tutela del paesaggio e dell'ambiente, nota come ''legge Galasso''.
Collaboratore di periodici e quotidiani (Nord e Sud, La Stampa, Il Corriere della Sera, Il Mattino) ha diretto le riviste Prospettive Settanta e L'Acropoli. Cura la riedizione delle opere di Croce presso l'editore Adelphi e dirige una Storia d'Italia in numerosi volumi pubblicata dalla Utet. Un posto centrale nella sua produzione scientifica ha la storia del Mezzogiorno e delle sue componenti economico-sociali e istituzionali dal Medioevo ai nostri giorni. Ma le sue ricerche hanno toccato molti altri campi, dalla storiografia alla storia del Risorgimento, e il suo lavoro storico si caratterizza non solo per la grande apertura tematica, ma per la capacità d'innestare sul tessuto etico-politico di matrice crociana numerosi diversi apporti: dalla storia sociale a quella istituzionale, dalla metodologia storica all'antropologia.

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Andrea Giardina della Scuola Normale Superiore di Pisa, spiega qual è l’aspetto più importante della lezione di Galasso: «È lo storico — dice — che più di ogni altro in Italia e in Europa è in grado di conoscere, dominare e ripensare l’intera Storia. Il suo sguardo generale su tutti i periodi e le epoche è un modello non riproducibile perché legato alla straordinarietà dell’individuo Galasso. Tuttavia questa peculiarità gli consente un’estrema libertà di pensiero che diventa libertà civile. Galasso ha, inoltre, una conoscenza totale della storia della storiografia, aspetto che rafforza l’unicità del suo modello». Che, se non è riproducibile del tutto, indica certamente una strada, un metodo. Qual è? «Direi che consiste nella necessità di scardinare, pur sempre nel rigore dell’erudizione, i confini della periodizzazione storica, andando oltre gli specialismi — che per uno storico devono essere scontati — con la curiosità e la passione di guardare altrove. È uno storico “totale”».
E la «capacità di guardare l’altro» è anche una delle caratteristiche del metodo Galasso messe in evidenza dal tedesco Martin Baumeister: «La storiografia del maestro napoletano non è una penisola, ma un continente da esplorare all’interno del quale egli ha sempre cercato di capire l’altro: l’altra città, l’altro luogo, fino alla creazione di uno spazio europeo. I territori contano. Napoli non è un posto qualunque ma l’incarnazione del Mediterraneo del Sud e del suo protagonismo storico. E oggi può vantare una speciale “resilienza” di fronte alla globalizzazione. La riflessione sulla storiografia è un’altra caratteristica degli studi di Galasso: guardando all’opera degli altri, quella propria guadagna un respiro e un’ampiezza maggiori. Egli si oppone con tutte le sue forze alla frammentazione del sapere, a favore dell’unità storica e del pensiero metastorico. L’approccio empirico ha sempre alle spalle una forte carica filosofica. La sua è un’interrogazione critica ai fatti. E leggo anche una vena di scetticismo riguardo alla internazionalizzazione crescente della storiografia. Mi dispiace, infine, cogliere questa occasione per dire che in Italia non vedo la volontà politica di sostenere lo sviluppo delle discipline umanistiche incarnate nel magistero di Giuseppe Galasso».
Arriva dalla Spagna José Enrique Ruiz Domènec e si sofferma sullo scrittore. «In Storiografia e storici europei del Novecento, oltre che un’affinità elettiva tra i protagonisti scelti, nell’indagine di Galasso c’è un andamento geometrico con una struttura a tre: ogni studioso analizzato ha una genealogia che risale di tre gradi. Qui, il meno freudiano degli storici compie un atto freudiano, quando in una nota dice di aver perso un libro che cercava. Così introduce il personaggio-Galasso intento al suo lavoro. E lo fa anche una seconda volta quando entra in dibattito con Jacques Le Goff». La chiosa del «festeggiato» è crociana. «Mi sento come Giolitti — dice — che, nel 1928, scrisse a Croce il quale gli aveva inviato un suo libro. Lo ringraziò e, per amor di precisione, disse: “Ho letto questo testo e ho scoperto di aver fatto tante di quelle cose che non sapevo d’aver fatto”. Era un vezzo scherzoso e stasera glielo rubo».

http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/arte_e_cultura/17_novembre_21/gli-88-anni-giuseppe-galasso-omaggio-europeo-storico-totale-801c5d6c-ce91-11e7-b7b9-310d5dab7f0b.shtml

sabato 10 febbraio 2018

Alla ricerca del fascismo perduto



Ernesto Galli dalla Loggia, Il vuoto socio-culturale e l'illegalità da arginare, Corriere della sera, 10 febbraio 2018
 
... In Italia non esiste alcun pericolo fascista. Non c’è alcuna «marea nera» che sale. Sicuramente nelle prossime Camere non ci sarà neanche un parlamentare fascista. Ci sarà una pattuglia di reazionari autoritari, questo sì, e forse qualcuno che in cuor suo nutrirà pure simpatie fasciste, ma di certo si vergognerà perfino di dirlo.
Non c’è alcun pericolo fascista, dunque, nel nostro Paese. Il problema è un altro, e proprio per questo l’azione repressiva della legge, pur necessaria in misura maggiore di quanto si sia fatto finora, è solo una parte della soluzione. Il problema è quello di un crescente vuoto socio-culturale e politico che insieme alla disoccupazione e al degrado urbano sta corrodendo e avvelenando pezzi significativi di tessuto popolare e non solo. Come molti segnali lasciano prevedere tale vuoto può essere riempito dai gas esplosivi prodotti dal malcontento frutto dell’immigrazione, e dar luogo in prospettiva alle esplosioni più pericolose. Ma di questo problema che ha il suo centro nelle periferie urbane nessun partito sembra occuparsi o preoccuparsi, la politica su tutto ciò sembra non aver nulla da dire. Dal momento che, è vero, organizzare un corteo antifascista è molto meno impegnativo e consente certamente una dose di retorica in più.

https://palomarblog.wordpress.com/2018/02/09/il-paese-surreale/

mercoledì 7 febbraio 2018

Il muro di Berlino, passato remoto ormai





Per la prima volta, possiamo dire che il lasso di tempo trascorso da quando il Muro di Berlino è stato abbattuto a oggi è più lungo del lasso di tempo in cui il Muro di Berlino è stato in piedi. Infatti il muro che ha diviso la capitale tedesca è durato la bellezza di 10.316 giorni: però oggi, martedì 6 febbraio, sono esattamente 10.317 giorni da quando è stato buttato giù.
Il Muro infatti è stato costruito a partire dal 13 agosto del 1961 ed è stato abbattuto, come in molti ricorderanno, l’11 novembre del 1989: sono passati 28 anni (il calcolo dei giorni, se volete, potete verificarlo su questo sito: attenzione però a cliccare sull’opzione “include end date in calculation”, altrimenti i giorni diventano 10.315). Sono passati 28 anni anche da quando è stato abbattuto, e più precisamente 10.317 giorni da quel fatidico 11 novembre a oggi (se avete dubbi, ancora, potete verificarlo).

L’idea che il Muro di Berlino, un simbolo dell’Europa divisa ma anche dei regimi totalitari che ancora esistevano ai tempi della Guerra fredda, sia stato in piedi per lo stesso numero di giorni che sono trascorsi dalla sua caduta ha fatto riflettere un po’ di persone. La coincidenza è stata notata da più parti, a partire da un accademico su Twitter. La Cnbc ha dedicato sul suo sito una retrospettiva alla storia del Muro, raccontando tra l’altro che «almeno 140 persone sono morte nel tentativo di superarlo».
Di queste, stando al Memoriale del muro, 110 erano tedeschi dell’Est uccisi dalle guardie della Ddr mentre cercavano di scappare, o vittime di un incidente durante la fuga; una trentina erano tedeschi dell’Est uccisi per errore mentre si trovavano nei pressi del Muro, anche se in realtà non stavano scappando; nella conta dei morti figurano inoltre otto guardie e soldati della Ddr uccisi mentre erano in servizio nei pressi del Muro. L’ultima persona uccisa mentre tentava la fuga oltre al Muro si chiamava Chris Gueffroy, uno studente di 31 anni: una guardia gli sparò il 5 febbraio del 1989, appena 9 mesi prima della caduta del Muro.

http://www.rivistastudio.com/cose-che-succedono/muro-berlino-storia/
http://www.tagesspiegel.de/berlin/zirkeltag-nach-dem-mauerfall-was-berlins-schueler-ueber-ost-und-west-lernen/20924250.html

martedì 6 febbraio 2018

Una Gioconda, un brand globale




Clara Mazzoleni
 
... Sylvia Plath e Frida incarnano lo stesso stereotipo dell’artista tormentata, ambiziosa, tenace, sessualizzata. («Out of the ash I rise with my red hair / And I eat men like air», Plath in Lady Lazarus). Entrambe ispirano illustrazioni a tema floreale e imitazioni della capigliatura. Entrambe hanno amato uomini di merda: il poeta Ted Huges (almeno lui era un bell’uomo) è famoso per averne fatte suicidare ben due (la seconda è stata l’amante con cui ha tradito Sylvia per anni, Assia Wevill). Ma forse era soltanto uno a cui piacevano le donne fragili. Anche Huges era decisamente più famoso di Plath quando si conobbero. È morto nel 1998 e oggi, rispetto alla moglie, non è nessuno.
A differenza di Frida, Plath era frivola: a parte rari momenti di empatia, come quello coi Rosenberg, l’attualità e la politica non la appassionavano più di tanto. Si vestiva in modo abbastanza sobrio: uno stile difficilmente riproducibile. La riconoscibilità dello stile di Frida invece l’ha trasformata in una maschera carnevalesca. Se per travestirsi da Picasso basta una maglietta a righe e una testa calva e per fare Anna Wintour ci vogliono occhiali da sole firmati e caschetto liscio (basta togliere la frangia e si può riciclare per Joan Didion), per impersonare Frida servono gli attributi che sappiamo (anche un cane può riuscire a somigliarle). Non occorre certo rileggere L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica per capire cos’è successo: la sua immagine si è spogliata della sua sacralità, è diventata una Gioconda, un brand globale.
 L’influenza sulla moda, i bar a tema, le emoticon ispirate ai 55 autoritratti realizzati durante la sua vita, l’appropriazione da parte di quello pseudo-femminismo pop che l’ha trasformata in una pin-up variopinta, i tatuaggi, le decine e decine di documentari su di lei, le centinaia di articoli. Basta. Avrei potuto renderle giustizia e parlare della sua pittura, ma non voglio rubare spazio al modo più sano per pensare a lei: la mostra. Con le cuffie nelle orecchie per non sentire la canzone di Brunori SAS, sarebbe bello provare a guardare veramente i suoi quadri (o le sue illustrazioni): per una volta lasciare che Frida Kahlo si racconti da sola.

http://www.rivistastudio.com/standard/frida-khalo-mudec/