martedì 3 aprile 2018

L'arroccamento

 
Fabio Bordignon, Pd: se stare "fuori" non basta, Il mattino di Padova, 1 aprile 2018

C’è un dato che colpisce, in queste prime, convulse settimane della nuova legislatura: la totale assenza del Partito democratico. Colpisce perché a ritrovarsi improvvisamente ai margini – anzi, tagliato fuori dalla frenetiche trattative tra leader e compagini parlamentari - è quello che è stato un attore centrale, per alcune fasi addirittura l’unico attore rilevante sulla scena politica, onnipresente con i suoi uomini e il suo capo.
All’inizio era la logica della responsabilità: la responsabilità del primo partito di opposizione, durante la crisi del 2011. Poi, all’indomani delle Politiche 2013, la responsabilità di chi era arrivato primo, senza vincere. Così, all’interno di una coalizione sempre meno “grande”, il Pd è diventato, a tutti gli effetti, il partito di governo. Di più: il partito delle istituzioni, il partito del sistema. Questo cambio di immagine è ancora più esplicito se si considera la traiettoria complessiva del renzismo. Il leader fiorentino è colui che arriva da Fuori! – con il punto esclamativo, nella copertina del libro pubblicato nel 2011. È l’insurgent che indica la porta alle vecchie oligarchie: il Fuori! del rottamatore equivale al tutti a casa grillino. In questo senso, Renzi è in perfetta sintonia con lo spirito del tempo: persino le sue mosse più spregiudicate e “cattive” sono premiate dall’elettorato. Tuttavia, proprio l’ingresso nel palazzo è il peccato originale che segna il percorso successivo. Nel quale la spinta al rinnovamento e l’apertura alla società si trasformano in progressivo arroccamento nelle stanze del potere. Diventano, agli occhi di molti elettori, bulimia di potere, volontà di occupare ogni spazio di visibilità e influenza.
Il risultato del 4 marzo fotografa, nella sua composizione territoriale, sociale, degli orientamenti, questa metamorfosi. Il Pd è un partito lontano dalle periferie - geografiche e sociali - incapace di intercettare un malessere che non ha solo un volto di tipo economico, ma anche radici di matrice culturale: si pensi alle paure legate all’immigrazione. Più in generale, è il partito di coloro che hanno maggiore fiducia nei confronti delle istituzioni, nazionali ed europee. In sintesi, rappresenta tutto ciò che va contro lo spirito del tempo.
Alla luce di questo percorso, appare persino scontato che il Pd, in questa fase, scelga di tenersi lontano - il più possibile - dal gran ballo delle alleanze parlamentari. Provi a resistere alla tentazione di partecipare alla spartizione di posizioni e incarichi. Respinga gli appelli alla responsabilità. E decida di rimanere, dopo tanto tempo, veramente fuori: da tutto. Rischia così l’irrilevanza? Sicuramente sì. Ma potrebbe essere l’unica chance di sopravvivenza.
Stare fuori, aspettando gli errori degli avversari, però, non basta. Per provare a ripartire, serve una nuova visione: una “idea” di Paese. E serve una leadership. Le due cose vanno insieme, e insieme sembrano del tutto assenti. La vecchia leadership, all’opposto, sembra fare da “tappo” rispetto a qualsiasi ipotesi di rilancio. Difficile dire se e quale ruolo avranno, in futuro, il renzismo e i renziani: i veri sconfitti del #4marzo. Difficile però, al contempo, prevedere se l’opposizione interna riuscirà a prendere in mano un partito che, ad oggi, rimane ampiamente personalizzato (per non dire militarizzato).
Entrambe le parti, tuttavia, hanno un interesse comune: ripartire dal Pd. O meglio, da quel che rimane della forma-partito immaginata nel 2007. E che ne ha garantito le (alterne) fortune, in alcune brevi stagioni. Ripartire dalla base, ristretta ma comunque ampia. Una comunità che in passato ha sempre risposto all’appello, quando è stata coinvolta. Ecco allora la parola d’ordine: ri-attivare e in parte ripensare i meccanismi di coinvolgimento, continuo, e di confronto, aperto. Tornare a frequentare i luoghi di vita delle persone: sul territorio e in rete. Ma senza rete di protezione: per nessuno. Ripartire dal basso, prima di sprofondare.

domenica 1 aprile 2018

Il maoismo digitale




David Allegranti, Così si può battere il "maoismo digitale" del M5s. La ricetta di Giuliano da Empoli, Il Foglio, 17 maggio 2017


Roma. Tra i milioni di voti del M5s, ci sono elettori delusi da riconquistare, populisti riluttanti – come il fondamentalista del libro di Moshin Hamid – da recuperare. Elettori che pure hanno le loro ragioni, finiti nelle maglie di un movimento “tecnicamente totalitario”, scrive Giuliano da Empoli nel suo nuovo libro sul grillismo, un pamphlet, in libreria da domani con il titolo “La rabbia e l’algoritmo” (Marsilio, 92 pagine, 12 euro). Ed è totalitario per vocazione, “nel senso che ambisce a rappresentare non una parte, ma la totalità del ‘popolo’”. Lo scrittore, creatore del think tank Volta, suggerisce una strategia teorica per fronteggiare il partito di Grillo, nato in un paese, l’Italia, che “è la Silicon Valley del populismo globale”.

Finora, ci sono stati tre tentativi di risposta al grillismo. “La tentazione giacobina”; “la tentazione elitaria”; “la tentazione dorotea”. La prima consiste nell’inseguire i grillini sul loro terreno, diventando più populisti, più antipolitici e più giacobini di loro, adottando un frame che quindi darà solo vantaggi agli inseguiti e non agli inseguitori. La seconda consiste nell’attribuire il successo del M5s all’ignoranza e alla manipolazione, come se il Movimento prendesse milioni di voti per qualche centinaio di troll su Twitter e Facebook. La terza consiste “nell’asserragliarsi nel bunker del sistema, in un grande revival nostalgico della Prima Repubblica”. Le tre tentazioni, portate alle estreme conseguenze, dice da Empoli, sono destinate a fallire. Così come è destinata a fallire la sola opera di denuncia costante delle contraddizioni, degli abusi e delle violazioni dei principi democratici del M5s. All’origine del successo del populismo grillino c’è una formidabile capacità di attrazione della rabbia che un tempo, come ha rilevato il filosofo Peter Sloterdijk, era propria dei partiti di sinistra, che “sono stati per tutto il Novecento i collettori privilegiati della rabbia popolare”. Recentemente, il Pd aveva recuperato quella capacità, dice da Empoli. “Nei suoi momenti migliori – le primarie del 2012 e poi soprattutto i primi mesi del governo Renzi e le elezioni europee del 2014 – il Pd ha saputo intercettare la rabbia degli scontenti, che è all’origine del successo di Grillo e degli altri trumpisti”. Renzi ha adottato, fin dall’inizio, “alcuni atteggiamenti tipici dello stile populista”, restando però “l’unico leader moderato a essere riuscito – almeno per una fase – a intercettare l’energia della rabbia popolare per portarla nella direzione di un programma di riforme e di apertura… Certo, col passare del tempo la capacità del governo Renzi di dare uno sbocco politico alla rabbia è andata riducendosi, fino alla pesante sconfitta del referendum”.

Resta dunque tuttora intatto problema di come superare il “maoismo digitale”, come definisce da Empoli l’ideologia grillina riprendendo le idee del tecnologo Jaron Lanier. La prima operazione che le élite devono compiere è “prendere sul serio il populismo”, il che “non significa prendere sul serio i leader populisti, che sono quasi tutti pagliacci. Vuol dire prendere sul serio gli elettori populisti e le ragioni della loro rabbia”. Quegli elettori sono il soggetto ideale dell’egemonia grillina; non il militante convinto che ripete a pappagallo le teorie di Casaleggio, ma “il cittadino X che non crede più a nulla, perché tutti mentono e non ci si può fidare di nessuno”. E per quanto demenziali siano le ricette che propongono, “l’intuizione dei nuovi populisti non è priva di senso”. Fino a quando “i fautori dell’apertura non riusciranno a dimostrare che i diritti del singolo, anziché essere più compressi com’è accaduto negli ultimi anni, possono svilupparsi anche in un contesto aperto, sarà difficile riconciliare una quota crescente dell’opinione pubblica con qualsiasi tipo di integrazione sovranazionale”. Nessun progetto politico può prescindere oggi “dall’esigenza di restituire ai cittadini un certo grado di controllo sulla direzione della loro vita”. I populisti hanno reso esplicite domande e dubbi su alcuni processi che le élite giudicavano ineluttabili e che invece Brexit e vittoria di Trump hanno reso possibili: l’integrazione europea, la globalizzazione. Ma “se vogliono riconquistare il rispetto delle persone, le élite devono smetterla di produrre sempre e solo incertezza e tornare a proporre un certo grado di stabilità. La celebrazione acritica del cambiamento in quanto tale finisce con generare la reazione opposta”.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2015/04/25/social-network-rabbia-sociale-e-delirio-di-onniscienza-le-nuove-patologie/1621555/

venerdì 23 marzo 2018

Palla al centro




E' divertente leggere le vicende politiche in corso usando gli strumenti analitici elaborati in base all'esperienza della prima Repubblica. Con la sua mossa di ieri, Berlusconi si è posto al centro del sistema tripolare, ponendo ai margini i Cinquestelle. Il Pd torna in gioco, perché detiene i voti necessari per l'accesso del centrodestra a Palazzo Chigi. Il Pd consegue una rendita di posizione. Ha meno voti dei Cinquestelle, ma si trova a essere l'alleato ideale del partito intorno al quale ruota il sistema politico nella sua forma del momento. Siamo al pluralismo centripeto secondo Farneti (1978):
l’idea di fondo del pluralismo centripeto è che il centro sociale e politico è alimentato, nella sua qualità di punto di riferimento costante di ogni maggioranza governativa, dall’eterogeneità, dalle contraddizioni e dalle tensioni dei due poli del sistema dei partiti, della destra e della sinistra (Il sistema dei partiti, p. 229). 
I due poli diventavano i due forni nel linguaggio di Andreotti. Cosa è cambiato da ieri? Sono cambiati i ruoli all'interno dello schema. Fino a ieri Di Maio pensava di avere lui i due forni a disposizione per poter governare il paese. Ieri si è scoperto che il partito capace di occupare una posizione centrale è Forza Italia. Berlusconi e non Di Maio può disporre dei due forni. E Berlusconi ha fatto in modo che i Cinquestelle venissero a trovarsi in una posizione di minoranza solitaria.
Adesso i due poli non sono più rappresentabili come destra e sinistra. C'è un polo di destra annesso al centro: la Lega alleata di Forza Italia nella coalizione che ha ottenuto la maggioranza relativa dei voti. Al posto della sinistra esterna rispetto all'area di governo vera e propria, al posto del Pci dunque, troviamo ora i Cinquestelle, un partito antiestablishment.
Che cosa dovrebbe fare il Pd a questo punto? Può presentarsi come la minoranza dinamica che punta a diventare essa stessa il centro del sistema al posto di Forza Italia. Possiamo chiamare "Craxi" questa ipotesi. Chiameremo "De Martino" l'altra ipotesi: la minoranza annessa al Centro può diventare portatrice, in parte e con vari mutamenti, delle istanze rappresentate dal partito escluso (nella prima Repubblica il Pci, adesso i Cinquestelle).  Il Pd renziano non può in nessun modo sperare di togliere consensi ai Cinquestelle, anche per questo la via craxiana sembra sbarrata. Un Pd diversamente concepito e rappresentato da un leader avveduto può invece diventare l'elemento capace di sbloccare il sistema, ridando spazio al futuro. Non è molto facile realizzare un obiettivo simile. In passato il partito di Bersani, senza nuove elezioni, è diventato in poco tempo il partito di Renzi. In teoria il miracolo si potrebbe ripetere. Al momento non si vede l'eroe capace di rovesciare il gioco a vantaggio di una prospettiva aperta al futuro. Chi vivrà vedrà.

http://www.lastampa.it/2018/03/23/cultura/opinioni/editoriali/silvio-mette-in-trappola-i-due-vincitori-D12vYIik5jSide3eyeEXxM/pagina.html
https://palomarblog.wordpress.com/2018/03/24/passaggio-al-futuro/

domenica 11 marzo 2018

Sulle orme di Dostojevskij



Anna Momigliano, La letteratura naturale di Elif Batuman, Studio, 11 marzo 2018 

Negli ultimi mesi mi sono accorta di avere sviluppato una discreta ossessione per alcune scrittrici che rispondono allo stesso identikit: quarantenne nordamericana che scrive sul New Yorker e che dà il meglio di sé nella nonfiction, e più precisamente in quel genere giornalistico-letterario che i più chiamano “personal essay” e che il New Yorker ha ribattezzato, con non poco snobismo, “personal history”. Ariel Levy, Kathryn Schulz ed Elif Batuman. Le tre autrici sono accomunate anche da un approccio che combina, con grazia e lucidità, il rigore analitico alla compassione, permettendo loro di muoversi con invidiabile naturalezza tra il generale e il particolare.
Elif Batuman, la più giovane, è nata a New York nel 1977 da una famiglia turca colta e benestante, musulmani laici e kemalisti: la madre aveva studiato al liceo americano di Ankara; il padre, di origini più modeste, è cresciuto nell’Anatolia meridionale. Elif, il cui nome, racconta, deriva dalla pronuncia turca della prima lettera dell’alfabeto arabo, la alif, cresce nel New Jersey, studia linguistica e letteratura russa a Harvard e Stanford. Il suo primo libro parla di un’impacciata ragazza turco-americana e della sua fascinazione per la letteratura russa. Il suo secondo libro parla, beh, di un’impacciata ragazza turco-americana e della sua fascinazione per la letteratura russa.
I Posseduti, pubblicato nel 2010 da Farrar, Straus and Giroux e portato in Italia da Einaudi nella traduzione di Eva Kampmann nel 2012, è stato descritto come una collezione di saggi e come un testo a metà strada tra il memoir e una lettera d’amore. Il titolo è un omaggio a Dostoevskij (The Possessed è uno dei nomi inglesi dei Demoni). È un memoir, perché il filo conduttore è il dottorato in letteratura russa che Batuman ha conseguito pur senza aspirare alla carriera accademica. L’alternativa sarebbe stata accettare una residency letteraria in una ex segheria del New England, così la ragazza sceglie il PhD, con la stessa forza della disperazione con cui Bridget Jones sceglieva la vodka e Chaka Khan. L’autrice paragona la sua esperienza a quella di Hans Castorp nella Montagna incantata di Thomas Mann e, miracolosamente, riesce a farlo senza sembrare pomposa: come lui ha passato sette anni in un sanatorio senza avere la tubercolosi, così io ho passato «sette anni in un sobborgo californiano a studiare la forma del romanzo russo» prima per caso, poi per amore. È una collezione di saggi perché si compone di sette testi separati, alcuni dei quali già pubblicati su Harper’sn+1 e New Yorker.

Il secondo libro è un romanzo, però gli elementi autobiografici sono tali da renderlo quasi un prequel del primo. The Idiot, e anche qui c’è l’omaggio a Dostoevskij, pubblicato da Penguin a marzo e non ancora tradotto in italiano, racconta di una studentessa di Harvard, ossessionata dal linguaggio, dai particolari, dalla letteratura russa e, non ultimo, dalla ricerca di un senso. Il tipo di ragazza che ci resta male perché il dizionario che le ha regalato la banca non include il lemma “ratatouille” e che ragiona ad alta voce: «Che cos’è “Cenerentola”, se non un’allegoria dell’infelicità fondamentale di quando vai a comperarti un paio di scarpe?». Come l’autrice stessa nei Posseduti, anche la protagonista di The Idiot spazia dalla realtà all’impressione della realtà, e dall’impressione della realtà a quello che essa evoca.
È la stessa dote che Batuman sfoggia nei suoi pezzi giornalistici. Nella storia di copertina del New Yorker dedicata alla sua esperienza in Turchia e al velo islamico, parte dalla vicenda dei suoi genitori, per raccontare l’ascesa di Erdogan e poi analizzare come sono trattate le donne, sollevando domande su quanto siamo disposti a sacrificare la nostra libertà per essere accettati, citando Houellebecq: riesce a farlo, cosa non da poco, senza l’ombra di un volo pindarico. Si potrebbe osservare, forse a ragione, che non c’è nulla di così speciale nel coniugare teoria ed esperienza, che è anzi un campo di scrittura fin troppo affollato (specie rispetto a quando Chris Kraus inaugurò con I Love Dick «un nuovo genere, qualcosa a metà strada tra critica culturale e fiction», come decretò il critico Sylvère Lotringer, suo ex). Batuman, è vero, non fa nulla di nuovo. Però lo fa tremendamente bene. Del suo secondo libro, la Los Angeles Review of Books ha scritto: «Ha impilato una bella collezione di non-eventi, eppure il risultato è incendiario». Raccogliere frammenti di memoria episodica e provare a trasformarli in memoria narrativa, soffermandosi più sul processo che sul risultato. È la stessa cosa che si legge nei Posseduti: «Gli eventi e i luoghi si succedono come le voci sulla lista della spesa. Possono esserci esperienze interessanti e commoventi, ma un fatto è certo: non prenderanno spontaneamente la forma di un libro meraviglioso».

sabato 10 marzo 2018

Filosofia e ricerca del senso





Giancarlo Bosetti su Savater

... Elegante è il duello finale tra religione e filosofia a proposito del senso della vita, dove la stessa domanda di senso è già di per sé religiosa perché ci porta fuori, oltre la vita, perché cercare il senso significa cercare comunque "un’altra cosa" rispetto a quella che abbiamo davanti. Il senso del mondo – soccorre ancora Wittgenstein – deve essere fuori di esso. La caratteristica della mentalità religiosa non consiste tanto nel rispondere che questo fuori "è Dio", ma nell’imporre una "frenata" dopo che si è data quella risposta. La mentalità filosofica infatti andrebbe volentieri avanti: una volta ascoltata la risposta "Dio", chiederebbe "e qual è il senso di Dio?".

Religioso non è allora tanto chi spinge per andare al di là della realtà terrena con le sue risposte, ma chi vuole imporre che si smetta di fare domande una volta arrivati là fuori. Commentano questo passaggio due belle citazioni (di cui Savater è un instacabile raccoglitore), una di Pessoa: "Le cose non hanno significato, ma esistenza,/le cose sono l’unico senso occulto delle cose"; e un’altra di Cioran: "Un sistema filosofico è come una religione, ma in versione più idiota".
Ciò che è veramente assurdo, conclude da laico implacabile Savater, non è il fatto che la vita non abbia senso, ma l’ostinarsi a volergliene conferire uno. La mancanza di un senso accertato della vita non apre tuttavia le porte al pessimismo, ma alla gioia di starci, nella vita presente, come temporanea ma incancellabile, irreversibile vittoria sulla morte. 

http://www.caffeeuropa.it/libri/50libri-savaterA.html a proposito di Fernando Savater, Le domande della vita, Laterza 2011

Remo Bodei 

Non è che la filosofia trascini il mondo e possa rovesciare il mondo - non dico nemmeno "ahimè!": il mondo è governato da forze molto più dure, e spesso molto meno ragionevoli, della filosofia. La filosofia deve capire perché certe cose avvengono, aiutarci a comprendere e soprattutto a resistere a quella che potrebbe sembrare una "prepotenza delle cose". La filosofia ci può aiutare ma non ci può salvare. Sarebbe infatti pretendere troppo; nemmeno le religioni oggi credono veramente che simili miracoli avvengano. La filosofia rappresenta una "forza debole" nel senso che dovrebbe essere quella forza che agisce di più, ma invece, ahimè, è quella che socialmente incontra le maggiori resistenze. Finché non si sgombreranno certi interessi troppo potenti, finché soprattutto la vita resterà per milioni e miliardi di persone insicura, ragionare come si fosse in un circolo di amici o di filosofi che non hanno preoccupazioni sarà un lusso per pochi. Ma non è detto che questo lusso per pochi non possa servire come anticipazione di una vita possibile per molti.

http://www.caffeeuropa.it/attualita/62filosofia-bodei.html
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/10/16/terry-eagleton.html

giovedì 8 marzo 2018

Un voto di speranza e di trasformazione



Giulio Sapelli

Il popolo degli abissi si è messo in marcia, ha reagito ad anni e anni di gioco di specchi e di disincanti. Niente è andato come previsto: come nel libro di Jack London, il popolo degli abissi si è levato, ha preso l'arma del voto come una bandiera e con calma risoluta ha detto basta a quattro mali che hanno disintegrato l'Europa e l'Italia.
Il primo è l'ordoliberismus, ossia l'austerity fondata su bassi salari e distruzione del welfare.
Il secondo è la cosiddetta liberalizzazione del mercato del lavoro, con il neoschiavismo dei contratti a termine e del precariato. E' stata la sinistra blairiana a inventare questo infernale marchingegno con schiere di devoti giuslavoristi in conflitto d'interessi. Pochi giorni fa El Pais pubblicava l'articolo del presidente di Ciudadanos che illustrava la legge di iniziativa parlamentare in cui si abolisce il precariato con una tranquilla enfasi sulla difesa degli interessi della nazione e del tessuto industriale e dei servizi del Paese.
Il terzo male è l'inerzia delle parti sociali, che vedono spogliare questa nazione delle sue risorse e nulla fanno come le borghesie commerciali sudamericane e i sindacati che, pur essendo l'ultima istituzione che tiene, rinunciano alle battaglie sui punti fondamentali. Naturalmente questo implica correre il pericolo del nazionalismo della povera gente e della classe media in discesa con i fantasmi fascisti che ritornano.
Il quarto male è l'immigrazione incontrollata e non gestita con l'intelligenza della sicurezza e del rispetto della persona, non solo dei migranti, ma anche dei poveri e degli anziani che si trascinano una vita di stenti e non ne possono più di forti giovanotti con cellulare e venti euro in saccoccia: gli esempi australiani e tedeschi di accoglienza sono lì, ma noi nulla facciamo.
Si è disgregato lo Stato ed è inevitabile che forze come i 5 Stelle e la Lega di Salvini si presentino come alternative al sistema. Del resto, sono anni che studio e parlo dell'inversione della rappresentanza partitica: i ricchi votano la loro sinistra, ossia Pd, Pisapia, Bonino eccetera, mentre i poveri votano a destra, come sta accadendo in tutto il vecchio mondo neo-industriale.
Non c'è bisogno di scomodare Trump, basta guardare alla Germania e alla Francia. Lì non votano e Macron viene eletto dal 23% degli aventi diritto. In Italia la partecipazione elettorale è alta, ma tutto travolge dei vecchi schemi destra/sinistra. Beninteso, sinistra, destra e centro sono ben presenti nel sociale e nell'universo simbolico del popolo degli abissi, ma quel popolo ha già compreso che le vecchie casacche vestono i morti: "le mort saisit le vif" diceva il filosofo di Treviri.
Bisogna non perdere la speranza che i nuovi universi simbolici siano educati dalle istituzioni e da una rinascita del ruolo degli intellettuali, che ora pasolinianamente al popolo si avvicinino senza più tradirlo. E' un voto di speranza e di trasformazione: non bisogna avere paura, come diceva il formidabile Santo del Novecento.

http://www.ilsussidiario.net/News/Politica/2018/3/7/DOPO-LE-ELEZIONI-Sapelli-non-bisogna-avere-paura-e-un-voto-di-trasformazione/810083/
https://www.internazionale.it/opinione/ida-dominijanni/2018/03/05/repubblica-post-ideologica

mercoledì 7 marzo 2018

L'hybris, tracotanza e caduta



Quanto a Renzi, il politologo Paolo Pombeni al gr3 stamattina ha fatto notare come il personaggio non abbia perso il gusto per le battaglie estreme. Non è che la cosa tra l'altro gli abbia portato molta fortuna in passato - ha aggiunto.
Vedi alla voce hybris o narcisismo. Niente manuali di strategia. 

Alberto Massazza 


Il concetto di Hybris è centrale nella mitologia, nell’epica e nella tragedia greca. Con esso si definisce in primo luogo la tracotanza degli uomini (ma anche dei semidei), il volersi assimilare agli Dei, suscitando la loro vendetta. Ma nella natura stessa dell’uomo, sospesa tra il divino e l’animalità, l’Hybris assume un’ambivalenza: da una parte, appunto, la tentazione di paragonarsi agli Dei, l’ambizione senza freni; dall’altra, il costante baratro della regressione alla bestialità, in cui si sprofonda quando ci si fa inghiottire dal vortice delle passioni. Icaro sintetizza questa ambivalenza: la tracotanza nel voler superare i limiti imposti dagli Dei, attraverso un’ibridazione animale (l’uomo uccello). Prometeo paga la sua Hybris per generosità e senso di giustizia: egli vuole liberare gli uomini dall’animalità e fa loro dono del fuoco, fino allora di esclusiva pertinenza degli Dei. Il suo supplizio appare umanamente ingiusto, ma la sua Hybris viene così duramente punita perché essa, innalzando gli uomini sopra lo stato animale, li ha posti in condizione di commettere a loro volta il peccato di Hybris. In Edipo, l’Hybris, rappresentata dall’eccessiva fiducia nell’infallibilità del proprio metodo d’indagine, è accompagnata da una doppia caduta nella bestialità, sia pure inconscia e nonostante il re tebano avesse fatto di tutto per eludere la fatale premonizione: il parricidio e l’incesto.
Shakespeare è sicuramente l’autore della cristianità che ha più profondamente reinterpretato il concetto di Hybris. Basta prendere ad esempio quattro opere della maturità: Amleto, Macbeth, Re Lear e La tempesta. L’esposizione più lineare del concetto appare nel Macbeth, nel protagonista giocato dalla sua ambizione, fino all’illusione di poter piegare anche il soprannaturale ad essa; le streghe e la Lady, personificazioni della sua ambizione, alla fine si rivelano come mezzi messi in atto dal divino per punire la sua Hybris; il soprannaturale che pareva legittimare la sua ambizione viene spazzato dall’imprevedibile logica della natura (il non nato di donna e la foresta che cammina, inedita ibridazione uomo-pianta). In Amleto, l’Hybris è più sofisticata:  il Principe danese, come Prometeo, è mosso da una volontà di giustizia; il suo peccato è credere di poter essere lui a rimettere il mondo in sesto. La sua Hybris, questo suo voler sperimentare su sé stesso d’essere oltre i limiti umani, anticipa quelle di due archetipi del contemporaneo come Achab e Raskolnikov. La bestialità, il fratricidio (senza contare che Amleto considera il rapporto tra Claudio e Gertrude un incesto), viene annunciato dallo spettro e smascherato dal teatro.
In Re Lear, l’Hybris si fa frammentaria: il protagonista, per vanagloria, nega l’amore paterno alla figlia Cordelia, l’unica a provare un sincero sentimento filiale; lei stessa, d’altronde, per eccesso di sincerità, compie comunque un’insubordinazione nei confronti del padre, anche se meno grave di quella commessa dalle due sorelle Regana e Gonerilla. La bestialità non è più circoscritta, ma dilaga sulla scena del dramma, rendendola apocalittica; anche i vincoli di sangue, primi baluardi sui quali si regge la civiltà, vengono sepolti dalla Hybris generale. Re Lear non ha contatti col soprannaturale, ma tratta gli elementi naturali come se fossero personificazioni della punizione per la sua Hybris; il suo rapportarsi ad essi, nella celebre scena della tempesta, rappresenterebbe una nuova Hybris, se non fosse un delirio di impotenza palesemente patetico.
Prospero supera la Hybris, in una rinnovata armonia con gli elementi naturali e soprannaturali. La bestialità si fa caricaturale, assumendo le sembianze mostruose di Calibano. Prospero è l’uomo nuovo che ha raggiunto l’equilibrio, capace di sfruttare al meglio le proprie conoscenze, senza oltrepassare i limiti imposti dal divino. Nel rapporto col soprannaturale, si compie la parabola dell’Hybris shakespeariana: da Macbeth che crede di averlo piegato alla sua ambizione e finisce per esserne completamente in balia, ad Amleto che relega il soprannaturale ad indizio per l’accertamento della verità, da comprovare con la messa in scena teatrale; da Re Lear, orfano del soprannaturale che cerca negli elementi naturali il dialogo con la volontà divina, a Prospero che raggiunge l’armonia di tutti gli elementi attraverso la conoscenza e la saggezza.

https://albertomassazza.wordpress.com/2014/09/16/i-greci-shakespeare-e-lhybris-uomo-dio-animalita/