giovedì 31 ottobre 2013

Carlo Freccero su Renzi

 Carlo Freccero
Il pensiero unico del Gattopardo
il manifesto, 29 ottobre 2013
Per capire il fenomeno-Renzi, è utile seguire la comunicazione per slogan della sua campagna elettorale, l'uso accorto di alcune parole-chiave, la retorica della Leopolda. E la verità viene a galla.

Con Renzi finisce il berlusconismo?
Renzi l'ha sostenuto esplicitamente. Ma, più che di fronte ad una fine, sembra di essere di fronte ad una rottamazione, e cioè, nel linguaggio di Renzi, la sostituzione della vecchia classe politica con una nuova. C'è discontinuità nei testimonial, più che nei programmi e nei contenuti. Per questo Berlusconi teme Renzi. Come lui è un comunicatore senza contenuti. E proprio questa mancanza di definizione, allarga il potenziale bacino elettorale. Come per l'audience l'insieme più ampio è quello meno definito. Renzi è un comunicatore che, col linguaggio televisivo, potremmo definire generalista, per questo motivo è inclusivo, non esclusivo. Ha una buona parola per tutti.

Che tipo di comunicazione è quella di Renzi?L'ha detto lui stesso: una comunicazione semplice, basata sul contatto diretto e sull'ovvietà condivisa. Ma c'è un problema, la situazione in cui si trova oggi l'Italia, è la più complessa di sempre. C'è una crisi mondiale che coinvolge soprattutto il nostro paese. E le soluzioni sono tutt'altro che semplici. Tanto che non le ha ancora trovate nessuno. Una comunicazione semplice ed un programma "di consenso", non hanno la funzione di risolvere i problemi, ma piuttosto di allargare il potenziale elettorato, coagulare maggioranze di destra e di sinistra, vincere le elezioni. Con Renzi si fa evidente il ruolo limitato giocato oggi dalla politica, nei confronti dell'economia che è il livello in cui si prendono le decisioni vere, decisioni che spesso esautorano i singoli stati. Compito della politica non è più guidare l'economia, sulla base di scelte, di principi, di valori. Scopo della politica è creare maggioranze e vincere i vari tipi di elezioni; primarie, amministrative, politiche. Pensiamo al Pd. Rispetto alla sua storia Renzi è un corpo estraneo. Ma anche gli avversari interni al partito stanno lentamente convergendo su di lui, perché Renzi è capace di fare le cose che il Pd non è riuscito fino ad ora a fare: comunicare e coagulare maggioranze.

Renzi è ancora di sinistra?A questo proposito alla Leopolda è stato fatto un bellissimo ragionamento. Se la sinistra (che rappresenta il cambiamento) non cambia, diventa destra. Quindi la sinistra deve cambiare. Ma, aggiungo io, per cambiare, la sinistra non può che spostarsi a destra. Quindi il destino della sinistra è segnato. O rimane di destra, o cambia per diventare destra. Niente più di questo bellissimo paradosso illustra la natura di quello che Ignacio Ramonet ha battezzato al suo tempo "pensiero unico", "panseu unique". Nell'epoca del pensiero unico non ci sono alternative: o così, o così. Renzi non fa mistero di essere un ammiratore di Blair, di quella "terza via" a suo tempo impersonata dai Blair e dai Clinton, che sono, in definitiva, quelli che hanno portato a termine l'architettura dell'attuale sistema economico perfino finanziario.
Perché i suoi seguaci sono imprenditori di successo?
Vale per Renzi l'effetto Berlusconi delle origini. Come i vari Guerra, Farinetti, Baricco, Berlusconi era un imprenditore che si era fatto da sé come tale capace di Fare. Ed il Fare, al di fuori delle ideologie e delle riflessioni che non possono che frenare l'operatività, è il grande mito della politica di oggi, ed è, in particolare, lo slogan di Renzi. C'è crisi. Bisogna rimboccarsi le maniche. I suoi testimonial l'hanno fatto, nel concreto ed ognuno ha avuto successo nel suo campo. Ed arriviamo al nocciolo del problema. Per Renzi la politica non è tanto riflettere sui bisogni della collettività. Ma conferire agli imprenditori più capaci, la possibilità di esprimersi individualmente, senza limitazioni ed in piena libertà. Un vero programma liberista. Non a caso alla Leopolda si è parlato di ripristinare la giustizia sociale attraverso la meritocrazia*. Il concetto di meritocrazia non è di sinistra. Dirò di più. Il successo di pochi non si riverserà sul benessere di tutti. Faccio un esempio concreto: Berlusconi. Poiché era ricco, molti credevano che potesse arricchire il paese. In effetti ha moltiplicato il patrimonio personale, ma non mi sembra che abbia arricchito il paese.

Ma Renzi è la nuova Democrazia cristiana?Direi che è la normale evoluzione di quella "fusione fredda" che ha costituito il Pd. Ognuno voleva vederci quello in cui credeva. La sinistra una forma moderna di sinistra, l'ex Dc il lato operativo dei valori cristiani come carità e solidarietà. Renzi ha un padre democristiano. E ha ideato per Firenze (non so se è già operativo) un cimitero di feti. Oggi, dopo il vituperio del crollo della prima Repubblica, molti vorrebbero vedere rinascere una classe democristiana. Alla democrazia cristiana si riconosce di avere guidato per 50 anni il paese rendendolo economicamente prospero. Anche se il rovescio della medaglia erano i grandi misteri del paese. Apparentemente Renzi è per un'alternanza decisa tra partiti e chiede una legge elettorale uguale a quella per l'elezione a sindaco. Chi sbaglia va casa. Ma, ancora una volta, l'alternanza è tra persone e non tra programmi. Il sindaco è sempre più un'amministratore di condominio. Ed anche la politica si avvicina sempre di più ad una grande assemblea condominiale. Uno scenario in cui si invoca il cambiamento perché, come nel Gattopardo, niente deve cambiare.

Perché si è posta così la Leopolda?La Leopolda è un meeting all'americana che serve a ricompattare un partito o una corrente politica. Ne ha fatto uso Berlusconi per Forza Italia. E ne hanno fatto uso uomini di sinistra. Ma la Leopolda è più efficace perché è ormai un'istituzione che si ripete nel tempo, E nella psicologia sociale la ripetizione è fondamentale, per fissarsi nella memoria e conferire autorevolezza e credibilità. Renzi, con la Leopolda, riprende uno stile da "presidenziali americane". E questo si riverbera, positivamente sulla sua immagine. 
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* Questo è per lo meno discutibile. Se l'uguaglianza fa fuori la meritocrazia, il sistema tende a diventare inefficiente e improduttivo, con la prospettiva assai probabile di una miseria condivisa. Perfino Stalin aveva dovuto porre un freno all'uguagianza meccanica. (Giovanni Carpinelli)

martedì 29 ottobre 2013

La trappola della superiorità e della resistenza

Emanuele Trevi
Goodbye Berlinguer. L’illusione della purezza
Con una scrittura felice Francesco Piccolo dà voce ai sentimenti privati e politici di un uomo di sinistra


Corriere della Sera, 28 ottobre 2013

si parla di Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come tutti (Einaudi)

Come tutti i desideri che si rispettino, e nonostante la sua ingannevole umiltà, anche Il desiderio di essere come tutti (Einaudi) di Francesco Piccolo è una proiezione di se stesso nell’impossibile, una tensione destinata a non trovare mai il suo punto di approdo e una sfida consapevole al principio di realtà. Se valutassimo questa aspirazione secondo il metro del buon senso, tanto varrebbe desiderare di essere migliori o più belli di tutti gli altri. Nel libro di Piccolo, poi, le cose si complicano notevolmente perché il significato di quei «tutti» non è per nulla generico, non se ne sta lì come un semplice bersaglio di cartone sul quale prendere la mira. Al contrario, si potrebbe dire che il vero argomento affrontato da Piccolo sia la ricerca di un significato possibile a questa parola, «Tutti», che campeggia a caratteri cubitali sulla prima pagina dell’«Unità», all’indomani degli immensi funerali di Enrico Berlinguer, celebrati il 13 giugno del 1984.
Quel giorno, il ventenne Piccolo se ne era rimasto a casa sua, a Caserta, chiuso nella stanza dei genitori a guardare i funerali in tv, piangendo e sollevando il pugno chiuso, seduto su una scomoda poltroncina, col timore dell’arrivo imprevisto di un genitore o di un fratello. Nessuno, per sua fortuna, violò la solitudine del momento e lo scrittore regala a noi l’imbarazzante privilegio di sorprenderlo in quell’assurda posizione, spiacevole ed enfatica al tempo stesso, dunque inevitabilmente comica.
Piccolo è diventato nel corso del tempo un maestro di questi rapidi autoritratti, che hanno il merito di rendere credibile il percorso di conoscenza in corso. È vita ed è nello stesso tempo esercizio intellettuale, senza che l’una ostacoli l’altro o viceversa, in una specie di pirandellismo a oltranza, specializzato nel cavare sorprendenti gocce di saggezza dal futile e dall’aleatorio. È un buon metodo, capace di produrre frutti memorabili; ma un bravo scrittore non si può accontentare di questo. Alle soglie dei cinquant’anni, Piccolo ha deciso di allargare decisamente l’orizzonte.
Il desiderio di essere come tutti è un’autobiografia politica o, meglio, la storia di un individuo che percepisce se stesso come appartenente a una comunità. Fatti di natura privata si intrecciano a un lunghissimo segmento della storia civile dell’Italia, quarant’anni suddivisi in due parti, la prima intitolata a Enrico Berlinguer, la seconda a Silvio Berlusconi. Come si sarà intuito dalla scena dei funerali di Berlinguer seguiti in televisione, il protagonista di questa storia è un ragazzo, poi un uomo di sinistra.
Come tanti della sua età e delle sue idee, anche Piccolo può affermare che la sorte, dal punto di vista politico, non gli ha riservato nulla di bello, nemmeno una di quelle stagioni esaltanti che ogni generazione aspira a vivere. Lui però, non scrive per lagnarsi. La mancanza di una cosa è un oggetto altrettanto interessante della cosa stessa. La cosa che manca, ed è sempre mancata, è una duratura vittoria della sinistra, assieme a tutte le possibilità storiche che questa avrebbe comportato.
Ma la sconfitta non è solo la mancanza di vittoria: essa infatti è capace di produrre un intero modo di vedere il mondo e in definitiva un modo di essere. Piccolo descrive un dramma collettivo di proporzioni gigantesche, tale da suggerire anche al suo stile perplesso e suadente certe inusuali punte di solennità o di stizza. Ci racconta una lunga e spaventosa metamorfosi, psicologica ancora prima che ideologica, che ha condotto la sinistra ad albergare in sé un sentimento di «purezza» morale capace di erigere un muro fra sé e l’avversario. E ci fa vedere come questa pretesa di superiorità, che confonde l’etica e la politica come in un gioco delle tre carte, non può che aver trasformato la sinistra in una grande forza conservatrice, custode di valori nobili ma immutabili nel tempo, indiscutibili, impermeabili al cambiamento.
Come tutti hanno potuto vedere con i propri occhi e come Piccolo racconta magistralmente, questa catastrofe intellettuale della superiorità ha trovato l’impulso finale con l’avvento di Berlusconi. Noto con piacere che Piccolo non manca di aggiungere alla lunga lista dei sintomi di questa specie di malattia mentale collettiva anche il verbo «resistere», svuotato di ogni credibilità da un uso davvero dissennato. Flannery O’Connor una volta ha scritto che c’è gente che vive «in un mondo che Dio non ha mai creato». Mi sembra una splendida definizione di questo carcere piranesiano della purezza e della conservazione descritto da Piccolo. Che invece non ce la fa a sentirsi superiore agli altri per un motivo del tutto opinabile e personale, ma proprio per questo decisivo: lui, in questi vent’anni, ha goduto di una vita felice. Nonostante il fatto che gli eventi della politica producano in lui notevoli riflessi interiori e nonostante il fatto che non ci sia giorno che non gli porti delle amarezze da quella parte, non può tacere questa verità. Se avesse avuto una malattia grave, se avesse perso una persona cara, se fosse finito nei guai con la giustizia, la sua felicità sarebbe stata sicuramente diminuita o estinta. Berlusconi invece non ce l’ha fatta.
Ne possiamo dedurre, con la certezza di un corollario matematico, che questa sfera d’esistenza rappresentata dalla lotta politica, che appassiona Piccolo così come ci si può appassionare al calcio o all’arte contemporanea, non possiede i requisiti necessari a determinare la soddisfazione, l’interesse, lo spavento, l’erotismo che le esperienze davvero decisive riescono a suscitare in noi. Per utilizzare la celebre distinzione di Jacques Lacan, non si può negare alla politica un grado, seppur minimo, di realtà, ma di sicuro essa non fa parte del «reale», inteso come ciò che ogni singolo individuo sperimenta come «insostenibile», sia nel dolore sia nella gioia. La più profonda verità morale che si possa cavare dagli ultimi venti anni è che Berlusconi è sostenibilissimo. Di certo, perlomeno, non fa parte del reale quella melassa di opinioni, buoni sentimenti e inani risentimenti prodotta da un ambiente intellettuale talmente separato dal mondo da essersi convinto, in buona fede, di vivere sotto il tallone di una dittatura, sempre dichiarando di voler vivere altrove e mai togliendosi effettivamente dai piedi.
Francamente, mi convince poco la strategia fin dal titolo messa in atto da Piccolo per evadere da questa palude. Sono d’accordo sul fatto che chi la pensa come noi non ha mai nulla di importante da insegnarci, ma non nutro una stima dell’umanità tale da pensare che in quei «tutti» che lo scrittore desidera raggiungere, dall’altra parte dell’inutile barricata, ci sia qualcosa di così prezioso. L’unica cosa davvero trasversale che esiste nelle nostre democrazie è la stupidità. Sarei più incline alla fuga solitaria, al rispondere solo di se stessi, al distacco totale dall’idra morbosa dell’opinione.
Ma non dimentico che quello che ho appena letto non è un saggio, ma un romanzo. La differenza tra un saggio e un romanzo non è nello stile e nel linguaggio, ma nel fatto che nel secondo si indica una strada che può valere solo, fino in fondo, per chi l’ha scritto. Quello che davvero vale per tutti, invece, è l’amore viscerale di Piccolo per il presente, il suo rimanere ben piantato nella vita che gli è toccata, quell’assoluta, purissima incapacità di stare altrove che ci ha raccontato fin dai suoi primi libri. È con un brivido di empatia e complicità che lo ritroviamo ancora qui, che in fondo è l’unico posto dove si possa stare con dignità e con spirito poetico, sempre a caccia dei suoi momenti di felicità.
I menagrami e i moralisti non ci crederanno mai, ma è un’attività che basta da sola a riempire un’esistenza.

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Guido Vitiello, post su facebook, 11 novembre 2013
Ho letto, senza troppo entusiasmo, il libro di Francesco Piccolo, "Il desiderio di essere come tutti". Vista da lontano (anagraficamente, culturalmente e ideologicamente) e con un po' di cinismo, l'autoanalisi del berlingueriano "puro e reazionario" che al termine di grandi tribolazioni finisce per sentirsi parte del Paese impuro in cui vive mi pare una formidabile riprova della Regola dei Vent'anni, ovvero: possibile che ci voglia tutto quel tempo (e tutte quelle pagine) per capire una cosa tanto ovvia?
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Reazioni al premio Strega 
La Stampa, 5 luglio 2014
 
Massimiliano Panarari


... né apocalittico, né integrato, in linea con la funzione dell'intellettuale (nel suo caso, sicuramente progressista) di distinguere senza farsi travolgere dallo spirito di fazione. E, invece, relativista, e in grado di vivere nel frullato postmoderno il cui manifesto, non a caso, è il seguitissimo programma 'Che tempo che fa' che lo annovera tra i suoi autori, e ha saputo inventarsi, come nessun altro prodotto culturale il nazionalpopolare "di sinistra" dei nostri giorni. 



Giovanni Orsina

... A leggere 'Il desiderio di essere come tutti' si ha l'impressione che una certa cultura di sinistra stia facendo i conti col ventennio berlusconiano (e di conseguenza sia diventata "oggettivamente" renziana) così come li ha fatti col comunismo dopo il 1989: restando ben chiusa nel proprio recinto, prendendosi meno responsabilità che sia possibile, facendo l'autocritica minima indispensabile. Rimodulando la propria identità in una maniera sempre più debole - dal comunismo all'antiberlusconismo apocalittico, a un progressismo acquoso. [...] E soprattutto replicando in una forma questa volta sottile e leggera, ma non meno ferma la convinzione che la sinistra resti "migliore". Tanto più che ora, arrivando infine a comprendere in sé anche la mancanza di purezza e la superficialità, è pure in grado di vincere le elezioni.


sabato 26 ottobre 2013

Lo sgretolamento della destra italiana

Roberto D'Alimonte è un politologo di grande valore. E' comunemente ritenuto il maggior esperto di sistemi elettorali che vi sia in Italia. Nell'articolo qui riprodotto dice due cose importanti, a mio parere. E le dice per tempo, perché il testo risale al 3 ottobre. La prima: Berlusconi non è veramente uscito di scena e non ha ancora perso del tutto la sua partita. La seconda: c'è poco da girare intorno al problema, la sua soluzione passa per una sconfitta elettorale sul campo. Una terza cosa, che viene, se non detta, suggerita è questa: la sinistra non ha la garanzia della vittoria. (gc)

Roberto D'Alimonte
Si sgretolano i moderati
Il Sole 24 ore, 3 ottobre 2013


Berlusconi ha fatto una scommessa. Una delle tante che segnano la sua carriera di imprenditore e di politico. Con la caduta del governo Letta pensava di poter tornare alle urne in tempi rapidi e in questo modo rimescolare le carte. Da molti punti di vista era una decisione azzardata. I rischi attesi erano superiori ai possibili guadagni. Ha sopravvalutato la probabilità di elezioni anticipate e ha sottovalutato le divisioni nel suo partito. E così ha perso. Ma nella sconfitta ha dimostrato una straordinaria lucidità. La decisione di votare la fiducia è stata un atto di razionalità politica. Persa la scommessa, restare fuori dal governo - e con le elezioni rinviate sine die - non solo avrebbe certificato platealmente la spaccatura del suo partito e un fatale indebolimento della sua leadership, ma si sarebbe anche privato della possibilità di influire sulle scelte politiche future. In primis, quella sulla riforma elettorale. Ma la sconfitta resta e segna un'altra tappa della lunga agonia del Cavaliere.
Il ventennio berlusconiano ha attraversato diverse fasi. Quella che stiamo vivendo ora forse è l'ultima. Ma forse no. Nonostante tutto Berlusconi potrebbe avere ancora delle carte da giocare. Dipende da lui e dipende dai suoi avversari. Quante volte è stato dato per finito salvo poi restare meravigliati dalla sua capacità di recupero? È successo nel 1994, nel 1996, nel 2001, a da ultimo nel 2013. In tutte queste occasioni sembrava che il ciclo berlusconiano fosse arrivato alla fine e invece in un modo o in un altro Berlusconi è sopravvissuto. È certo però che quello che sta avvenendo in queste ore non può essere sottovalutato. È una ulteriore manifestazione di un fenomeno che è iniziato nel 2008 e che da allora è andato avanti lentamente ma inesorabilmente: lo sgretolamento della destra italiana. Dopo aver interessato uno a uno gli alleati storici del Cavaliere adesso il fenomeno tocca direttamente il cuore stesso del blocco moderato. Non era mai successo prima che il partito di Berlusconi perdesse pezzi del suo nucleo originale, cioè pezzi di Forza Italia. Non si sa in questo momento se il dissenso manifestato nei confronti della scelta di aprire la crisi di governo si tradurrà in una vera e propria scissione. L'ipotesi che i dissidenti formino gruppi parlamentari autonomi alla Camera e al Senato è nell'aria ma non si è ancora tradotta in fatti concreti. Forse il Cavaliere riuscirà a ricucire ponendosi al centro tra i falchi e le colombe all'interno del suo partito. Ma è una partita difficile. La sua decisione di qualche giorno fa di schierarsi con i primi ne ha minato la credibilità come possibile mediatore, anche se la mossa a sorpresa di votare la fiducia lascia la porta aperta alla riappacificazione. In ogni caso sarebbe una operazione di corto respiro. Sono troppo profonde le lacerazioni che minano la coesione del Pdl e più in generale del fronte dei moderati. I nodi sono venuti al pettine.
L'unità della destra italiana è il pilastro su cui Berlusconi ha fondato la sua strategia politica e ha costruito il suo successo. Ma questa unità è cosa del passato. La destra di oggi è divisa in molti tronconi. Prima l'uscita di Casini, poi quella di Fini e ora la rivolta all'interno dello stesso Pdl hanno lasciato Berlusconi praticamente solo. Parallelamente allo sgretolamento della coalizione dei moderati si è assistito al declino dei consensi elettorali. Come si vede nel grafico in pagina il Pdl ha toccato il suo minimo storico in termini di voti proprio alle ultime elezioni. Ha meno voti di quanti ne aveva preso Forza Italia nel 1994 e in percentuale solo uno 0,6 in più. Rispetto alle elezioni del 2008 ha perso più di sei milioni di consensi. Lo stesso trend ha subito lo schieramento di destra nel suo complesso. Eppure lo abbiamo visto lo scorso febbraio, pur perdendo quasi otto milioni di voti, la coalizione di Berlusconi è riuscita a impedire alla sinistra di Bersani di vincere. Non è solo colpa del sistema elettorale del Senato. Bersani ha vinto il premio di maggioranza alla Camera per soli 125.000 voti.
Chi pensa che il voto di fiducia di ieri segni la fine politica del Cavaliere rischia di illudersi. Solo una decisiva sconfitta elettorale porrà fine al ciclo inaugurato da Berlusconi nell'ormai lontano 1994. Ma per questo occorre che la sinistra trovi i voti che le mancano.

martedì 22 ottobre 2013

Che cosa ha rappresentato Monti

Giulio Sapelli, L’inverno di Monti. Il bisogno della politica, Guerini e Associati, Milano, 2012.
Recensione di Federico Magi, Lankelot, 27 marzo 2012


I said to my soul, be still, and let the dark come upon you. Which shall be the darkness of God. T.S. Elliot, East Coker
“Ora è il più freddo degli inverni, quando si può piangere di sadica crudeltà allontanandosi sempre di più dalla giustizia comunicativa”(p.72)
Che il governo Monti sia un’anomalia credo sia lampante anche agli occhi dei suoi più strenui sostenitori, non fosse altro per il modo in cui si è insediato che definire inusuale risulta certo un eufemismo. Però Monti serviva, serviva eccome, ci è stato detto da più parti: filosofi, scrittori, giornalisti più o meno illuminati e opinionisti di varia specie e natura hanno accolto Monti come il “salvatore dell’Italia”. E lui si è calato nella parte come un novello Batman, non c’è che dire. L’ordine nuovo ha fatto sì che, in una nuova gerarchia, prima venga Monti e poi la politica, i partiti. È stata un’urgenza, una necessità. Una medicina amara da buttar giù tutta d’un fiato per tornare a stare bene. E la politica come l’ha presa? La politica è attualmente prona e statica, prende fiato per reinventarsi o quanto meno riproporsi agli elettori, tra un annetto abbondante, sperando di essersi rifatta il trucco dopo anni di immobilismo e di connivenza con quei poteri (finanza, grandi banche) ai quali da tempo ha dovuto abdicare. Ma davvero Mario Monti era l’unica medicina possibile, per l’Italia? A questa domanda, facendo un po’ di storia recente, risponde con argomenti taglienti e uno sguardo lucido da economista che indaga profondamente i processi storico-politici, il professore ordinario di Storia economica all’università degli Studi di Milano, nonché editorialista del Corriere della Sera, Giulio Sapelli. Nel suo L’inverno di Monti, edito da Guerini e Associati, ci dice che l’inamidato professore bocconiano non solo non è la cura, ma è un passo ulteriore verso un baratro che vede l’Italia e l’Europa in posizione declinante rispetto a un oriente (Cina e India, ma non soltanto) in costante espansione economica che fatalmente diventerà l’interlocutore privilegiato della maggiore potenza occidentale: gli Stati Uniti.
Per spiegarci il perché di tutto ciò Sapelli analizza un po’ di storia economico-politica dell’Italia in rapporto all’Europa, e dell’Europa rispetto all’intero Occidente, toccando rapidamente i punti chiave a supporto della sua visione di fondo. Prima di tutto, la specificità dell’Italia rispetto all’egemonia tedesco-europea, la sua eterogeneità, l’intreccio tra nazione e internalizzazione operante sin dalla nascita come stato:  “Un intreccio che non è mai stato culturalmente condiviso e che si è rivelato predatorio sul piano del capitale fisso e intellettuale dall’Italia secolarmente accumulato”. Intreccio che diventa vizioso nella seconda metà del Novecento, evidenziato da alcuni fatti che, secondo Sapelli, vanno tutti nella stessa direzione come “la rapina della divisione elettronica dell’Olivetti da parte della Fiat e Mediobanca, l’assassinio di Mattei, la messa fuori gioco di Ippolito nel campo nucleare, sino alla recente spoliazione dell’industria nazionale per mano di privatizzazioni senza liberalizzazioni”. Da questo punto di vista, ci dice Sapelli, Prodi è stato molto più organico di Berlusconi rispetto ai poteri che ci tengono in scacco, ma tutte e due le grandi coalizioni elettorali che si sono succedute in questi ultimi vent’anni sono risultate inefficaci davanti al potere delle banche e dell’Europa germanocentrica. Eppure Berlusconi avrebbe potuto fare di più e meglio, secondo Sapelli, viste le interessanti scelte (il legame organico con Putin e con gli stati dell’Africa del nord) che rompevano quest’asse che ci vedeva costretti in un gioco politico-economico di sostanziale subalternità. Ciò non fu possibile per due motivi fondamentali: l’eterogeneità del governo di centro-destra e una evidente mancanza di realismo politico che lo ha portato a sottovalutare l’asse franco-tedesco pronto a far man bassa dell’Italia in svendita. Ed ecco che arriviamo al governo Monti, anzi sarebbe meglio dire Monti-Napolitano, voluto fortemente e ottenuto con abile gioco di mano dal Presidente della Repubblica proprio in ossequio alla realpolitik tanto invocata dall’Europa della Merkel e tanto carente nei governi del Cavaliere. E qui Sapelli ci va giù duro e spiega senza mezze misure l’inganno Monti e i pericoli che l’operazione ideata da Napolitano porta con sé: “Tutto è instabile, tutto rischia di rovinarci addosso. E proprio in questa situazione il Presidente della Repubblica Italiana pensa di  sortire da essa con una sorta di imitazione delle dittature romane. La prassi con cui si è proceduto alla nomina di Mario Monti prima senatore a vita, poi Primo Ministro, ricorda l’essenza del processo di nomina del dictator romano”.
Monti, per Sapelli, è la quintessenza della morte dell’ideologia, perché egli non è altro che ”l’esponente del blocco poliarchico italico organicamente europeo: grandi banche, grandi scuole internazionali di business, grandi società di consulenza”. È il garante di quell’establishment che al contrario dovremmo combattere per rialzare la testa e riaffermare la capacità di autodeterminarci sia economicamente che politicamente, in Italia come in Europa. Tra l’altro Monti rappresenta anche il potere oggi in crisi Italia: “le grandi banche e i loro legami col mondo produttivo, universitario, in definitiva sociale”. L’unico reale antidoto possibile, secondo Sapelli, contro il declino dell’Italia, ma in una più ampia analisi di tutto il Vecchio continente, è il ritorno alla politica, perché il diffuso populismo e la deflazione europea e mondiale ci dicono che il rischio di nuove dittature è tutt’altro che scongiurato. In Italia, ad esempio, la conseguenza di questo rifiuto della soluzione politica di cui si sono resi responsabili i principali partiti, è stata ”non soltanto l’aumento della sofferenza sociale, ma anche l’emergere di una crudeltà istituzionale sino ad oggi inusitata”. I professori, da questo punto di vista, non solo sono una anomalia che promuove rimedi basati sull’astrattezza delle tesi, ma hanno la colpa ancor più grave di “concepire i soggetti umani come cavie e non come persone”. Senza mezzi termini Sapelli ci dice che quello Monti (Napolitano) non solo non è il governo che ci salverà dalla crisi, ma è addirittura il peggior esecutivo possibile immaginabile visto i tempi e le urgenze politiche, economiche e sociali: ”Questi dictator dimidiati non fanno che aumentare la sofferenza, che diventa disperazione”. Sapelli conclude dicendo la sua sui possibili rimedi, peraltro non così impraticabili come qualcuno vorrebbe ancora farci credere: “Si riformino le banche, si esproprino i patrimoni delle Fondazioni Bancarie per trovare i denari per rifondare lo stato imprenditore e si riprenda la via dell’economia mista senza cedere al ricatto che così facendo si sprofonderà nella corruzione”. L’inverno di Monti è un’opera breve ma incisiva, consigliabile a chiunque si interessi di queste materie e a chiunque voglia guardare all’attualità politica senza schemi precostituiti e fuori dalla retorica e dalla subalternità al potere con cui è descritta dai media.

domenica 20 ottobre 2013

Alessandro Portelli, Le menzogne di Priebke

Alessandro Portelli
Le menzogne di Priebke
il manifesto, 19 ottobre 2013
Le polemiche seguite ai mancati funerali dell'ufficiale nazista hanno riportato alla luce menzogne sulla storia della strage delle Fosse Ardeatine. Bisogna quindi ristabilire la verità su alcuni punti fondamentali

Strano paese l'Italia, dove siamo costretti a dedicare prime pagine e trasmissioni tv alle spudorate menzogne di un assassino nazista che sostiene che la Shoah è un'invenzione. Magari l'idea è di confutarle ma intanto si amplificano e si prendono sul serio. E a questo punto dobbiamo anche noi ribadire qualcosa.
Primo. Erich Priebke mente dicendo che i comandi tedeschi avevano affisso manifesti in cui minacciavano rappresaglie in caso di azioni contro di loro.
I manifesti fatti affiggere da Kesselring dopo l'occupazione di Roma dicevano che i colpevoli di azioni antitedesche (quindi: non ostaggi che non c'entravano) sarebbero stati puniti secondo il codice militare germanico. Un manifesto sulle Fosse Ardeatine fu affisso, ma dopo, a strage avvenuta. E dimenticano la fatidica frase finale, «quest'ordine è già stato eseguito». Le persone che dicono di averlo visto prima sono forse tratte in inganno dall'errore di sintassi in cui si dice che 10 italiani per un tedesco «saranno» uccisi. Tutto questo Priebke lo sapeva benissimo, visto che era al comando. Se dice il contrario non è perché si sbaglia ma perché mente. Secondo. Priebke ripete l'affermazione secondo cui i «comunisti» fecero l'«attentato» proprio per provocare la rappresaglia. Intanto, come fa a saperlo? E poi: ancora negli anni '90, il giudice Pacioni provò caparbiamente a incriminare i partigiani Bentivegna, Capponi e Balsamo con questa accusa, ma fu costretto a lasciarla cadere e a prendere atto che, per quanto l'avesse cercata, non esisteva uno straccio di prova in proposito. Se adesso Priebke lo ripete, o se glielo fanno ripetere i manipolatori di cui è stato consenziente pupazzo, lo fa sapendo di non dire la verità. Terzo: non poteva non obbedire all'ordine. Intanto, se davvero avesse fatto tutto questo solo perché costretto, forse qualche segno di turbamento vero nei settant'anni seguenti, l'avrebbe mostrato. Poi: non è vero che gli ordini di Hitler non si potessero discutere: Hitler aveva ordinato di far saltare in aria il centro di Roma e deportare diecimila persone, poi di uccidere 50 italiani per un tedesco, solo dopo una estenuante trattativa si arriva al 10 a 1. La cosiddetta «legge dei dieci italiani per un tedesco» non è mai esistita: basta fare qualche conto elementare sui dati delle centinaia di stragi naziste per trovare un'aritmetica assolutamente variabile (a Civitella Val di Chiana sono 156 contro 3) . E infine: ma chi l'ha obbligato, Erich Priebke, a mettersi nella condizione di ricevere un ordine simile? Non era mica obbligato, negli anni '30, ad accettare l'inquadramento nella SS (a proposito: erano un corpo di polizia di partito, non facevano parte delle forze armate. Quindi, Priebke mente anche quando dice che era un «soldato»). Una volta entrato senza che nessuno lo costringesse in quell'organizzazione, Priebke aveva volontariamente consegnato la coscienza a Hitler; è inutile che si lamenti poi se Hitler ne ha fatto quello che ne ha fatto. Per tutti i suoi 100 anni, Priebke ha portato la coscienza all'ammasso: come è stato un boia disponibile nelle mani del regime, è stato un pupazzo consenziente nelle mani dei suoi cosiddetti avvocati, e ripete fino a dopo morto le bugie che questi gli hanno messo in bocca. Se adesso stiamo qui a discutere di queste menzogne è anche perché il sistema dei media ci sta facendo perdere il senso della distinzione fra ciò che è vero e ciò che non lo è. In televisione, oggettività significa per condicio fra «tesi» contrapposte, fregandosene di chiedersi se una è sensata e l'altra no (ma come si fa a mettere sullo stesso piano Giulia Spizzichino e l'avvocato Taormina?). Nella rete, come in certe nostre città, rischiamo che l'aria pulita sia soffocata da ogni genere di spazzatura che circola con la stessa apparente dignità (ma non c'è nessuno a youtube che blocchi questi veleni?). Infine, ho l'impressione che i media si siano lasciati sfuggire una grande notizia: se prendiamo sul serio quello che dice Priebke, forse allora - dato che lo dice lui - dovremmo metterci anche a discutere se la Shoah è davvero esistita. In fondo, se gli diamo ascolto quando parla di complotti comunisti e di ordini irresistibili, non capisco perché non dovremmo considerarlo un «testimone» quando parla della Shoah. Oppure: se cestiniamo il suo negazionismo sul genocidio, per quale masochismo continuiamo a prendere sul serio tutto il resto?

lunedì 14 ottobre 2013

Melania Mazzucco, La lattaia

Il lavoro ben fatto, il gesto necessario, la grandezza discreta e possente del mondo che si dispiega sotto i nostri occhi, giorno dopo giorno: di queste evidenze elementari è fatta la trama delle occasioni minime che compongono la nostra esistenza. La naturalezza della vita immediata dentro  uno spazio domestico investito dalla luce: il mondo allora si riduce a ciò che vediamo e in un tale spettacolo offre il sentimento di qualcosa che dura, con noi e al di fuori di noi, con la forza dell'essere ridotto alla precisione assoluta del particolare. Non meraviglia che Proust sia stato affascinato da Vermeer. Il senso e il mistero della vita si scioglie in un sentimento di adesione attenta e calma a ciò che ci appare vero: in un determinato istante e per sempre.


Melania Mazzucco
Popolana? No, Regina...
la Repubblica, 13 ottobre 2013



In Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust, lo scrittore Bergotte, al Jeu de Paume per una mostra di Vermeer, muore d'infarto mentre ammira la Veduta di Delft. Il minuscolo lembo di muro giallo, "dipinto così bene da far pensare a una preziosa opera d'arte cinese", gli sembra migliore di ogni sua frase: quella materia ricca di strati di colore l'unica bellezza per cui vale la pena vivere. Ma per me il più bel muro del mondo è quello che chiude insieme la cucina e il quadro nella Lattaia.

Una superficie rivestita di intonaco bianco crema  -  grezza e nuda come una pagina, o una tela. La lattaia apparteneva al principale committente e mecenate di Vermeer, Peter Claeszoon van Ruijven. Finì all'asta ad Amsterdam, nel 1696. Nel catalogo era descritta come "una cameriera che travasa il latte, eseguita alla perfezione, fiorini 175". Una cifra elevata ma non eccezionale. L'autore era stimato dai contemporanei, un bravo maestro, come tanti altri. Però solo la Veduta di Delft fu valutata di più.

Vermeer ha dipinto poco. In 22 anni (morì giovane, a 43), 28 quadri certi, più 7 discussi. Nemmeno 2 all'anno, mentre i suoi colleghi arrivavano a 50. Non sappiamo se la parsimonia era dovuta a pigrizia di invenzione, nostalgia della perfezione, o alla malinconia. Ha dipinto quasi sempre giovani in un interno. Mai vecchi, neonati, animali, fiori. Ha raffigurato donne intente a scrivere o leggere lettere, ma non ne ha lasciata una. Di lui conosciamo quanto forma la trama di una vita  -  famiglia d'origine e propria, debiti, relazioni, malattia e morte  -  ma ci sfugge l'essenziale. In questa esistenza elusiva un'unica data conta: il 1653. Quell'anno, ventenne, Vermeer sposò Catharina Bolnes, giovane cattolica benestante che gli offrì le rendite della madre e l'agio della casa di lei sull'Oude Langendijk, e si iscrisse alla corporazione di san Luca, divenendo maestro pittore. Gli eventi della sua biografia  -  la nascita dei moltissimi figli, i rapporti coi colleghi, i successi, la crisi economica, perfino la guerra  -  non trovano spazio nella sua pittura, come accidenti senza eco. Separando la sua persona dall'opera, Vermeer si è annullato in essa.

La lattaia ha braccia sode e corpo robusto. Non somiglia alle bambole di porcellana degli altri suoi dipinti, e neanche alle loro affettate cameriere. Indossa abiti da poco, il corpetto di camoscio giallo limone cucito grossolanamente, il tessuto logoro delle maniche rimboccate, la stoffa ruvida del grembiule blu, la cuffia sgualcita. Vermeer non ha mai più dipinto una donna di bassa estrazione sociale come lei. Solo donne e ragazze della borghesia (gli uomini gli divennero presto superflui) in occupazioni frivole  -  bere, suonare, provarsi gioielli.

Forse usò come modella Tanneke Everpoel, la domestica della moglie, per anni al servizio dei Vermeer e a loro legata da non banale devozione: nel 1663, durante una lite, si lanciò sul fratello della signora (pazzo violento che finì i suoi giorni in una casa di correzione per delinquenti) impedendogli di piantarle la punta di ferro del bastone nel grembo. La moglie di Vermeer era incinta.

Ma Vermeer spersonalizza la lattaia, come tutti i suoi modelli, privi di identità e inespressivi come maschere. Malraux paragonò i loro volti enigmatici a quelli dei kouroi della Grecia arcaica. La lattaia deriva da altri quadri, perché Vermeer  -  idolatrato per la minuzia del dettaglio naturalistico  -  inventava invece non dalla realtà ma dall'arte. Commercianti, birrai, fornai e mercanti di Delft apprezzavano la pittura di genere: scenette ambientate in bordelli, cucine e salotti, che col pretesto di moralizzare descrivevano i costumi contemporanei. Esisteva una Lattaia di Gerrit Dou, "fine pittore" di Leida. Ma Vermeer andò a cercarsi il modello in una Regina Artemisia dell'italiano Domenico Fiasella: un quadro di storia. Era ancora giovane e non limitato dall'ambizione di essere considerato un gentiluomo: fece qualcosa di inaudito (e irripetibile). Diede alla sua serva la dignità di una regina.

La lattaia è sola, nella cucina spoglia. Nella finestra a sinistra, da cui entra la luce del giorno, uno dei vetri è rotto. Gli arredi sono modesti: sul pavimento uno scaldino, sulla parete d'angolo un cesto di vimini e un secchio di rame. E la cornice scura di uno specchio. Che non riflette nulla: la pittura non è copia della realtà. In basso, il battiscopa è una fila di piastrelle quadrate di ceramica decorate con disegni azzurri: artigianato di qualità, sfornato dalle fabbriche di Delft. Vi si riconoscono dei Cupido. Forse alludono all'amore. Cosa pensa la serva mentre, le palpebre basse, assorta, lavora? Sul tavolo, una caraffa, una cesta, forme di pane e la ciotola di terracotta in cui lei fa colare un filo di latte. Il pittore la inquadra dal basso. Forse perché dipingeva seduto, e quello era il suo punto di vista. Forse perché così la figura acquistava monumentalità.


Vermeer, noto nel '600 per l'abilità nella prospettiva, costruì attentamente quella di questa tela, in cui si vede ancora il foro dello spillo in corrispondenza del punto di fuga. Sulla mano destra della lattaia. Perché è il suo gesto che deve catturare lo sguardo. La luce batte sulla cuffia, sulla fronte della ragazza, e sul muro dietro di lei.


L'effetto del chiaroscuro ritaglia la figura (evidenziata sulla spalla e sul lato sinistro dalla linea di contorno bianca), che sembra sospinta in avanti, verso lo spettatore. Ma il tavolo ingombro di masserizie lo tiene a distanza  -  di qua dalla soglia. Gocce di colore picchiettate con la punta tonda del pennello (è la tecnica del "puntinato") riflettono la luce: il manico della cesta e la crosta del pane barbagliano. Il fiotto del latte e la ragazza acquistano una forza epica. Il tempo si ferma, un attimo insignificante si dilata all'infinito e racchiude il segreto della vita.

Ma il muro? Non serve solo da sfondo. Vi affiorano minime tracce. Un chiodo, e la sua ombra: il buco di un altro chiodo che, quando è stato estratto, ha scrostato l'intonaco. Sono tracce reali e insieme metaforiche. In quella cucina era appesa una carta geografica, e Vermeer l'aveva dipinta. Non eseguiva disegni preparatori e si concedeva molti ripensamenti: correggeva, eliminava, copriva. E così poi ha cancellato la carta geografica (suggeriva il mondo esterno, che lui voleva invece escludere dal quadro). Il mondo è tutto qui: esistono solo la donna e il latte che sgorga dalla brocca. Il chiodo però si vede, come i buchi. L'arte raffigura ciò che resta. La pittura può solo colorare le tracce, registrare con la massima cura e amore (la perfezione cinese di Proust) gli istanti della nostra vita  -  le assenze, le ferite, lo sbriciolamento di ogni superficie su cui la luce (il tempo) si posa. Vermeer non svelerà mai a cosa sta pensando la lattaia. Il silenzio che impone ai personaggi è il suo. Lascia che parli il muro. Cioè la pittura stessa.

Vittorio Foa, la politica come ricerca e strumento di liberazione

Federica Montevecchi 
Intelligenza anti-tatticista
Il Sole 24 ore, 13 ottobre 2013


Vittorio Foa merita di restare nella memoria soprattutto per il suo modo di essere. Era un politico, nel senso virtuoso del termine, perché nelle sue azioni e parole traspariva un costume e insieme un necessario professionismo, costruito negli anni attraverso lo studio. Né moralismo, né tatticismo dunque, tantomeno improvvisazione, ma accettazione della sfida di essere esemplare, se per esempio intendiamo il comportamento che rende possibile un concreto incontro con gli altri, poiché dei molteplici punti di vista altrui si ha considerazione e curiosità. Va da sé che l'esemplarità è praticabile dove esista una soggettività sociale e dove la dimensione individuale riesca ad aprirsi a quella universale, rappresentata da ogni essere umano. È la grande questione che la politica da sempre sottintende, a partire dagli antichi Greci: si tratta di una sfida perché l'esemplarità comporta l'emancipazione dall'attenzione esclusiva a se stessi e al proprio particolare, vale a dire dalla spontaneità. In tal senso non si può prescindere dall'educazione, o meglio dalla formazione, che è naturalmente intellettuale e morale a un tempo e si pone l'obiettivo non di imporre un pensiero, ma di spingere gli individui a pensare, in modo da sviluppare uno sguardo ampio e lungimirante, capace di vedere oltre se stessi e oltre il presente. Non a caso Foa, ancora negli ultimi anni della sua vita, invitava chi è impegnato pubblicamente a leggere e informarsi non per confermare visioni preconfezionate rispetto all'esperienza, ma al fine di penetrare oltre l'immediato accadere, senza erudizione o atteggiamenti propagandistici.
Tutto questo è coerente con la tradizione azionista alla quale Foa aderì partecipando dapprima alle attività cospirative di Giustizia e Libertà, il movimento antifascista privo di vincoli ideologici e disciplinari fondato da Carlo e Nello Rosselli, poi al Partito d'azione. Dopo l'arresto, avvenuto a Torino a causa della delazione dell'informatore dell'Ovra Dino Segre, conosciuto nella storia politica e letteraria come Pitigrilli, egli trascorse otto anni della sua giovinezza in carcere, dal 1935 al 1943. Era stato, infatti, condannato dal Tribunale Speciale fascista a quindici anni di reclusione poiché, dopo l'arresto di Leone Ginzburg e Sion Segre, aveva accresciuto il suo impegno politico in Giustizia e Libertà fino a diventarne figura di riferimento. Gli anni di reclusione furono dedicati allo studio, condiviso in parte con straordinari compagni di prigionia come Ernesto Rossi e Massimo Mila, tanto che quando Foa uscì dal carcere, dopo la caduta di Mussolini, era pronto per assumere un ruolo politico importante, prima nella Resistenza, poi nell'Assemblea costituente.
La successiva storia repubblicana italiana non ha soddisfatto, per diversi e discussi motivi, le aspettative che hanno accompagnato la liberazione dal nazifascismo: il prefascismo e il fascismo non sono mai diventati del tutto passato, tantomeno ha avuto possibilità di concretizzarsi il progetto azionista di democrazia integrata, sulla base del quale il governo dal basso avrebbe dovuto confrontarsi e intrecciarsi con quello centrale, la democrazia diretta con quella rappresentativa. Ciò nonostante Foa non ha mai smesso di interrogarsi sul rapporto fra liberalismo e radicalismo indirizzando il suo impegno soprattutto verso il sindacato, che divenne uno strumento della lotta operaia e, in generale, il terreno dove esperienze autobiografiche diverse si fondevano nella difesa e promozione dell'autonomia, intesa come potere di decisione su stessi. Il sindacato era, infatti, considerato un mezzo volto tanto alla tutela del lavoro e dei suoi diritti, quanto alla proposta di ideali di trasformazione: è chiaro che questa idea del sindacato come punto di raccordo fra ideale e reale era vincolata alla capacità del sindacato stesso di farsi carico delle trasformazioni del lavoro e di comprenderle, senza rinserrarsi nella difesa esclusiva e corporativa del lavoro tradizionale, dunque in una miopia politica e storica.
Nel modo di agire e di pensare di Foa convergevano l'intelligenza, impegnata nel cogliere la realtà come processo in atto, e l'immaginazione, intesa come strumento pratico, capacità di vedere le possibilità di cambiamento. Al contrario, ai suoi occhi, la contemplazione di modelli politici prestabiliti appariva segno di pigrizia mentale, di un'inclinazione all'autoinganno che porta a ingannare anche il prossimo e di un'esperienza politica come contrapposizione ripetitiva, che fraintende il rapporto fra azione e reazione e impedisce così la ricerca di un terreno diverso di confronto. Essere realista significava per lui tanto sfruttare le fasi di cambiamento, per cercare di mutare i rapporti di forza nella società, quanto accettare la situazione impegnandosi per migliorarla: era un modo per evitare di porre l'ideale «fuori dell'impegno quotidiano, il futuro fuori del presente», come scrisse ne Il cavallo e la torre, la sua autobiografia. Era anche un modo di contenere la pratica esclusiva del tatticismo fine a se stesso, che isterilisce la capacità di pensare e di agire: del resto che Foa abbia cercato di salvaguardare l'idea e la pratica di una politica alta lo dimostrano diversi episodi della sua esistenza, in particolare la scelta, nei difficili anni Settanta del Novecento, di abbandonare per qualche tempo l'attività sindacale e pubblica, dopo alcune esperienze fallimentari nella sinistra radicale, per tornare a praticare la politica come educazione, cioè a studiare e insegnare. 

giovedì 10 ottobre 2013

Ritanna Armeni, La sinistra appiattita su Francesco

Ritanna Armeni
Non stupitevi se la sinistra orfana del padre si accoccola su Francesco 
Il Foglio quotidiano, 10 ottobre 2013

Dovete capirci, noi di sinistra, se ci piace Papa Francesco. Non fate del sarcasmo, non diteci con ironica condiscendenza: “E che? Ora sei diventato cattolico” quando diamo segnali di soddisfazione per le parole del Pontefice. Dovete capirci, davvero. Ricordate quando Francesco è stato eletto? Era il 13 marzo di quest’anno, in Italia c’erano appena state le elezioni politiche e, mentre la sinistra dava una delle peggiori prove di incertezza e inettitudine, la chiesa, che aveva avuto lo choc delle dimissioni di Benedetto XVI, in quattro e quattr’otto ha eletto un Papa che veniva dalla “fine del mondo”. Sapete, malgrado tanti anni in cui anche noi siamo stati invischiati nel pantano delle decisioni lente e burocratiche della gestione del governo e dello stato, un po’ di sano gusto per l’efficienza ci è rimasto. E quella elezione rapida da parte di una istituzione che era in crisi ci è piaciuta. Sapete anche che abbiamo un passato terzomondista e quel capo della chiesa che veniva dalla “fine del mondo” rinverdiva molti vecchi sogni, ci faceva sperare in una nuova linfa vitale per la vecchia Europa cristiana.
Ma queste sono state le prime reazioni, positive, ma limitate e, se volete, superficiali. Poi c’è stato il seguito. Da tanto tempo noi di sinistra, non abbiamo un padre o una madre. Qualcuno che ci dica con chiarezza e, magari anche con qualche eccesso di semplificazione: questo è bene, questo è male, questo si fa, questo non si fa. Presto probabilmente capo della sinistra diventerà Matteo Renzi che – ammetterete – della figura paterna ha ben poco. Al massimo somiglia a quegli amici dei nostri fratelli minori, furbi e bricconcelli ai quali a nessuno di noi sarebbe venuto in testa di chiedere consiglio sulle grandi domande della vita. Di una certa autorevolezza sentiamo disperatamente bisogno. Di qualcuno che dica, per esempio, “vergogna” di fronte alle morti nel Mediterraneo. Per anni in molti – e non solo di sinistra – ricevevamo un pugno allo stomaco alla notizia di quei barconi affondati, di quelle morti innocenti, ma si doveva stare attenti a non dimostrarlo troppo altrimenti nel migliore dei casi si era accusati di “buonismo” (ritenuto evidentemente di caratura morale inferiore al “cattivismo”) e quindi di ignoranza delle cose del mondo, di incompetenza sui flussi, sulle leggi, sulle statistiche sulle compatibilità, sui pericoli per l’identità del paese ecc. ecc.
Ci dovete capire. Quando il Papa, dopo aver abbracciato un disoccupato e un cassintegrato, dice “Signore Gesù dacci lavoro e insegnaci a lottare per il lavoro” abbiamo un sussulto, quasi un momento di commozione. Davvero. La parola “lotta” l’avevamo dimenticata, avevamo dimenticato che potesse avere un suono elevato, nobile. In tanti l’hanno calpestata in questi anni, disprezzandola come primitiva o usandola male, strumentalizzandola ai loro fini. Francesco invoca Gesù perché sa che non si può avere un lavoro se qualcuno non ci insegna anche come lottare per averlo. Ogni insegnamento, ogni regola, ogni priorità sono andate evidentemente perdute. I sindacati, è chiaro, hanno bisogno anche loro di qualche ripetizione. Come tanti di noi anche il Papa pensa che si deve cominciare proprio tutto daccapo.
E allora, per favore, comprendeteci. Comprendete chi per anni a sinistra, quando andava bene, ha sentito parlare di disagio sociale, di crisi che ridimensiona i redditi e di soluzioni che alla fine buttavano sempre ad aumentare quel disagio sociale e a ridimensionare i redditi di chi aveva già poco. Poi abbiamo sentito un Pontefice che vuole mettere al primo posto gli ultimi. Fino ad allora nel dibattito pubblico erano apparsi lontani, lontanissimi, invisibili. Le reazioni, infatti sono state di meraviglia e stupore. Le sue parole sono suonate scandalose. Ma quello scandalo a noi è sembrato benefico. Qualcuno finalmente squarciava un velo.
E poi di questo Papa ci è piaciuto anche qualcosa di meno nobile, ma di molto utile. Una sorta di furbizia, qualcuno dice da parroco di campagna, che gli ha fatto intuire immediatamente l’odio crescente nei confronti del privilegio. Il Pontefice che porta la sua borsa da viaggio, il Papa che telefona agli amici, il successore di Pietro che paga il conto in albergo, il capo della chiesa che non abita negli appartamenti vaticani, ma nel convento di Santa Marta. Non siamo così ingenui da pensare a gesti che non siano ponderati e inviati come messaggi, ma ci siamo chiesti perché tanti politici, anche di sinistra, non hanno sentito il bisogno di mandare messaggi analoghi. Per furbizia, magari, se non per convinzione. Ma quella furbizia avrebbe indicato una sintonia e un rispetto, un senso dell’opportunità che ai nostri antichi padri e antiche madri non mancava.
Ma la dottrina, direte, la dottrina? Quando questo Papa parlerà di matrimonio gay, di aborto, divorzio, allora voi di sinistra che direte? Sarete ancora così entusiasti, così “papisti”? Probabilmente no. Probabilmente avremo molto da dire, da contestare, da criticare. Per il momento abbiamo provato una certa consolazione quando il Papa ha parlato degli omosessuali come “feriti sociali” e ha detto che la chiesa è la casa di tutti, anche e soprattutto, degli irregolari. E quando abbiamo constatato che dopo anni di affermazione di valori “non negoziabili” questo Pontefice ci ha detto: “L’opinione della chiesa su questi temi è nota e non c’è bisogno di parlarne sempre”. Per il momento ci basta. E anche qui dovete capire: non ne potevamo più di quella perdita di buon senso a cui sempre più spesso portano le discussioni di dottrina. Non è inevitabile che sia così, ma così finora è stato.
E allora per il momento attendiamo e pensiamo che non sarebbe male cominciare a discuterne prima di litigare con la chiesa. E chissà perché ci viene da pensare che, quando ne discuteremo con chi segue “la nota dottrina”, troveremo orecchie più attente, una testa più aperta, e gli steccati, anche quelli dei laici, potranno essere più fragili.
Sì, questo Papa ci piace. E chi alla chiesa ha sempre creduto dovrebbe essere contento della possibilità di una nuova fratellanza che si fonda su una fiducia reciproca. Di recente il mio amico Fausto Bertinotti, anche lui “papista” convinto, mi ha passato un numero del 2007 della rivista 30 giorni diretta da Giulio Andreotti. Contiene una stupenda intervista a Papa Francesco allora cardinale di Buenos Aires. Ne consiglio la lettura. Nell’intervista, nella quale con assoluta coerenza c’è già tutto Francesco, il Papa parla fra l’altro della necessità di “uscire dal recinto dell’orto dei propri convincimenti considerati inamovibili se questi rischiano di diventare un ostacolo, se chiudono l’orizzonte che è Dio”. “Questo vale anche per i laici?”, chiede l’intervistatrice Stefania Falasca. E il cardinale Bergoglio risponde: “La loro clericalizzazione è un problema. I preti clericalizzano i laici e i laici ci pregano di essere clericalizzati… E’ proprio una complicità peccatrice”. E prosegue: “E pensare che potrebbe bastare il solo battesimo. Penso a quelle comunità cristiane in Giappone che erano rimaste senza sacerdoti per più di duecento anni. Quando tornarono i missionari li trovarono tutti battezzati, tutti validamente sposati per la chiesa, i loro defunti avevano avuto un funerale cattolico. La fede era rimasta intatta per i doni di grazia che avevano allietato la vita di questi laici che avevano ricevuto solo il battesimo e avevano vissuto la loro missione apostolica in virtù del loro battesimo. Non si deve aver paura di dipendere solo dalla Sua tenerezza”.
Adesso è chiaro perché ci dovete capire? Perché molti di noi di sinistra sono quelli che Karl Rahner definiva “cristiani anonimi”, siamo fuori dal perimetro della chiesa, però ne possiamo condividere idee e convinzioni. E questo – rassicuratevi – sempre per dirla con Rahner “non rende superfluo il cristianesimo esplicito, anzi lo reclama per la sua stessa essenza e per la sua specifica dinamica”. Allora tranquilli. Niente di male se il Papa piace a sinistra. Se piace ai laici, ai non credenti, agli atei e ai miscredenti. Abbiate un po’ di comprensione. Anche noi abbiamo bisogno di un padre che abbia fiducia in noi. Che poi sia santo, questo lo ammetto, è fatto che vi riguarda quasi esclusivamente.

mercoledì 9 ottobre 2013

Pasolini, Il soldato di Napoleone

Fabrice Del Dongo
Addio, addio Casarsa vado via per il mondo
Lascio il padre e la madre vado via con Napoleone
Addio vecchio paese, addio giovani amici
Napoleone chiama la meglio gioventù
Quando si alza il sole al primo chiaro del giorno
Vincenzo col suo cavallo di nascosto se ne è partito
Correva lungo il Tagliamento e quando suona mezzodì
Vincenzo si presenta a Napoleone

Come furono passati sette mesi sono in mezzo al ghiaccio
A conquistare la Russia perduti e abbandonati
Come furono passati sette giorni sono in mezzo al gelo
Della grande Polonia feriti e prigionieri
Spaventato il cavallo, fuggiva per la neve
E sopra aveva Vincenzo che ferito delirava
Gridava fermati cavallo, ferma, fermati ti prego
Che è ora che ti dia un mannello di fieno

Il cavallo si ferma e con l’occhio quieto e buono
Guarda il suo padrone che ormai muore di freddo
Vincenzo gli squarcia il ventre, la sua baionetta
E dentro vi ripara la vita che gli avanza
Susanna con suo padre passa di lì sul carro
E vede il giovincello nei visceri del cavallo
Salviamolo padre mio questo povero soldato
che muore nella Polonia caduto e abbandonato

Chi siete bel soldato venuto da lontano
Sono Colussi Vincenzo un giovane italiano
E voglio portarti via appena sarò guarito
Perché nel petto con gli occhi mi hai ferito
No, no che non vengo via perché mi sposo questa pasqua
No, no che non vengo via perché a pasqua sarò già morta
La domenica degli ulivi piangevano tutti e due
E l’uno e l’altra a piangere si vedevano di lontano

Il lunedì santo si vedono nell’orto
E si danno un bacio come due colombi
Il giovedì santo che nascono rose e fiori
Scappano dalla Polonia per saziare l’amore
La domenica di pasqua che tutto il mondo canta
Arrivano innamorati in terra di Francia
La domenica di pasqua che tutto il mondo canta
Arrivano innamorati in terra di Francia.


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Adio, adio, Ciasarsa, i vai via pal mond, 
mari e pari, iu lassi, vai cun Napoleon. 
Adio, veciu paìs, e cunpàins zovinùs, 
Napoleon al clama la miej zoventùt.»

Co al leva il soreli, al prin lusòur dal dì, 
Visèns cu’l so ciavàl di scundiòn l’è partìt. 
A ciavàl ch’al coreva, di lunc su il Tilimìnt 
pai magrèis di Codròip, pai boscùs di Ciamìn, 
e co a suna misdì, al soreli leòn, 
Visèns al si presenta a di Napoleon.  

Co son passàs siet mèis a son in miès la glas 
a conquistà li Rùssiis, pierdùs e bandunàs, 
co son passàs sièt dis a son in miès il zèil 
tali grandis Polòniis, firìs e prisonèirs.
Scaturlt il ciavàl par la nèif al s-ciampava 
e Visèns parsora che al savariava:
la nèif al la bagnava cu na ria di sanc, 
i vuj si iu platava cu la so rossa man.
«Fèrmiti, ciavàl, fèrmiti ti prej, 
ch’a è ora ch’i ti dedi una mana di fen.» 
Il ciavàl al si ferma e al vuarda ilso paròn, 
che ormai al mòur di frèit, cu’l vuli quièt e bon. 
«Sta fer, veciu, sta fer, che prin vuej bruschinàti 
schèn ch’i mòur di frèit, e i sedi disperàt.» 
Cu laso baionèta a ghi squarta la pensa 
e al met a tet li drenti la vita ch’a gli vansa. 
Susana cun so pari passa par li cu’l ciar 
e a jot il zuvinìn tai vìssars dal ciavàl. 
«Ali, pari, salvànlu chistu puòr soldàt 
ch’al mòur ta li Polòniis da duciu bandunàt.»
«Cui i seisu, soldàt, vignùt tant di lontàn?»
«I soi Visèns Colùs, un zovinùt taliàn: 
i vuèj puartati via ‘pena ch’i soj vuarìt, 
parsè che in tal sen i to vuj mi àn ferìt.» 
«No, no, ch’i no ven via, ch’i mi sposi sta Pasca, 
no, no, ch’i no ven via, sta Pasca i sarài muarta.» 
La Domènia uliva duciu doi a planzèvin, 
e un cun l’altri a planzi di lontàn si viodèvin. 
Di Lùnis sant si viòdin in te l’ort di scundiòn, 
e coma doi colomps a si dan un bussòn. 
Di Zòiba sant ch’a nàssin li rosis e i flòurs, 
s-ciàmpin da li Polòniis par passudà l’amòur. 
La Domènia di Pasca che dut il mond al cianta 
a rivin nemoràs ta la ciera di Fransa.

lunedì 7 ottobre 2013

Enrica Tesio, Rachid

Enrica Tesio
blog "In verità, vi spiego, sull'amore"
7 ottobre 2013

Rachid

Dico Rachid e chi è di Torino sa. Rachid è un’istituzione per tutti quelli che hanno frequentato Palazzo Nuovo e dintorni. E’ il fratello di Abdul, ma soprattutto di Said, il genio del marketing che per vendere più fazzoletti si inventò questa cosa fantastica di parlare piemontese. Un marocchino ambulante che si esprime come “l’articolato sistema di valori del pensionato torinese”… ancora ora mi sembra una trovata mica da poco.  Rachid è arrivato in Italia che era piccolo, una decina di anni, ma ne dimostrava meno. Andava in giro con i suoi fazzoletti e il suo parka, un po’ Kenny di South Park, un po’ protagonista di East is east, molto ma molto Momò di La vita davanti a sé. Ecco lui divenne il mio Momò. Ai tempi lavoravo come barista vicino all’Università e ci scegliemmo. Passavamo un sacco di tempo insieme, lo aiutavo a fare i compiti e lui mi teneva compagnia mentre pulivo le sale alla chiusura. Mi scriveva poesie con i congiuntivi tutti giusti, una la tengo ancora, dice che ho una voce dolce, “una voce di mamma”. 
 
Crescere a contatto con gli universitari fuoricorso lo dotò di una cultura postmoderna bizzarra e surreale. Se un elicottero volava su Via Verdi lui poteva guardarti e dire con la sua vocetta stridula “Amo l’odore di napalm la mattina”. Insomma, uno spasso. 
 
Oggi Rachid si laurea e sono davvero fiera di lui. Mi ha scritto un messaggio venerdì per darmi la notizia e mi è parso un bel modo di chiudere una settimana di buio e di vite perdute nelle onde del destino. 
So che quel pezzo di carta non vale molto di più dei fazzoletti che vende per strada, ma a me dà speranza. 


Commenti

MARCOLAVATAR Certo, è una bella storia, ma non trovate che Said e Abdul facciano quel lavoro da troppo tempo? Sono almeno 15 anni. E 15 anni per mettersi “in bianco” dovrebbero essere abbastanza, no? Io ho smesso di fargli offerte 10 anni fa per questo motivo.
ET io ho fatto la stessa cosa. Non voleva essere un’ode all’ambulante la mia… sia chiaro.

Massimo Recalcati, Una domanda latente di pausa

Massimo Recalcati
La  stanchezza dell'Occidente
la Repubblica, 6 ottobre 2013

L’esaurimento è una reazione alle sirene dell’edonismo esasperato che produce anche la precarietà sociale ed economica Il fenomeno nasce dal “principio di prestazione”, che costringe la vita a essere “produttiva” e l’individuo ad affermare se stesso. Recentemente il sociologo coreano Byung-Chul Han ha proposto l’immagine della stanchezza come chiave interpretativa della nostra epoca. Qualcosa si è esaurito, è scaduto, è divenuto privo di forza. In contrasto solo apparente con questa stanchezza di fondo il nostro tempo sembra sostenuto da una corrente eccitatoria permanente. Come intendere questa oscillazione bipolare tra frenesia e stanchezza? Tutti ci lamentiamo di come il tempo della nostra vita sia incostante accelerazione. Rocco Ronchi per definire questa tendenza ha evocato l’immagine della “mobilitazione generalizzata” con la quale Ernst Jünger aveva definito il tempo caotico della prima guerra mondiale. La nostra mobilitazione permanente non ha però come bussola la difesa del suolo, dell’identità, dei confini. Noi non abitiamo piuttosto il tempo della liquefazione di ogni identità, della contaminazione, della globalizzazione, della relativizzazione di tutti i confini?
Questo significa che l’attuale mobilitazione in cui tutti siamo coinvolti non ha un obbiettivo fuori dalla riproduzione di se medesima. Siamo tutti stanchi e al tempo stesso tutti mobilitati. Siamo bipolari, costretti a servire un principio di prestazione inflessibile e superegoico per poi riconoscerci esausti, sfiniti, senza più risorse. Questo paradosso lo indicava già Heidegger nella sua diagnosi del nichilismo occidentale: il nostro tempo è il tempo della riduzione del mondo a pura risorsa da sfruttare illimitatamente. In questo senso la nostra stanchezza rivela la verità dell’iperattivismo che non affligge solo le vite dei bambini occidentali ma, ben più radicalmente, la vita stessa dell’Occidente. La vita è esausta, spossata, afflitta da una stanchezza reattiva alle sirene dell’iperedonismo che, non dimentichiamolo, produce anche la precarietà sociale ed economica che è il vero volto dell’Occidente sotto la maschera della sua giostra maniacale. Marcuse aveva già messo in luce come il capitalismo avesse trasfigurato il principio freudiano di realtà nel principio di prestazione. Una nuova forma di alienazione si delineava: non solo quella relativa allo sfruttamento della forza lavoro – secondo lo schema marxista –, ma quella di una nuova forma di oppressione della vita costretta ad essere necessariamente produttiva, liberata dai vincoli oscurantisti della tradizione, ma asservita ad un nuovo padrone: la necessità della affermazione ad ogni costo della propria individualità. Ebbene, la stanchezza che ci affligge oggi non mostra forse il limite di questo mito antropologico? Non mostra la corda del sogno narcisistico di diventare padroni di noi stessi, di realizzare il nostro nome a prescindere da quello dell’Altro?
Facciamo due soli esempi. Il primo è quello del disagio giovanile che non si caratterizza più per il conflitto vitale tra le generazioni, ma per uno spegnimento del sentimento della vita. Al centro non è più il disagio tra la giovinezza che avanza le sue esigenze di trasformazione del mondo e l’ordine granitico dell’esistente, ma il disagio di un vita spenta, stanca, lontana dal desiderio. I sintomi attuali degli adolescenti che si rivolgono allo psicoanalista (violenza, alcoolismo, tossicomanie, dipendenza dall’oggetto tecnologico, anoressia, bulimia, isolamento, ecc.) hanno questa radice in comune: non scaturiscono più dalla dissonanza tra il desiderio e la realtà, ma da una specie di affaticamento del desiderio stesso. La vita che dovrebbe sbocciare nel tempo della sua primavera tende a contrarsi, a chiudersi su se stessa, a ripiegarsi. Questo movimento regressivo contrasta solo apparentemente con l’esaltazione maniacale di cui si nutre la nostra Civiltà poiché, in realtà, è solo l’altra faccia di quella medaglia.
Il secondo esempio riguarda uno dei grandi simboli dell’Occidente; è la stanchezza di Benedetto XVI che, sfinito, lascia il suo posto mostrando il volto umano del rappresentante ideale e normativo di Dio in terra. Cosa vi possiamo leggere? Non solo un dramma interno alla Chiesa Cattolica e alla necessità di un suo profondo rinnovamento. Esso rivela una stanchezza profonda nella vita di tutte le istituzioni che non sembra più in grado di essere animata da passioni profonde. Il senso religioso della vita e quello laico della polis sembrano entrambi esauriti. Si pensi solo alla stanchezza che avvolge la politica come tale. In questo tornante non è in gioco l’esperienza della perdita di tutti i valori, lo spettro minaccioso del nulla, della morte di Dio come accadde alle soglie del Novecento. Oggi quel grande smarrimento ontologico lascia il posto al frastuono della vita spensierata, all’homo felix dedito alla ricerca compulsiva della “sensazione”, prigioniera della idolatria degli oggetti, integralmente esteticizzata. Al centro non v’è più il nulla che minaccia l’essere, ma un troppo pieno che ottunde, un eccesso di presenza, una mancanza della mancanza, come direbbe Lacan.
Eppure questa ultima grande crisi economica mostra tutti i segni della gravissima patologia che affligge l’Occidente. Siamo in un punto di snodo: dobbiamo provare a leggere la stanchezza attuale dell’Occidente non solo come l’effetto di una disillusione fondamentale delle false promesse di felicità del capitalismo, ma anche come una domanda di un altro mondo possibile. L’uomo dell’Occidente è un uomo stanco della vita o di questa vita? Dovremmo provare a leggere in questa nostra stanchezza non solo una caduta depressiva della vita, ma anche l’esigenza di un’altra vita. Essa contiene già in sé una domanda latente di pausa, di sconnessione dalla connessione perpetua a cui siamo “obbligati”, contiene già una esigenza positiva di silenzio.

domenica 6 ottobre 2013

Il ritorno di un'icona operaia: Ken Parker

Alessandro Trevisani
Torna Ken Parker, l'icona operaia del fumetto italiano
Linkiesta, 3 ottobre 2013

Duri a morire, i fumetti. Nonostante la crisi della stampa, i nuovi linguaggi, internet, ebook, Playstation e bambini che a due anni “vanno via” di touch che è una bellezza. Disegni e balloons, teoricamente, non muoiono mai. Basta poco per farli, anche se è un’immensa, lenta fatica. E ci vuole ancora meno perché i personaggi che non c’erano più riprendano vita, magari dopo anni di assenza. Basta un pennino, in fondo, e la magia ricomincia. Quello che pubblichiamo è il primo disegno di Ken Parker dopo 15 anni di silenzio: lo firma Ivo Milazzo, che con lo sceneggiatore Giancarlo Berardi (noto anche per aver creato la detective Julia) ha deciso di riportare in scena lo scout (ma è stato anche cacciatore, cowboy e mille altre cose) che nel 1977 ha cambiato la storia del fumetto italiano da edicola. A partire da una storia inedita di dodici pagine, che verrà presentata a Lucca Comics and Games il prossimo 31 ottobre.
Omosessualità, lotta di classe, violenza di genere, ecologia: Ken Parker, che ha il volto di Robert Redford in Corvo rosso non avrai il mio scalpo, è, nello spirito sessantottesco dei suoi creatori, compagni di classe alle magistrali 50 anni fa, l’antitesi del pistolero tutto azione e niente pensieri. Coltiva il dubbio, la curiosità, il rispetto per chi è diverso. Sposa un’indiana e ne adotta il figlio, si sposta dall’Ovest all’Est, è di volta in volta con la legge contro la giustizia e con la giustizia contro la legge. E poi, da subito, mescola temi “alti” e citazioni letterarie e cinematografiche, in un intreccio agile di testi e disegni. Via le didascalie “texose” che dicono “Intanto” o “Nel frattempo...”: la tavola di Milazzo è come una macchina da presa, i personaggi sono attori, e il montaggio non ha bisogno di preamboli né di presentazioni. Tutta roba che ritroviamo di lì a un pugno d’anni in Dylan Dog, Magico Vento, Nick Raider, Nathan Never: la nidiata Bonelli degli anni ’80-’90, un incrocio prezioso tra fumetto d’autore e narrazione seriale.
Ken Parker va quindi in edicola per 59 numeri, fino al 1984, quando chiude per questioni di vendite e di gestione. “Resuscita” una prima volta in formato rivista, la Ken Parker Magazine, nel 1992. Poi torna con quattro speciali: l’ultimo è Faccia di rame, e data gennaio 1998, e oggi torna a farsi vivo in un portfolio con tanto di custodia. La storia, colori, chine e acquerello, è già un picolo totem, tirato in mille copie da un piccolo editore romano, Spazio Corto Maltese, e si intitola Canto di Natale: 12 pagine più l’illustrazione di copertina, dove lo scout ha i tratti più marcati del solito, l’aria stanca, invecchiata, mentre sorseggia una tazza di caffè fumante, all’adiaccio. Lo abbiamo lasciato nel 1998, in carcere per un delitto controverso: ha ucciso un poliziotto che stava sparando a una bambina, nel bel mezzo della repressione di uno sciopero, nella Boston di fine Ottocento. È stato quindi “buono” Ken, poi perseguitato nel nome della legge. Ma prima ancora è stato “cattivo”, si è infiltrato tra gli operai di una fabbrica per conto di un’agenzia investigativa al soldo di padroni senza scrupoli, ha fatto la spia ai compagni di lavoro più sindacalizzati, quelli che leggono Marx e si battono per uno stipendio un po’ più che da fame. Insomma, alla fine la realtà di Ken è come la nostra: tanti grigi, tanta confusione, tanto difficile. Forse per questo ce n’era ancora bisogno? Lo chiediamo al suo disegnatore, Ivo Milazzo.

L’INTERVISTA
Milazzo, torna Ken Parker. Emozioni? 
Tante. Lui per me è come un figlio.
Vi somigliate così tanto?
Ma sì, lui ha la mia postura, le mie espressioni. Alla fine, per queste cose, ridisegno me stesso, la mia gestualità.
Il vostro personaggio nasce in tempi drammatici (contestazione, terrorismo, austerity) e racconta tempi ancora più drammatici, tra guerre indiane e lotta di classe. Ma oggi, in quest’epoca farsesca dentro e fuori il Parlamento, il lirismo e l’impegno di Ken Parker non sono merce un po’ sprecata?
Gli italiani, in generale, fanno fatica a imparare dai loro errori. Ma ce ne sono ancora tanti interessati ai temi, alle emozioni che si rintracciano in Ken Parker. E noi, magari senza riferirci in modo esasperato all’attualità, questi temi continueremo a trattarli.
A Lucca portate 13 tavole in edizione deluxe. E poi? Si torna in edicola?
Ai lettori l’ho sempre detto: finché siamo vivi noi autori Ken lo vedrete di nuovo in giro, in edicola o in libreria. E queste 12 pagine, quest’occasione lucchese è l’aperitivo di un pasto che ci auguriamo succulento.
State trattando il ritorno in grande stile con un importante editore, giusto?
Non dico nulla fino a cose fatte. In questi 15 anni a volte Ken pareva dovesse tornare, poi non se ne faceva nulla, perché non ci arrivavano le proposte giuste. Così abbiamo preferito aspettare.
Ci racconta il pomeriggio o la serata in cui è nato Ken Parker?
Oddio, è passato troppo tempo, non me la ricordo! Posso dire che doveva essere una sola puntata (nella Collana Rodeo, ndr), poi a Bonelli piacque così tanto che ci propose di creare una serie. Accettammo con tutta la nostra incoscienza, con le nostre doti e soprattutto la voglia di raccontare storie.
Da 27 anni vediamo Ken Parker perseguitato per aver ucciso un poliziotto che stava sparando a una bimba. Per quanto tempo ancora lo vedremo braccato come Jean Valjean?
Francamente non so rispondere, e neppure voglio, o vi toglierei tutto il gusto. Diciamo che il gioco, adesso, è portarlo fuori da una situazione che non si merita.
Lei è stato un maestro di stile e di tecnica per molti fumettisti: ma i suoi maestri chi sono stati?
Tanti. Mi piace lo stile espressionista, il contrasto tra luci e ombre. Faccio un nome per tutti: Milton Caniff.
Perché Ken Parker piace al pubblico?
Piace a una fetta del pubblico. Il nostro più che altro è stato un successo di critica: Ken non ha mai avuto picchi di vendita clamorosi, se togliamo l’allegato uscito con La Repubblica dieci anni fa. Il suo segreto, se vogliamo, è quello di essere un personaggio “diverso”. E poi c’è un grande equilibrio narrativo tra chi scrive e chi disegna.
Che ne pensa della graphic novel? 
Direi che è un termine di moda per definire i fumetti. Ma è anche un’espressione che ha dato una mano a quest’arte: gli ha permesso di entrare in libreria, ha allargato la base di possibilità dei fumettisti.
Il sodalizio con Berardi nasce oltre 50 anni fa: come sono cambiati i vostri rapporti?
Dopo il 1998 ci siamo sentiti qualche volta. Insomma, non ci eravamo più frequentati come prima. Ma oggi la storia può continuare da dove si è interrotta.