lunedì 17 novembre 2014

Sulle orme di Proust. La ragazza con le rose rosse


Gabriella Bosco
Proust, alla ricerca della jeune fille perduta
Dai Cahiers in corso di pubblicazione affiora una misteriosa “ragazza con le rose rosse” il cui ricordo ossessionò a lungo lo scrittore
La francesista Mariolina Bertini ne ha seguito le tracce

La Stampa, 17 novembre 2014


Occhi brillanti, lunghe ciglia, incarnato purpureo. Con una scollatura di saporosa dolcezza messa in risalto da alcune rose rosse abilmente appuntate, la giovane donna andò verso di lui fingendo di volersi avvicinare al buffet e approfittò della calca per premergli addosso i seni. Il turbamento che il narratore della Recherche provò fu tale da ossessionarlo a lungo. «Volevo vivere soltanto per ritrovare quella ragazza, per conoscere la sua vita, la sua anima ignota, per entrare a farne parte».
Un episodio fugace, ma indelebile. Eppure non ne avremmo saputo niente se gli studiosi non fossero andati a cercare negli appunti preliminari, quelle lunghe note spesso frammentarie, discontinue, interrotte da considerazioni sull’opportunità di un certo passo strutturato in un modo invece che in un altro, per mettere a disposizione dei lettori anche il laboratorio della Recherche, cantiere che si protrae per ben 75 Cahiers: i quaderni sui quali Marcel Proust scriveva a penna, disteso a letto, gli avantesti del livre à venir. Un’infinità di pagine manoscritte, miniera inesauribile di elementi preziosi. Alcune parti erano già leggibili nell’edizione del capolavoro proustiano diretta da Jean-Yves Tadié per la «Bibliothèque de la Pléiade» Gallimard, ora di tutti i Cahiers è in corso l’edizione diplomatica per Brepols, affidata alle cure di un’équipe di eminenti specialisti. E Mariolina Bertini, la più attenta studiosa italiana di Proust, che in quel mare di pagine gode a trovare svelamenti, concordanze, inediti indizi, si è divertita a inseguire a sua volta, di cahier in cahier, le tracce persistenti della giovane donna. Ne è risultato un delizioso volumetto, La ragazza con le rose rosse, pubblicato dalla parmense Nuova Editrice Berti. Il libro raccoglie i brani dei quaderni in cui quelle tracce appaiono, tradotti in italiano dalla stessa curatrice.
L’immagine e l’audace avance della giovane misteriosa riaffiorano a più riprese nei Recherche. Lascia però di sé un’impronta profonda, di cui solo oggi possiamo cogliere a pieno le radici lontane. Lascia però di sé un’impronta profonda, di cui solo oggi possiamo cogliere a pieno le radici lontane.
Sin dal 1971 Maurice Bardèche, continuando l’esplorazione dei manoscritti proustiani iniziata vent’anni prima da Bernard de Fallois, aveva cominciato a tentare la ricostruzione della «preistoria» di Albertine e aveva notato come l’attrazione esercitata sul protagonista dalle jeunes filles fosse tra i temi originari dell’opera. Già nei primi abbozzi del 1909 il narratore è attratto e incuriosito a Querqueville (come all’epoca si chiamava la futura Balbec) da quella che gli appare come «una massa amorfa e deliziosa di bimbe, sorta di vaga costellazione, d’indistinta via lattea». Più avanti, spiega Mariolina Bertini, nella versione ancora lacunosa della Recherche che i proustiani chiamano «il romanzo del 1912», sono due le figure femminili oggetto di desiderio che s’impongono al centro dell’intreccio: da un lato la cameriera della baronessa Picpus (nel testo definitivo il nome diventerà Putbus) e dall’altro proprio lei, la «ragazza con le rose rosse» che sfiora con il seno sfrontato il narratore e poi scompare dalla sua vita come fosse stata un sogno. Entrambe svaniranno nel nulla quando prenderà corpo il personaggio ben più consistente di Albertine, ma a loro sarà spettato un ruolo capitale: quello d’introdurre nel mondo del narratore la tentazione più terribile e violenta, il desiderio erotico.
Bionda, alta e insolente con gli occhi azzurri e il corpo sinuoso la cameriera, proveniente da un passato di «contadinella viziosa» trascorso vicino a Combray dove si abbandonava a giochi proibiti con i ragazzini del luogo, personaggio a tutto tondo, dotato di una precisa storia personale; immagine momentanea, folgorante e inafferrabile al contrario la ragazza con le rose appuntate al seno. Ai poli opposti, le due, nell’estetica proustiana. Eppure intrecciate ad alimentarsi e annullarsi reciprocamente nella ricerca affannosa del protagonista. Tanto da assumere via via identità diverse, nelle fasi successive dei quaderni. Figure sfuggenti, certo, a monte delle quali, a furia di scavare, gli specialisti hanno creduto di poter riconoscere una ragazza in carne e ossa. Una jeune fille cui tra il marzo e il giugno del 1908, come rivela la corrispondenza, Proust desiderava insistentemente esser presentato. La presentazione avvenne poi, il 22 giugno, nella cornice del salotto Impero della principessa Murat. E l’incontro reale, era inevitabile, fu deludente. La «ragazza più bella» che avesse mai visto, scrisse Proust all’amico Albufera, «da vicino non mi è sembrata così bella: è un po’ irritante quando parla, e più civetta che amabile».
Ma questa, inutile dirlo, è un’altra storia.
Sì, perché la proterva e seducente ciclista Albertine dalle guance color geranio, che
spicca nel gruppo marino delle fanciulle in fiore offrendosi allo sguardo del protagonista in villeggiatura sulla spiaggia normanna di Balbec, ne è in qualche modo l’incarnazione d’arrivo. Albertine, scrive la curatrice, «destinata a diventare, insieme al barone di Charlus, la creatura di Proust più conosciuta e più amata. Infantile e misteriosa, ostinata e passiva, docile e sfuggente, apriva senza saperlo una lunga schiera di eroine novecentesche con le stesse caratteristiche, da Lolita, come lei prigioniera e fuggitiva, all’indolente Cecilia della Noia di Moravia». Un suggerimento critico illuminante.

Sin dal 1971 Maurice Bardèche, continuando l’esplorazione dei manoscritti proustiani iniziata vent’anni prima da Bernard de Fallois, aveva cominciato a tentare la ricostruzione della «preistoria» di Albertine e aveva notato come l’attrazione esercitata sul protagonista dalle jeunes filles fosse tra i temi originari dell’opera. Già nei primi
abbozzi del 1909 il narratore è attratto e incuriosito a Querqueville (come all’epoca si chiamava la futura Balbec) da quella che gli appare come «una massa amorfa e deliziosa di bimbe, sorta di vaga costellazione, d’indistinta via lattea». Più avanti, spiega Mariolina Bertini, nella versione ancora lacunosa della Recherche che i proustiani chiamano «il romanzo del 1912», sono due le figure femminili oggetto di desiderio che s’impongono al centro dell’intreccio: da un lato la cameriera della baronessa Picpus (nel testo definitivo il nome diventerà Putbus) e dall’altro proprio lei, la «ragazza con le rose rosse» che sfiora con il seno sfrontato il narratore e poi scompare dalla sua vita come fosse stata un sogno. Entrambe svaniranno nel nulla quando prenderà corpo il personaggio ben più consistente di Albertine, ma a loro sarà spettato un ruolo capitale: quello d’introdurre nel mondo del narratore la tentazione più terribile e violenta, il desiderio erotico.
Bionda, alta e insolente con gli occhi azzurri e il corpo sinuoso la cameriera, proveniente da un passato di «contadinella viziosa» trascorso vicino a Combray dove si abbandonava a giochi proibiti con i ragazzini del luogo, personaggio a tutto tondo, dotato di una precisa storia personale; immagine momentanea, folgorante e inafferrabile al contrario la ragazza con le rose appuntate al seno. Ai poli opposti, le due, nell’estetica proustiana. Eppure intrecciate ad alimentarsi e annullarsi reciprocamente nella ricerca affannosa del protagonista. Tanto da assumere via via identità diverse, nelle fasi successive dei quaderni. Figure sfuggenti, certo, a monte delle quali, a furia di scavare, gli specialisti hanno creduto di poter riconoscere una ragazza in carne e ossa. Una jeune fille cui tra il marzo e il giugno del 1908, come rivela la corrispondenza, Proust desiderava insistentemente esser presentato.
La presentazione avvenne poi, il 22 giugno, nella cornice del salotto Impero della principessa Murat. E l’incontro reale, era inevitabile, fu deludente. La «ragazza più bella» che avesse mai visto, scrisse Proust all’amico Albufera, «da vicino non mi è sembrata così bella: è un po’ irritante quando parla, e più civetta che amabile».
Ma questa, inutile dirlo, è un’altra storia.




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