lunedì 31 agosto 2015

Hugo van der Goes agli Uffizi


Hugo van der Goes (Gand, circa 1440 – Au­der­ghem, 1482)
Ado­ra­zione dei pa­stori alla pre­senza dei santi Tom­maso, An­to­nio Abate, Mar­ghe­rita e Mad­da­lena che pre­sen­tano la fa­mi­glia di Tom­maso Por­ti­nari (Trit­tico Por­ti­nari), 1477–1478, par­ti­co­lare, Fi­renze, Gal­le­ria de­gli Uf­fizi, olio su ta­vola, 253x586 cm.
Portinari, Tommaso. - Banchiere fiorentino (sec. 15º); stabilitosi in Fiandra, divenne il banchiere di Carlo il Temerario e poi dell'imperatore Massimiliano; fu uno dei grandi rettori delle filiali dei Medici a Bruges (intorno al 1455) e a Londra. Nel 1480 fu ambasciatore alla corte di Spagna. Commissionò a H. van der Goes il trittico conservato agli Uffizi (1476-78). (Treccani.it)
Tommaso Portinari e la moglie figurano nei due pannelli laterali del trittico. Sono inginocchiati. 











Il trit­tico ri­cor­dato da Va­sari come di “Hugo da An­versa”, venne rea­liz­zato nelle Fian­dre (pro­ba­bil­mente a Bru­ges) su com­mis­sione di Tom­maso Por­ti­nari e da lì in­viato via mare a Fi­renze dove giunse il 28 mag­gio 1483.

domenica 30 agosto 2015

I comunisti e gli altri nella Resistenza

Aldo Cazzullo
La Resistenza oltre i partigiani. Per una lettura non solo "rossa" 
Corriere della Sera, 23 giugno 2015



Attendevo con curiosità, avendo scritto un libro in difesa della Resistenza, la replica di Giampaolo Pansa, arrivata domenica dal suo Bestiario su «Libero». Curiosità dovuta al fatto che le critiche sono sempre più utili degli elogi, a maggior ragione quando provengono da un maestro di giornalismo. Oltretutto Pansa, cavallerescamente, ricorda la sera a Reggio Emilia in cui ci trovammo a fronteggiare gli energumeni venuti a impedire la presentazione del suo libro (Giampaolo tace i nomi dei colleghi che se la diedero a gambe; e anch’io taccio). Sulla Resistenza restiamo però in dissenso.

Il punto non è Piazzale Loreto. Fu un crimine: il corpo del nemico ucciso va sempre rispettato. La tesi su cui Pansa ironizza - il corpo di Mussolini fu esposto anche per comunicare a tutti, in epoca pre-televisiva, che il Duce era morto davvero e il fascismo davvero finito - non è mia, la cita Umberto Eco nel suo ultimo libro. Personalmente la trovo persuasiva. Tentare di capire il motivo di un fatto non significa giustificarlo; tanto meno può essere giustificato lo scempio che del corpo fu fatto.

Il punto è che Pansa, pur avendo intitolato una delle sue numerose autobiografie Il revisionista, pare fermo all’idea della Resistenza come «cosa di sinistra»: una guerra «combattuta tra due esigue minoranze»; e tra gli antifascisti quelli che contavano davvero erano i comunisti. « “La Resistenza è rossa” divenne lo slogan più urlato nelle celebrazioni del 25 aprile: in due parole descrivevano una realtà - sostiene Pansa -. Certo, la guerra partigiana non fu soltanto un affare dei comunisti. È una verità conosciuta da sempre». Forse conosciuta, ma a lungo taciuta, o passata in secondo piano. Invece è tempo di liberarsi dal senso comune della Resistenza sempre e solo rossa.

Intendiamoci: molti partigiani erano comunisti. Liquidarli come fanatici che volevano solo «fare dell’Italia un satellite di Mosca» è un’argomentazione perfetta per la polemica di oggi; ma all’epoca l’urgenza era scegliere da quale parte stare, con o contro i nazisti invasori. Molti comunisti diedero la vita. Molti tacquero sotto le torture. Altri ancora si macchiarono di crimini. In Possa il mio sangue servire ho dedicato un capitolo a Porzûs, dove partigiani comunisti uccidono partigiani «bianchi» delle brigate Osoppo: tra loro c’era Francesco De Gregori, lo zio del cantautore che ne porta il nome; e c’era Guido Pasolini, che prima di essere ammazzato scrive al fratello Pier Paolo per farsi mandare dalla madre un fazzoletto tricolore, perché vuole indossare quello e non «lo straccio rosso» (divenuto pudicamente in altri libri «lo straccio russo»); nel post-scriptum Guido chiede scusa al fratello, che sa essere bravissimo scrittore, perché non ha avuto tempo di rileggere la lettera, in quanto deve «salire in montagna immediatamente».

Non tutti i partigiani delle Garibaldi erano comunisti: molti erano ragazzi senza partito, che volevano sfuggire alla leva di Salò. Poi c’erano i partigiani cattolici, monarchici, socialisti, giellisti. Non era di sinistra Edgardo Sogno, che passò il resto della vita a combattere i comunisti, ma allora si batteva perché gli Alleati rifornissero anche i garibaldini, di cui riconosceva il valore. Non era di sinistra il generale Raffaele Cadorna (nipote del generale che prese Roma, figlio del comandante della Grande guerra), che si fece paracadutare con una gamba lesa nell’Italia occupata. Non era di sinistra Maggiorino Marcellin, il sergente degli alpini che in Val Chisone fronteggiò con mille uomini le SS e la Luftwaffe.
Non era di sinistra il colonnello Montezemolo, che guidò la Resistenza a Roma prima di essere torturato e ucciso alle Ardeatine. Non erano di sinistra i banchieri e gli industriali che per una volta portarono i soldi dalla Svizzera in Italia per sostenere la guerra di liberazione. Non erano di sinistra i tre carabinieri di Fiesole - Vittorio Marandola, Fulvio Sbarretti, Alberto La Rocca - che vanno a farsi ammazzare in una domenica di agosto, un pomeriggio pieno di sole, per salvare dieci ostaggi civili che non hanno mai conosciuto. Non era di sinistra don Ferrante Bagiardi, che quando vede fucilare 74 suoi parrocchiani sceglie di morire con loro dicendo: «Vi accompagno io davanti al Signore». Non era di sinistra suor Enrichetta Alfieri, che rischiò la vita per salvare i prigionieri dei fascisti a San Vittore: al processo di beatificazione testimoniarono due di loro, due pericolosi rivoluzionari: Indro Montanelli e Mike Bongiorno.

Il punto è che la Resistenza non è esaurita dalla guerra partigiana. Ci furono molti modi di dire no ai nazisti e ai loro collaboratori. Operai che scioperarono per boicottare la produzione bellica tedesca. Imprenditori che salvarono i loro operai dalla deportazione in Germania. Ferrovieri che rallentarono i treni per consentire ai deportati di saltare giù. Medici che firmarono certificati falsi pagando di persona. Francescani che aprirono i loro conventi agli ebrei. Contadini che non amavano i partigiani, ma fecero la scelta più rischiosa, accettando di aiutarli. E gli oltre 600 mila internati in Germania, che preferirono restare nei lager nazisti in condizioni drammatiche piuttosto che andare a Salò a combattere altri italiani. Quasi 90 mila militari morirono dopo l’8 settembre: i fucilati di Cefalonia, i bersaglieri che si batterono al fianco degli Alleati, e appunto le vittime dei lager. Di loro non si parla mai. È il momento di riconoscere che la Resistenza è patrimonio della nazione, non di una fazione.


venerdì 28 agosto 2015

Vedute insolite di Firenze

la cupola di Santa Maria del Fiore vista dalla biblioteca delle Oblate


la cupola vista dalla terrazza delle Oblate


















 





Vista del Duomo e della Torre da Boboli









terrazza degli Uffizi


Vista dalla terrazza degli Uffizi            





giovedì 27 agosto 2015

Lettera di Leopardi a Fanny

Roma, 6 agosto 1832


Cara Fanny, 


Vi scrivo dunque benché siate prossima a tornare; non più per dimandarvi le vostre nuove, maper ringraziarvi della gentile vostra di lunedì. Che abbiate gradito il mio desiderio di sentire della vostra salute, è conseguenza della vostra bontà.
Mi avete rallegrato molto dicendomi che state bene, e che i bagni vi giovano, e così alle bambine, io ne stava un poco in pensiero, perché i bagni di mare non mi paiono senza qualche pericolo. Ranieri è sempre a Bologna, e sempre occupato in quel suo amore, che lo fa per più lati infelice. E pure certamente l'amore e la morte sono le sole cose belle che ha il mondo, e le sole solissime degne di essere desiderate. Pensiamo, se l'amore fa l'uomo infelice, che faranno le altre cose che non sono nè belle nè degne dell'uomo. Ranieri da Bologna mi aveva chiesto più volte le vostre nuove: gli spedii la vostra letterina subito ierlaltro.
Addio, bella e graziosa Fanny. Appena ardisco pregarvi di comandarmi, sapendo che non posso nulla. Ma se, come si dice, il desiderio e la volontà danno valore, potete stimarmi attissimo ad ubbidirvi. Ricordatemi alle bambine, e credetemi sempre vostro.

Canti 
XXVII Amore e morte 

... Quando novellamente
Nasce nel cor profondo
Un amoroso affetto,
Languido e stanco insiem con esso in petto
Un desiderio di morir si sente:
Come, non so: ma tale
D'amor vero e possente è il primo effetto.
Forse gli occhi spaura
Allor questo deserto: a se la terra
Forse il mortale inabitabil fatta
Vede omai senza quella
Nova, sola, infinita
Felicità che il suo pensier figura:
Ma per cagion di lei grave procella
Presentendo in suo cor, brama quiete,
Brama raccorsi in porto
Dinanzi al fier disio,
Che già, rugghiando, intorno intorno oscura.


Mario Martone
il Giornale, 27 agosto 2015

Ci sono lettere che dicono poco, pur parlando molto. E altre che, pur parlando pochissimo, dicono tutto. Questa - così breve, così semplice - è la seconda delle uniche due conosciute, fra quelle che Leopardi scrisse alla donna di cui era (tacitamente) innamorato. Eppure ci dice ugualmente tutto di lui. E di lei. A quanto ne sappiamo Giacomo non ebbe mai il coraggio di manifestare apertamente il proprio amore a Fanny; se non chiamandola Aspasia, nelle poesie che compongono l'omonimo ciclo. E nelle quali lei non mostrò mai di riconoscersi. Eppure, come Cyrano de Bergerac soffiava i suoi «t'amo» a Rossana mettendoli in bocca all'amico Cristiano, così Giacomo faceva con Fanny, attraverso l'amico Ranieri. Lei sapeva di piacere a Lui; e non sospettava nulla dietro le gentilezze dell'Altro. Pur rimanendo lusingata dalle sue attenzioni e, ovviamente, ammirata dal suo genio. È mai possibile che non abbia compreso il gioco implicito in questo sfumato quanto ambiguo triangolo amoroso? Che fosse completamente sincera quando, dopo la morte del poeta, candidamente chiese a Ranieri «chi era Aspasia»? Non lo sapremo mai.
...

http://alfredodecclesia.blogspot.it/2014/10/le-lettere-damore-piu-bellegiacomo.html


lunedì 24 agosto 2015

La Chiesa, Salvini e la politica

Ilvo Diamanti

...la  Chiesa ha smesso da tempo di orientare le scelte politiche degli italiani. Non solo perché in Italia quasi tutti si dicono cattolici, ma a messa ci va, regolarmente, circa un italiano su quattro. Non 8 su 10, come negli anni Cinquanta. Ma perché gli stessi cattolici praticanti si distribuiscono, senza grandi differenze, fra schieramenti e partiti. Presso gli elettori della Lega, la pratica religiosa è coerente e quasi aderente a quella della popolazione. Mentre in origine la Lega era la Chiesa dei "cattolici non praticanti". Quelli che andavano a messa solo in poche occasioni. Pasqua, Natale. Matrimoni e funerali. Oggi però non c'è più il partito "dei" cattolici. Ma neppure un partito "di" (soli) cattolici. Come Arturo Parisi definiva la Dc degli anni Ottanta. I cattolici, praticanti, tiepidi e indifferenti, non hanno più appartenenze. Semmai, si distinguono per un maggior grado di incertezza e distacco. Dai partiti e dal voto. La Chiesa, anche per questo, oggi  -  e da tempo  -  agisce autonomamente, a tutela dei propri valori e - ovviamente - dei propri interessi. Così la Lega la incalza, la contesta. Le fa concorrenza. In ambito nazionale e locale. La Lega di Salvini. La "vera" Chiesa dei "veri" italiani. Che si illudono di fermare il tempo e di chiudersi entro i propri confini. Perché tutto il mondo è paese. Se riusciamo a presidiare i muri che difendono il "nostro" paese dal mondo.

domenica 23 agosto 2015

Quel che rimane della festa




Roger Caillois è, sul tema della festa, l'autore centrale. La lezione di Durkheim è in lui tutt'altro che rimossa: "La festa, il dilapidare i beni accumulati durante un lungo intermezzo, la sregolatezza divenuta regola, ogni norma capovolta dalla presenza contagiosa delle maschere fanno della vertigine collettiva il punto culminante e aggregante dell'esistenza pubblica". Ma poi continua: "Essa appare come il fondamento ultimo di una società per il resto poco consistente. Rafforza una coesione fragile che, squallida e di modesta portata, sussisterebbe con una qualche difficoltà se non ci fosse questa esplosione periodica che avvicina, riunisce e fa comunicare fra loro individui assorbiti, per il resto del tempo, dalle preoccupazioni domestiche e da cure esclusivamente private" (v. Caillois, 1967²; tr. it., p. 106). L''eccesso' rinnova, sostiene Caillois, che rievoca il modello delle società arcaiche, la cui forza di coesione sociale nella presente società è andata smarrita.(Paolo Apolito, Treccani.it)




Donatella Di Cesare
dialogo con Vinicio Capossela, Il Corriere La Lettura 23 agosto 2015


Festeggiare è un’arte. Se nell’antichità la festa era ben nota, nel nostro mondo appare sempre più lontana e irraggiungibile. Non è difficile intuire perché. La festa è il tempo della liberazione a cui tutti sono chiamati — nessuno escluso. Di più: la festa è comunità, anzi, è la rappresentazione della comunità nella sua forma più completa e elevata. Solo quando la comunità si riunisce, quando si raccoglie, la festa può essere celebrata. Perciò la festa è un’opera d’arte che è comune e che accomuna. È come quando si danza in un cerchio prendendosi per mano. Così la comunità si ricostituisce festeggiando. Supera l’isolamento, l’estraneità, le divisioni prodotte dal lavoro, i conflitti della quotidianità. Ecco perché la festa è sospensione del lavoro, ingresso di un tempo altro. Vale, però, anche l’inverso: dove non c’è festa, dove non si sa più festeggiare, non può costituirsi neppure una comunità. Il nostro disincanto ci fa provare una intensa, acuta nostalgia per la festa, per la comunità, per un tempo in cui intrattenerci. Ma forse è possibile un nuovo incantamento…


... La festa per me non è l’ebbrezza dei riti dionisiaci o dei saturnali romani. Piuttosto è la sospensione sabbatica, l’inoperosità, uno stato di eccezione. Non si contrappone ai giorni lavorativi, ne costituisce il compimento. Karl Kerényi, un grande storico delle religioni e dei miti, ha parlato della perdita della festa, che caratterizza la modernità, e l’ha paragonata alla condizione di chi danza senza ascoltare più la musica. Si continua a danzare nel frastuono, coprendo anche la perdita della musica. Festa e musica richiedono cadenza armonica, procedono con ritmo comune, dischiudono un altro tempo, il tempo dell’altro.


... Non c’è festa senza ricordo. Senza un passato che torna, nella musica, ma anche nei gesti, nelle parole, nella celebrazione della festa. Ecco perché festeggiare vuol dire anche saper celebrare e commemorare. La comunità si estende a quelli che non ci sono più, ai «molti» che ci hanno tramandato note e sillabe per la festa del nostro presente. 



... Non sorprende che per alcuni filosofi sia la festa a fondare la storia — non viceversa. Perché è l’incontro fra generazioni in cui rinasce e si rinsalda la comunità. Irrompe un tempo altro, in cui il più remoto passato viene ripreso per guardare al futuro. Perciò la festa ha un tratto utopico. È un assaggio dell’avvenire. 



... La festa è l’interruzione del presente, che domina incontrastato le nostre vite. È tempo pieno, tempo celebrato nella inoperosità festiva che invita a trattenersi, a indugiare, a partecipare. La festa è condivisione in cui non si resta spettatori, ma si viene coinvolti e innalzati a una nuova verticalità. 

 

sabato 22 agosto 2015

Paolo Uccello, il corpo del guerriero caduto

La storia dell'arte raccontata da E. H. Gombrich
Torino, Einaudi 1966
traduzione di Maria Luisa Spaziani e Livia Moscone



Paolo Uccello (1397-1475)

... Il suo maggior vanto fu probabilmente la figura del guerriero caduto, steso a terra, la cui rappresentazione prospettica dovette offrire parecchie difficoltà. Mai una figura consimile era stata precedentemente dipinta, e per quanto sia troppo piccola rispetto alle altre, è facile immaginare l'impressione che suscitò.

La battaglia di San Romano, Londra, particolare
http://storiedarte.blogspot.nl/?view=classic

... potremmo immaginare di farci accompagnare da lui,  sottobraccio a Paolo, a Londra.
Scopriremmo insieme, allora, nel pannello che ora  si trova lì, che l’errore di collocazione prospettica  del guerriero morto in primo piano  è così  palese  per la semplice ragione che è voluto. 
Perché, ci dice Paolo  “Con questo errore insinuo nei riguardanti il sospetto  che la morte riduce gli uomini… a poveri fantocci non solo fuori del tempo ma dello spazio“. 


 ***
Giovanni Carpinelli 

Realista o surrealista, Paolo Uccello? L'una e l'altra cosa, probabilmente. Nel caso del guerriero caduto l'effetto di realtà è notevole. Non tanto o non solo per la prospettiva. Il soldato è schiacciato contro la terra in un modo che va oltre l'abbandono del dormiente. Aderisce al suolo, è un oggetto inerte ormai. Questo osservavano al tempo della prima guerra mondiale i testimoni in casi del genere. Quel sonno simulato dall'abbandono era fin troppo perfetto per essere tale, era altro. 
  Pittura metafisica che mette in scena manichini senza pathos - è stato detto. A ben vedere, l'immagine racconta un'altra storia rispetto al resto del quadro. E' come avvolta nell'indifferenza. Sta qui il pathos. 


 

giovedì 20 agosto 2015

Quando correre è come star fermi

Lewis Carroll
Attraverso lo specchio 
Istituto Editoriale Italiano, 1914 [1871]
Il traduttore - non indicato - potrebbe essere Silvio Spaventa Filippi 

... Proprio in quel momento, chi sa come, cominciarono a correre.
Alice non potè mai capire, ripensandoci dopo, come avesse cominciato: tutto ciò che ricordava si era che correvano l'una dietro l'altra, tenendosi per mano, e che la Regina andava così veloce che ella stentava a mantenere lo stesso passo; e pure la Regina continuava a strillare: «Più presto, più presto!» ma Alice non poteva andare più presto, e non aveva più un filo di fiato per dirlo.
E il più strano si era che gli alberi e tutti gli altri oggetti d'intorno non cambiavan mai di posto: per quanto veloci esse andassero, non si lasciavan dietro mai niente: «Forse tutte le cose si muovono con noi...» diceva tra sè Alice, non sapendo che pensare. E la Regina pareva indovinasse i suoi pensieri, perchè gridava: «Più presto! Non tentar di parlare!»
Non che Alice avesse l'intenzione di farlo.
Le era rimasto così poco fiato, che non sapeva se avrebbe mai potuto riparlar più: e la Regina gridava: «Più presto! più presto!» e se la trascinava appresso.
- Siamo arrivate? - potè finalmente domandare Alice, con un soffio.
- Arrivate? - rispose la Regina. - Ci siamo passate dieci minuti fa. Più presto!
E corsero per qualche tempo in silenzio, col vento che soffiava nelle orecchie di Alice, dandole la sensazione di strapparle i capelli.
- Su! su! - gridava la Regina. - Più presto! più presto!
E andavano così veloci che finalmente parve traversassero l'aria a volo, sfiorando a pena coi piedi il suolo, finchè improvvisamente, nell'istante che Alice si sentiva assolutamente esausta, si fermarono, ed ella si trovò seduta senza respiro in terra e con la testa che le girava.
La Regina l'adagiò contro un albero, e cortesemente le disse:
- Ora puoi riposarti un poco.
Alice si guardò intorno, sorpresa.
- Ma mi pare che in tutto questo tempo non ci siamo mosse da quest'albero. Non c'è nulla di cambiato in questo luogo.
- È naturale, - disse la Regina; - che cosa avresti voluto?
- Ma nel nostro paese, - disse Alice, che ancora ansava un poco, - generalmente si arriva altrove... dopo che si è corso tanto tempo come abbiamo fatto noi.
- Che razza di paese! - disse la Regina. Qui invece, per quanto si possa correre si rimane sempre allo stesso punto. Se si vuole andare in qualche altra parte, si deve correre almeno con una velocità doppia della nostra.

martedì 18 agosto 2015

Il significato del velo islamico





Khaled Fouad Allam
La legge del Corano non impone il velo 
la Repubblica, 22 gennaio 2004


Storicamente, lo hijab non ha mai rappresentato un dogma nell'islam, un'obbligazione giuridica o un simbolo religioso, anche se oggi lo si vuol far passare come tale.

I giuristi dell'islam classico - quelli all'origine della formulazione del diritto musulmano per le quattro grandi scuole giuridiche dell'islam - non hanno mai teorizzato sul velo. Il celebre giurista Qayrawin, morto nel 996, fondatore dell'università teologica di Fez in Marocco, parla del velo soltanto in riferimento alla preghiera rituale, quando le donne si recano in moschea per la preghiera del venerdì: e la parola che usa è khimar, un velo che copre la donna dalla testa ai piedi. Egli non usa mai la parola hijab; lo stesso avviene per gli altri autori di quel periodo.

Tutto ciò ha una ragione. Nel periodo dell'islam classico i giuristi non avvertono il bisogno di costruire sul velo una teoria del diritto, semplicemente perché l'universo medievale della donna è un universo di clausura: essa non esce di casa, la sua vita si svolge entro il perimetro dello spazio privato, e quando, molto raramente, esce, lo deve fare con l'autorizzazione di una figura maschile - il padre, il marito o i fratelli - e per motivi eccezionali come cerimonie o pellegrinaggi.

Lo hijab è un'invenzione del XIV secolo e non ha un effettivo fondamento nel testo coranico. Nel Corano la parola hijab, che deriva dalla radice hjb, non indica un oggetto ma un'azione: quella di velarsi, di tirare una tenda, di creare un'opacità che impedisca lo sguardo indiscreto.

Il passaggio della parola hijab dall´indicare un'azione all´indicare un oggetto avviene nel XIV secolo con il giurista Ibn Taymiyya. Egli è il primo ad utilizzare la parola hijab per riferirsi al velo in quanto oggetto, un velo che distingue le donne musulmane dalle non musulmane: esso diventa segno distintivo dell'identità e dell'appartenenza.

Ibn Taymiyya afferma che la donna libera ha l'obbligo di velarsi, mentre la schiava non è obbligata a farlo. Egli giustifica queste affermazioni basandosi su una interpretazione massimalista del versetto 31 della sura 24 del Corano, traendo da una frase dal contenuto generico un'affermazione di principio, cui inoltre attribuisce valore normativo. Ma tutto ciò, è bene sottolinearlo, rimane un'interpretazione. Un'interpretazione che inventa una norma.

Questo mutamento linguistico e sociale rappresenta il sintomo di una crisi in seno al mondo musulmano del XIV secolo: la fine dei grand i imperi dell'islam e l'invasione di Baghdad ad opera di un popolo ad esso estraneo, i mongoli di Gengis Khan. La umma, la comunità dei credenti, deve quindi confrontarsi e scontrarsi con ciò che ora chiamiamo un principio d'alterità; essa si pone il problema - che si ripropone oggi - di come essere musulmani in una società dominata da non musulmani. Il velo manifesta la reazione difensiva di una comunità, che enfatizza le regole giuridiche non per creare spazi di libertà, bensì per istituire un controllo: un controllo dell'islam su se stesso.

Non è quindi un caso che la figura di Ibn Taymiyya (morto nel 1328) rappresenti uno dei punti di riferimento dell'odierno discorso neofondamentalista.

Ma il decisivo mutamento semantico e giuridico nella questione dello hijab avviene nel XX secolo, soprattutto nella seconda metà. Nei paesi musulmani, dopo la fase di decolonizzazione, i processi di modernizzazione mettono in crisi le strutture tradizionali delle società. Appaiono due fenomeni inediti: con l'alfabetizzazione di massa, le donne accedono alla scuola; e accedono al mondo del lavoro, escono di casa, il loro universo di riferimento diventa anche il mondo esterno.

Di fronte a una tale trasformazione sociale, molti esegeti dell'islam reagiscono in modo neoconservatore, inventando un apparato giuridico che legittima e prescrive l'uso dello hijab. Il velo diventa così segno distintivo dell'identità islamica e della separazione fra i sessi. L'introduzione del velo nello spazio pubblico favorisce infatti la costruzione di una frontiera di genere che oggi non si limita al velo ma investe in alcuni paesi anche una divisione negli spazi e nei trasporti pubblici (alcuni architetti di tendenza neofondamentalista hanno immaginato persino ascensori separati per uomini e donne); lo spazio pubblico, anziché sancire un principio di uguaglianza, enfatizza quindi la discriminazione fra i sessi.

Tutti questi mutamenti nell'uso e nella pratica del velo si innestano però su quella che è una costante nella prassi delle società musulmane: la dicotomia fra puro e impuro, e il divieto come fondamento della norma nell'islam.

Il frequente sottolineare, nei testi sacri, che la donna non deve fare nulla per guardare e per farsi guardare, che deve nascondere le sue forme, ha fatto sì che nell'inconscio collettivo musulmano la femminilità sia associata al desiderio, in modo che il sesso femminile diviene sinonimo di caos, di disordine; su di esso incombe sempre il rischio dell'impurità. A ragione del suo ruolo riproduttivo la donna è investita di un certo carattere sacrale: perciò trasgredire il divieto - vale a dire mostrarsi - significa contaminare la purezza originaria.

Questo tabù definisce una società puritana e articola un sistema giuridico di controllo. Le società musulmane sono ossessionate dalla questione dell'impurità; e il velo tende simbolicamente a preservare le frontiere fra puro e impuro.

Il velo assume oggi il significato di un'identità in crisi: oltre a esprimere un malessere generalizzato nelle società islamiche, esso occulta il loro cambiamento e ne esacerba le paure. Chi lo indossa, soprattutto in occidente, lo fa per coercizione, per condizionamento, per rivendicazione o per libera scelta. Le letture possibili sono molte, ma tutte rimandano a una serie di conflitti irrisolti: il conflitto fra islam e occidente, il conflitto dell'islam con se stesso, il conflitto fra diritto e cultura.

https://palomarblog.wordpress.com/2015/08/18/arundhati-roy-sul-burqa/


domenica 16 agosto 2015

Il Che, Mantegna e Rembrandt

i drammatici scatti di Freddy Alborta al cadavere del comandante esibito dai militari boliviani sono stati paragonati, non a torto, alla Lezione di anatomia di Rembrandt e al Cristo morto del Mantegna
(Michele Smargiassi)
... nel mio padiglione ideale potrei mettere una sola opera, il Cristo morto del Mantegna e accanto la foto di Che Guevara sul letto di morte». (Vittorio Sgarbi)

https://vimeo.com/66963171























sabato 15 agosto 2015

Saba, gli italiani e il fratricidio


Umberto Saba 
Scorciatoie e Raccontini 
Genova, il melangolo 1993 (1946) 

STORIA D'ITALIA Vi siete mai chiesti perché l’Italia non ha avuto, in tutta la sua storia – da Roma ad oggi – una sola vera rivoluzione? La risposta – chiave che apre molte porte – è forse la storia d’Italia in poche righe.
Gli italiani non sono parricidi; sono fratricidi. Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, Badoglio e Graziani. “Combatteremo – fece stampare quest’ultimo in un suo manifesto – fratelli contro fratelli”. (Favorito, non determinato, dalle circostanze, fu un grido del cuore, il grido di uno che – diventato chiaro a se stesso – finalmente si sfoghi.) Gli italiani sono l’unico popolo (credo) che abbiano, alla base della loro storia (o della loro leggenda) un fratricidio. Ed è solo col parricidio (uccisione del vecchio) che si inizia una rivoluzione.
Gli italiani vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli.




giovedì 13 agosto 2015

Cavour pragmatico e lungimirante

Il 10 agosto Cavour festeggiava il suo compleanno, era nato a Torino nel 1810.

Giuliano Procacci
Storia degli italiani
Laterza, Bari 1968

Augusto_Rivalta_Camillo_Cavour_low

Saliva al potere l’uomo al cui nome è legata la realizzazione dell’unità d’Italia, una tra le poche figure della storia italiana passata ai posteri con il fascino del vincitore e non con quello del vinto. Cadetto di una famiglia di vecchia nobiltà e indirizzato dal padre alla carriera militare, egli l’aveva ben presto abbandonata per una vita di viaggi, di affari, di speculazioni, di studi e di amori, e per dedicarsi in età più matura alla politica. In una società in cui molti erano gli aristocratici taccagnamente imborghesiti e molti i borghesi che ostentavano pose nobiliari, egli possedeva al tempo stesso tutte le virtù del borghese e tutte le virtù dell’aristocratico: l’irrequietezza intellettuale e l’abitudine al comando, il gusto di far denaro e quello di spenderlo, la freschezza di energie di una nuova classe sociale e lo stile di una vecchia. Di orientamenti politici moderati, alieno da ogni simpatia verso la rivoluzione e il romanticismo politico dei mazziniani, egli si rese conto peraltro della impossibilità di governare contro le diffuse aspirazioni democratiche fermentanti nei ceti borghesi e piccolo-borghesi e, prima ancora di assumere le redini del gabinetto, si assicurò una sicura maggioranza nel Parlamento, stringendo un’alleanza (il cosiddetto «connubio») con le correnti più moderate della sinistra e con il loro esponente più in vista, Urbano Rattazzi. Essendosi in tal modo garantito contro l’impazienza dei mazziniani e le nostalgie retrive dei «municipali» della corte, poté svolgere con relativa tranquillità il programma di liberalizzazione e di ammodernamento della società piemontese che aveva in mente. Innanzitutto nel campo economico: da buon lettore di Adam Smith e da imprenditore agricolo illuminato e intraprendente quale egli era, il Cavour nutriva una concezione dello sviluppo economico essenzialmente liberista. La via del rinnovamento della società piemontese passava a suo giudizio attraverso la vittoria delle tendenze mercantili e capitalistiche già operanti in essa e questa a sua volta aveva per presupposto una radicale e tonificante liberalizzazione del mercato e l’inserimento pieno del Piemonte nel grande circuitodell’economia europea. Profondamente convinto della giustezza e della fecondità di questa prospettiva di sviluppo economico, il Cavour, già nei diciotto mesi durante i quali aveva occupato la carica di ministro dell’Agricoltura, aveva stipulato una serie di trattati commerciali – con la Francia, con l’Inghilterra, con il Belgio, con l’Austria tutti improntati a un pronunciato liberismo.
… La nozione di un Cavour diplomatico e “tessitore” paziente della lunga tela dell’Unità d’Italia è tra le più correnti. Sarebbe però errato interpretarla nel senso che sin dagli inizi lo statista piemontese avesse chiaro davanti agli occhi quell’obiettiva dell’unità d’Italia che egli effettivamente raggiunse e che il suo lavorio diplomatico fosse tutto in funzione di questo grande fine. In realtà … fino a una data assai avanzata, il Cavour consideròl’unità d’Italia sotto casa Savoia un obiettivo praticamente irrealizzabile e la sua abilità non consistette nell’inflessibilità di colui che sa attendere che le situazioni maturino e le giornate decisive giungano una buona volta, quanto nell’empirismo di colui che sa ricavare dalle situazioni e dalle contingenze che via via gli si presentano il massimo di risultati.

http://www.recensionidistoria.net/recensione4.html
http://www.reset.it/articolo/cavour-e-linterpretazione-del-risorgimento


cavour01g

mercoledì 12 agosto 2015

Il racconto del mugnaio. Alison

Geoffrey Chaucer
I racconti di Canterbury
a cura di Ermanno Barisone,
Mondadori, Milano 1991, pp. 71-82.





Il falegname aveva da poco sposato una donna che amava più della propria vita e che aveva diciott’anni. Gelosissimo, la teneva chiusa stretta in gabbia, perché lei era una giovane scavezzacollo, mentre lui era vecchio e temeva di restar cornuto. Balordo di mente com’era, non conosceva di sicuro Catone, il quale dice che bisogna sposarsi fra pari e che sposandosi bisogna tener conto delle proprie condizioni giacché spesso gioventù e vecchiaia non si combinano. Ma ormai c’era cascato, e doveva perciò sopportare i propri guai, come fanno tutti.
Bella era la mogliettina, con il corpo snello e agile come un furetto. Portava una cintura a strisce, tutta di seta, e sui fianchi un grembiule pieghettato, bianco come il latte fresco del mattino. Anche la sua camicetta era bianca, e tutta ricamata, davanti e dietro e intorno al colletto, di seta nera come il carbone, sia all’interno che all’esterno. Le orlature della sua cuffia bianca erano della stessa foggia del colletto, con un grosso fiocco di seta bello alto. Certo aveva l’occhio vanerello, con due sopracciglia sottili e ben speluzzate, inarcate e nere come una prugnola. A vederla, era più gaia d’un giovane pero in fiore e più morbida della lana d’un agnello. Le pendeva dalla cintura una borsa di cuoio, con tasselli di seta e palline d’ottone che sembravano perle. Nessuno al mondo, neanche a cercare da tutte le parti, avrebbe mai potuto immaginarsi una pupa così graziosa o una donnina come quella.
La sua carnagione era più splendente della moneta uscita fresca fresca dal conio della Torre.
In quanto a voce, la sua era acuta e armoniosa come quella d’una rondine posata sul granaio. E inoltre sgambettava e giocava come un capriolo o una manzetta che corre dietro alla madre. Aveva la bocca dolce come il rosolio o il miele, oppure come le mele distese sul fieno o nella paglia. Era bizzosa come una vispa cavallina, lunga come un albero maestro e dritta come un fuso. Portava in basso sul colletto una spilla grossa come la borchia d’uno scudo; le scarpe affibbiate in alto lungo la gamba. Insomma era una mammola, una pupillina, degna di stare nel letto d’un signore e di sposare un ricco possidente.




















°°°

All'idealizzata astrazione del racconto del Cavaliere si contrappone, con quello del Mugnaio ubriaco, un naturalismo d'eccezionale forza e vitalità. Si tratta d'un racconto del genere dei fabliaux, che narra ancora l'amore di due uomini (Nicola e Assalonne) per la stessa donna (Alice), ma alla rarefatta passione cortese si sostituisce una viva animalitá, accompagnata dal gusto della beffa contro il solito marito geloso. La scena si restringe, e dall'esotismo del mondo cavalleresco si passa all'ambiente domestico d'un borgo. Le immagini diventano solide e prosaiche, l'azione puramente fisica. Ambiente e personaggi, tempo e spazio, tutto è accuratamente precisato nei dettagli più impietosi, e ogni dettaglio concorre con perfetta funzionalitá all'effetto della beffa finale.
Letteratura europea Utet

martedì 11 agosto 2015

La risposta di Cuperlo a Staino






Caro Sergio,

non sono di gomma. Linguaggio e asprezza del giudizio lasciano il segno. Per parte mia fatico nell’accordarmi a toni che non siano di rispetto e conservo l’affetto per un’amicizia da non bruciare malgrado tutto. Se l’occasione serve a chiarire degli snodi è giusto farlo, ciascuno per come sa e come vuole. Sul passato. È vero, ho detto per tempo che la realtà di adesso è anche figlia degli errori di prima. L’ho affermato – un paio di volte c’eri pure tu – e l’ho fatto con qualche costo sul piano umano che per me conta. Ma era serio non rimuovere perché non pianti nulla nel futuro se non sei altro dal passato.
Con la stessa sincerità trovo sbagliato datare la nascita del mondo a stamane e sbianchettare la storia. Hai citato Gramsci. Ecco, lui il legame che motiva il flusso delle generazioni lo ha spiegato in modo mirabile. Sull’oggi. Non ho da difendere nulla perché non è indietro che voglio tornare. Fino dal giorno dopo la vittoria di Renzi non ci siamo tirati fuori. Ricordo la scelta fatta allora, stare nel nuovo con un punto di vista e la coerenza di una sinistra anch’essa da ripensare. Non bastava contentarsi del già visto e neanche salvarsi la coscienza con una casacca di corrente o qualche incarico. Da lì anche la scelta di vincolare il temine Sinistra a un campo aperto e tutto da arare. Lo abbiamo fatto quando quella parola – sinistra – a molti pareva polverosa e in diversi amici e compagni prendevano altre strade.
Oggi mi pare che anche quella liquidazione appaia meno scontata. Si torna a cercare, forse anche sospinti dal dramma dell’Europa. Ma al netto di questo sono io a dirti che una svolta serve e che in questi mesi non siamo riusciti a fare ciò che sarebbe stato necessario. Penso però che i nostri limiti non siano quelli indicati da te. Credo non sia stato un errore dire la nostra quando si battezzavano come riforme scelte che in altri tempi e fatte dai nostri avversari avremmo definito strappi irricevibili. O affermare che la legge elettorale non si vota ponendo la fiducia. Il limite invece è non essere riusciti a raccontare e far vivere un’altra idea di democrazia, economia, diritti. Quella che dovrebbe orientare la bussola di una sinistra in Europa e oltre i suoi confini. Il limite è stato lasciare l’impressione di una sinistra del Pd intristita e aggrovigliata in rivalse o rimpianti. Ma questo, forse lo sai, non è il sentimento mio e di tanti. Ed è la ragione per cui, oltre al dispiacere, l’uscita di persone care mi preoccupa. È perché quegli abbandoni non mi paiono, come sembra a te, riflessi di egoismi antichi. La via dell’uscita di quelle biografie per me è un segno che riguarda il Pd tutto.
Sai il punto qual è? Che la combinazione tra alcune scelte di una maggioranza a volte senza pudori e le nostre difficoltà ha finito con il ridurre la fiducia di tanti. Quelli che non ci hanno votato più. O che non si sono più iscritti. O che senza poterlo dire dalle colonne di un giornale o al microfono di una tv semplicemente si son fatti di lato, magari dopo una vita spesa a stare dalla parte giusta. E però vedi Sergio, fa differenza poter difendere le proprie ragioni col potere della maggioranza, del governo, del partito, o farlo con la voce di chi, come nel mio caso, sceglie comunque di non brandire mai l’ascia di guerra e toni incendiari. Fosse solo per questo io non potrei mai paragonare le tue critiche a Berlusconi a quelle che farei o non farei a Renzi. Per il fatto banale che non ho mai paragonato Berlusconi a Renzi. E per il fatto ancora più sensato che non ho contestato al leader del Pd il ruolo che ricopre. Conteso sì, ci ho provato. Contestato no. E dunque il mio problema non è far cadere il governo che sostengo. Il mio problema è quale Paese abbiamo in mente. E la domanda riguarda le ragioni di un partito e la sua natura. Ciò che sei, chi vuoi rappresentare e come provi a spendere la tua forza e il consenso che aggreghi. Renzi ha vinto il congresso? Di più, lo ha stravinto. Su quella base lui guida l’Italia e il Pd. Potrei dire che non ha vinto le primarie anticipando che sotterrava l’articolo 18, anzi diceva l’opposto, e neppure che cambiava la scuola nel modo che una maggioranza contrasta. Su questo mi inviti a stare tra la gente. Per quanto posso capire a contestare quella riforma non sono vecchie corporazioni ma seicentomila docenti che aderiscono a uno sciopero. Merita ascoltare anche loro? Ma ti dicevo che il mio problema è cosa lasceremo in dote. E su questo la vedo così.
La strategia del Pd per guidare l’Italia fuori dalla crisi peggiore della sua storia non è chiaro quale sia. A meno di pensare che tutto sta a scrollarsi di dosso i panni del disfattismo. La realtà è che a noi questa crisi ha fatto così male perché è entrata come lama nel burro di guai più antichi. Se è così non torneremo quelli di prima per cui qualcosa di diverso è bene immaginare oltre l’emergenza. In questi mesi cose buone il governo ha fatto e altre ne annuncia, ma lo stesso premier sostiene che non basta. E allora non è assurdo se da sinistra si chiede di avere più radicalità e coraggio scegliendo di portare in cima alla lista un pacchetto di misure sulla cittadinanza, una forma di reddito minimo e contrasto universale alla povertà a cominciare da quella minorile, una legge non bislacca sulle unioni civili, una nuova strategia per il Mezzogiorno, a meno di pensare che i ricercatori dello Svimez siano assoldati al nemico. E fare dei diritti indivisibili – umani civili sociali – la leva formidabile di una nuova pagina dello sviluppo e del Paese. Ora, l’idea di un’Italia e un’Europa diversa fa di solito pendant con la missione del Pd. La traduzione è un programma di governo ma senza la retorica dell’esserci già riusciti. Perché la sfida è nella capacità di prendere quel programma e dargli una strategia. Calarlo in un patto sociale e alleanze buone a farlo vincere nelle urne. Allora, in breve, dove andiamo adesso? E come ci si va? Da soli o con chi? Ecco perché il mio cruccio non è Matteo Renzi. Il problema è dove siamo diretti e in nome di che. Spiegarlo conta perché se la risposta è condivisa anche le differenze tra noi non saranno traumi. È quando si tira in direzioni opposte che la comitiva può spezzarsi. E io temo che senza un ascolto vero, senza stima reciproca, con campagne dal sapore denigratorio che sono più facili da supportare per chi di più potere dispone, ci si possa trovare distanti o separati senza neppure dirselo. Ma a quel punto qualcuno potrà dire d’aver vinto? Anche per questo sono per tenere il ponte levatoio abbassato e cercare quel pizzico di verità che c’è in ognuno di noi, anche in chi oggi è fuori da noi. Lo dico per un’ultima ragione. Perché più o meno dappertutto i confini, quelli classici, tra destra e sinistra paiono incrinarsi con parlamenti colonizzati da vincoli stabiliti altrove e una sovranità monca. Le grandi crisi producono anche questo. Sconquasso di regole, istituti, categorie. Qualcuno l’ha chiamata post-democrazia e basterebbe questo a indurre la sinistra, tradizionale e non, a porsi il tema di cosa significa governare oggi, con quali strumenti e leve effettive a partire dall’Europa. La stessa riforma costituzionale si può leggere sotto questa lente. Non sarà una deriva autoritaria ma un enorme pasticcio sì. Tanto più nel combinato con la nuova legge elettorale (e forse col senno del dopo non eravamo provocatori nel chiedere la possibilità – possibilità, mica l’obbligo – di apparentamento al secondo turno). Con un Senato né carne né pesce e con uno squilibrio di poteri che è puro buon senso sanare. Come altri voglio la riforma e la voglio nel segno della fine del bicameralismo. Che altra prova dovremmo dare dopo che alla Camera non abbiamo votato l’articolo 2 ma in quell’Aula mutilata abbiamo comunque garantito a notte fonda il numero legale? Chiedo: si possono rimettere in ordine le cose? E non per l’interesse di una parte, ma nel nome di una idea dello Stato e della nostra democrazia. Al fondo la responsabilità di replicare al timore di una minoranza numerica nel Paese e che pure potrebbe impadronirsi di un potere smisurato senza i contrappesi e le garanzie che esistono ovunque riguarda tutti. Non parliamo di una legge a capocchia ma della Costituzione, della Bibbia laica della Repubblica. E allora facciamo un accordo serio su questo e marciamo spediti. Poi certo, resta il nodo: cosa vuol dire governare la complessità e come si fa.
Qui da noi l’ultimo esecutivo scelto da un voto risale al 2011. Da lì tre premier si sono succeduti. Tutto regolare ma anche tutto fuori norma. Conseguenza? Che le larghe intese, o comunque alleanze di impianto moderato, per alcuni non sono più emergenza ma strategia. Il ragionamento scorre, ma temo contro una parete. Dice più o meno che se a destra prevale la rissosità della Lega e a sinistra una forza radicale, cosa meglio di un Partito della Nazione, centrale e centrista, ha diritto a guidare l’Italia senza precipitarla nel caos? Non per polemica, ma se direzione e carovana fossero queste parecchi non sceglierebbero di partire e se ne sentirebbe la mancanza. L’alternativa? C’è. È ricostruire il campo largo di un centrosinistra civico, dove il Pd non basta a se stesso e che per questo diventa perno di una coalizione con altri. Come per una fase fece l’Ulivo. Come dovremmo fare per indicare una nuova alleanza ideale, sociale, culturale. Dovremmo anche aggiungere che non siamo perfetti. Che questo partito ha bisogno di una vera e propria rigenerazione. Anche qui nessun rimpianto, ma io non mi rassegno a una forza fondata sulla somma di mille comitati elettorali, a potentati che sviliscono la passione, a una selezione di classi dirigenti agganciata alla vogue. Temi non risolti da anni, lo so. Ma non per questo da subire. Allora si dovrebbe lavorare assieme. Costruire quel centrosinistra unitario che vince a partire dalle prossime amministrative. Ecco, un discorso così è premessa per recuperare la fiducia di tanti. Per dire al tempo giusto ciò che siamo, ciò che vogliamo.
Infine su questo giornale. Quando mi è stato fatto cenno all’ipotesi di dirigerlo per prima cosa ho ringraziato. Non solo perché ritengo giusto farlo ogni volta che ti viene offerta una chance. Ma per una ragione diversa. Perché se un sogno ho coltivato nella mia esperienza di uomo di partito era, un giorno, di poter dirigere un giornale. Oddio, non un giornale. Questo giornale. E allora se con discrezione e senza polemica ho declinato l’invito è stato anche per non spezzare il filo. In Parlamento stavo esprimendo il mio dissenso su temi che il giornale e il premier hanno messo al centro della loro campagna. Accettando avrei aggiunto benzina all’incendio, anche perché non avrei rinunciato, come chiunque altro, a una mia idea del giornale e della sua autonomia. Che mi si creda o no rinunciare mi è costato. Poi quando ho letto su queste colonne la candidatura di Ferruccio De Bortoli alla Rai descritta come una provocazione, mi sono convinto che non avendo accettato il mio contributo a non spezzare quel filo lo avevo dato perché mai avrei potuto sottoscrivere quelle parole. Mi fermo qui. Certo, se a tutto questo tu rispondi che distruggo la sinistra, che sto sulle palle al mondo e sono un parassita narciso e presuntuoso io non credo di avere le parole per replicare. Spero solo tu non sia proprio nel giusto. Comunque ho fatto come mi hai detto di fare e ieri sono salito su un autobus a Trieste, mi sono piazzato al centro e ho testato l’umore urlando “questa Sinistra Dem ci sta veramente scassando….”. Sarà la tradizione della Mitteleuropa ma la sola reazione è stata di una signora anziana che mi ha detto “giovinoto, fa sai caldo, no la xe senti ben?”. Allora ho cambiato test e sulla linea di ritorno, sempre piazzato al centro, ho urlato “Il Pd sta cambiando l’Italia come nessuno mai. Morte ai gufi”. Tu non ci crederai ma si è girato l’autista e mi ha detto, “Staino, ma va in mona”. Però ti voglio bene lo stesso.

lunedì 10 agosto 2015

La lettera di Staino a Cuperlo




Sergio Staino
l'Unità, 9 agosto 2015


Fin dal primo giorno della nuova uscita de l’Unità ho cominciato a ricevere, oltre a tantissime testimonianze di affetto e apprezzamento, messaggi, tweet o commenti sui social network molto critici nei miei confronti, fino al limite dell’offensivo. Al di là delle diverse argomentazioni la sostanza che li caratterizza è comunque la stessa e, in soldoni, la possiamo sintetizzare così: se lavori su l’Unità vuol dire che ti sei venduto a Renzi, quindi sei un traditore della Sinistra. Tra questi anche molti sms di Gianni Cuperlo, un amico fraterno che stimo tantissimo e su cui ho sperato e operato per averlo come segretario. Con lui ho scambiato tantissimi sms con l’impressione, purtroppo, di trovarmi in un dialogo tra sordi. Alcuni giorni fa gli ho spedita questa lettera a cui non ho ancora ricevuto risposta. Ho deciso di pubblicarla non per attizzare ancor più le polemiche tra di noi ma perché i temi che si affrontano sono presenti e laceranti nell’animo di tantissimi compagni ed elettori dentro e fuori del Pd. So di non avere la verità in tasca e so anche che nel passato ho sbagliato tantissime volte: aspetto quindi, con gratitudine, ogni forma di commento e di aiuto costruttivo alla comprensione del difficile momento politico che stiamo attraversando.

Caro Gianni,

ti rispondo per email perché per sms mi ci vorrebbe troppo tempo e troppo spazio. È vero che ho contestato Berlusconi per anni e continuerò a farlo fino a quando Berlusconi continuerà a stare sulla scena politica. Ma insieme a lui ho contestato spessissimo anche Prodi e ancor più D’Alema e ancor più Veltroni, o comunque tutta una mia sinistra di cui mi sento parte e di cui mi sembra doveroso segnalare le cose che secondo me sono brutte e dannose. Anzi, direi che in tutta la mia storia la preferenza a fustigare quel che ho considerato errori e malefatte della nostra parte, ha sempre fatto la parte del leone in tutto il mio lavoro: ho sempre trovato più utile e gratificante aiutare il mio schieramento a migliorarsi piuttosto che perdere troppo tempo a ripetere denunce abbastanza diffuse e condivise sulle malefatte della destra.
Tanti le denunciano in modo egregio, meglio che io le dia per scontate e mi rivolga di più ad un lavoro di semina nel nostro orto. È con questo spirito che faccio le vignette sulla Sinistra Dem e ne faccio tante perché mi sembra, in tutta sincerità, che vi stiate sempre più comportando secondo criteri e linee che ben poco hanno a che vedere con la prassi a cui siamo stati abituati, da Gramsci a Togliatti, da Berlinguer a Reichlin a Macaluso e ai tanti compagni che tu stesso riconosci come maestri. Già il fatto che tu metta sullo stesso piano le mie critiche a Berlusconi con le mie mancate critiche a Renzi, dimostra per l’ennesima volta un errore di valutazione in cui mi sembra tu sia caduto in pieno: considerare simili Berlusconi e Renzi. A mio avviso è lo stesso errore che facemmo negli anni ‘20 quando accusammo i dirigenti socialisti di socialfascismo e che abbiamo ripetuto negli anni ‘80- ’90 quando abbiamo trattato Craxi come un avversario totale e dannosissimo. Un errore talmente grosso che sicuramente ha contribuito poi alla vittoria di Berlusconi. Oggi, così come vi comportate con Renzi, a mio avviso state pericolosamente aiutando una futura tragica vittoria di un Salvini o di un Grillo. Io considero Renzi un frutto amaro del nostro partito, un frutto che ci pone ogni giorno problemi difficili e non sempre positivi.
Ma detto questo, non mi riconosco certo in chi vede in lui il rappresentante di una feroce destra neoliberista totalmente asservita al capitale finanziario. Un rappresentante che, per chissà quale magia, si è appropriato del nostro partito e che bisogna quindi combattere ed annullare con tutti i mezzi possibili, i più scorretti compresi. Renzi invece, è per noi, tu ed io, il risultato di una nostra politica e di un nostro atteggiamento etico e morale. Dico “noi” perché sei stato l’unico, alla prima assemblea della Sinistra Dem all’Eliseo, che ha saputo fare un’analisi sul perché abbiamo adesso Renzi segretario e premier e su quanta responsabilità hanno, su questo, i nostri vecchi dirigenti. Loro, invece, non hanno mai fatto questa analisi e, al contrario, si autoassolvono pensando che Renzi non c’entri niente con loro, che sia come un fungo nato dal nulla, un fungo malefico che va estirpato in modo che il partito ritorni nelle loro mani.
Quale sogno demenziale e quale cecità politica nel rinunciare caparbiamente ad una verità dura ma realistica: tutti loro, Gianni, sono ormai fuori dalla storia, nel bene e nel male hanno fatto il loro tempo e sono, come capita a tutti, finiti. Un sano atteggiamento riformista deve quindi, oggi, partire da questa constatazione: il lavoro fatto fino a ieri dai nostri dirigenti ha portato Renzi alla segreteria del partito e al governo e quindi, fino a prova contraria, non esistendo altre forze alternative di sinistra, Renzi è quanto di più progressista si possa avere in Italia in questo momento storico. Non esiste altro, non è pensabile che pattuglie sparute di compagni indignati e incazzati fino allo stravolgimento dei sensi, se ne escano autoproclamandosi “alternativa”. Quale alternativa? Che analisi hanno fatto? Che progetto hanno? Quanti compagni hanno dietro? Quanto l’immagine di loro è credibile e radicata tra le masse popolari italiane? È la solita infima minoranza che gira le loro assemblee, cambiano nomi ma son sempre quelli. Allora, ti chiedo, che senso ha fare una guerriglia interna al Pd quando non si hanno obbiettivi su cui spostare l’opinione, le speranze e la forza dei nostri militanti e dei nostri elettori? Cosa stai offrendo di concreto al loro smarrimento? Nulla. Solo la coscienza che Renzi è una merda. E allora? È chiaro che questo genera scoramento, amarezza e anche al miglior compagno viene la voglia di dire “ma andate a fare in culo tutti quanti”, e non va a votare, o vota grillino, o comincia ad ascoltare Salvini, o tenta la carta disperata di Cofferati, accumulando delusioni su delusioni e aprendo pericolosissime porte. Allora, un compagno serio e io, te lo giuro, ti considero un grande compagno e una persona onesta, seria e generosa, deve farsi carico di questa sofferenza generale e collettiva e lavorare per costruire un’alternativa.
Ma questa senza distruggere il partito, anzi, prendendo atto che Renzi è il nostro segretario e il nostro premier e quindi lavorando con lui, incalzandolo, sottolineando gli aspetti negativi delle sue scelte, aiutandolo quando le scelte sono giuste, offrendogli proposte concrete per migliorarle, accettando gli incarichi che vengono offerti e non rifiutandoli altezzosamente come tu hai fatto. Tu dai di continuo dell’arrogante a Renzi ma nel caso de l’Unità, chi è stato il più arrogante tra voi due: lui che ti ha offerto la direzione del giornale in piena autonomia per costruire uno strumento unitario o tu che gli hai risposto di no a prescindere? Ma pensa a compagni come Martina od Orlando che tentano disperatamente di elaborare dei progetti buoni nel loro settore, tanto da guadagnarsi l’elogio di Petrini da una parte o di validi giuristi dall’altra.
Ma quanto sarebbe più utile che tu li aiutassi, questi compagni, invece di star lì ad attaccarvi ad ogni cosa pur di sparare sul premier? In questo modo state uccidendo la sinistra, date un’immagine di voi stessi come degli estremisti disperati che urlano su tutto e tutti senza sapere cosa proporre. Addirittura state rincorrendo le spinte più corporative che sempre sono state presenti nella nostra società, nella scuola, nell’apparato pubblico, nelle fabbriche. Quando le vostre parole d’ordine coincidono con quelle dei Cobas o dei tanti sindacati autonomi, non vi vengono dei dubbi? Dovete smetterla con questa strategia suicida. Vai fra la gente, esci fuori dal gruppetto della Sinistra Dem e dai quattro vecchi marpioni che vi sovrastano. Vai fra la gente, come ho fatto io in varie situazioni, in un cinema affollato, in una trattoria, in un autobus e urla: “questa Sinistra Dem ci sta veramente scassando i coglioni”. Avrai come risposta una standing ovation, non vi sopporta più nessuno tranne, ovviamente, Renzi il quale con il vostro atteggiamento così assurdo e fuori dalla storia del nostro partito, si può permettere di twittare “Tanti auguri ai gufi”.
E allora, se si accetta questo atteggiamento sanamente costruttivo, riformista, responsabile, quanto sbagliata risulta la vostra scelta su De Bortoli: lo sapevate che in questo momento era una sfida, una provocazione, e a che cosa serviva? Perché non proporre un Bray ad esempio, o una Berlinguer, o un Sandro Veronesi, o un qualunque nome di personalità amata, stimata, brava che poteva costituire un ponte fra voi e Renzi? In modo infantile avete preferito la rottura. Sinceramente, non è lo stesso atteggiamento dei populisti più imbecilli? Questo è tutto quello che mi allontana da te e da quel che rappresentate politicamente. Io mi sento sempre di sinistra e cerco di portare le idee di sinistra dove posso, a cominciare dal giornale. Un grande abbraccio,

Sergio



sabato 8 agosto 2015

Cosette in parole e in immagini

Cosette était laide

Cosette était laide. Heureuse, elle eût peut-être été jolie. Nous avons déjà esquissé cette petite figure sombre. Cosette était maigre et blême. Elle avait près de huit ans, on lui en eût donné à peine six. Ses grands yeux enfoncés dans une sorte d’ombre profonde étaient presque éteints à force d’avoir pleuré. Les coins de sa bouche avaient cette courbe de l’angoisse habituelle, qu’on observe chez les condamnés et chez les malades désespérés. Ses mains étaient, comme sa mère l’avait deviné, « perdues d’engelures ». Le feu qui l’éclairait en ce moment faisait saillir les angles de ses os et rendait sa maigreur affreusement visible. Comme elle grelotait toujours, elle avait pris l’habitude de serrer ses deux genoux l’un contre l’autre.
Tout son vêtement n’était qu’un haillon qui eût fait pitié l’été et qui faisait horreur l’hiver. Elle n’avait sur elle que de la toile trouée ; pas un chiffon de laine. On voyait sa peau çà et là, et l’on y distinguait partout des taches bleues ou noires qui indiquaient les endroits où la Thénardier l’avait touchée. Ses jambes nues étaient rouges et grêles. Le creux de ses clavicules était à faire pleurer.
Toute la personne de cette enfant, son allure, son attitude, le son de sa voix, ses intervalles entre un mot et l’autre, son regard, son silence, son moindre geste, exprimaient et traduisaient une seule idée : la crainte. La crainte était répandue sur elle ; elle en était pour ainsi dire couverte; la crainte ramenait ses coudes contre ses hanches, retirait ses talons sous ses jupes, lui faisait tenir le moins de place possible, ne lui laissait de souffle que le nécessaire, et était devenue ce qu’on pourrait appeler son habitude de corps, sans variation possible que d’augmenter. Il y avait au fond de sa prunelle un coin étonné où était la terreur.
Extrait des Misérables (Deuxième partie, Livre troisième, chapitre VIII) de Victor Hugo











                                                                                                                                                             Personaggio de I miserabili (1862) di Victor Hugo (1802-1885), Cosette è un personaggio entrato prepotentemente nell’immaginario collettivo: il suo tenero nome, «piccola cosa», evoca simbolismi precisi quali quello dell’innocenza, della verginità, della dolcezza. Così quest’angelo dai capelli chiari e dall’incarnato trasparente si affaccia sulla immensa scena dell’opera ugoliana nella seconda parte a lei intitolata: figlia della sfortunata Fantine e di un giovane borghese dileguatosi dopo averla concepita, a tre anni la piccina è affidata dalla madre alle cure dei coniugi Thénardier, i quali promettono, in cambio di denaro, di accudirla e di allevarla nella loro locanda a Montfermeil. In realtà, essi la banalizzano e la riducono quasi in schiavitù; la piccola, che il narratore paragona a «un topolino al servizio di un elefante» (II, III, 2), viene, infatti, picchiata selvaggiamente dalla donna e costretta dal perfido tutore a camminare a piedi nudi in pieno inverno nonché a svolgere i lavori più pesanti nella locanda, finendo col relegarsi volontariamente nella sua «nicchia» a lavorare a maglia nei pochi momenti riservati al riposo. Attraverso le immagini talvolta sconcertanti che Hugo propone al lettore si intravede, insomma, quella che Renée de Smirnoff definisce «un’infanzia martire», tema caro all’autore e da lui denunciato in modo netto proprio attraverso il personaggio di Cosette.
Le premesse sembrano dunque sfavorevoli all’avvenire di questa nuova Cenerentola, triste prigioniera della megera Thénardier e delle due sorellastre Éponine e Azelma fino all’età di otto anni. Ma, come in una favola, il destino di Cosette si ribalta regalando a questo ange misérable la serenità e la gioia, che entrano improvvisamente nella sua esistenza assieme a Jean Valjean: questo patrigno benevolo, tenendo fede a una promessa pronunciata al capezzale di Fantine, alleverà la sua piccola «Fauvette» con un’autentica adorazione, dapprima insegnandole a leggere e, in seguito, permettendole di ottenere un’istruzione adeguata presso il convento Petit-Picpus a Parigi. Gli anni dell’adolescenza di Cosette trascorrono lieti, scanditi da passeggiate e risate in compagnia di quello che la giovane «chiamava padre, giacché non gli conosceva altro nome» (II, IV, 3). Alla figura della bambina infelice si sostituisce, così, quella dell’adolescente e della donna appagata, colta e amata dal patrigno e dal giovane aristocratico Marius de Pontmercy che farà di lei una baronessa. Nel passaggio di Cosette dall’infanzia alla maturità si crea dunque uno sdoppiamento di immagine che, come sostiene Nicole Savy, confluisce in «un autentico iato ideologico». Ciò è tuttavia necessario affinché si compia il capovolgimento di un destino che in principio appariva irrimediabilmente compromesso: gli anni di patimento trascorsi dai Thénardier sembrano infatti esonerare definitivamente la giovane eroina dalle grandi sofferenze future che, all’opposto, l’autore serba per Jean Valjean. Cosette è inoltre, proprio in virtù del suo carattere fiabesco, legata a una sorta di passività che la dispensa da qualsiasi codice proairetico. Ella è, perciò, concepibile in quanto «oggetto» desiderato e rincorso, merce di scambio pagata a caro prezzo da Fantine (che per lei si prostituisce) e da Jean Valjean, che la compra ai Thénardier e che sacrifica la propria vita pur di renderla felice.
Più che un personaggio Cosette si rivela, allora, una figura poetica, come testimoniano gli appellativi di «angelo» e «fiore» che Marius riserva a più riprese alla sua sposa. Limpida e trasparente come acqua di fonte, Cosette resta fino alla fine «la bambola» che Hugo aveva pensato già dal 1848, senza tuttavia perdere la propria emotività. In essa si mescolano un po’ Léopoldine, figlia adorata e prematuramente persa da Hugo, un po’ Adèle, moglie dell’autore, un po’ Juliette Drouet, sua antica amante: figura inevitabilmente cara a Hugo, Cosette sprigiona l’idea di primigenia purezza che la rende la presenza più soave de I miserabili. 
Letteratura europea Utet

Claire Danes 1998


Anne Hataway nel ruolo di Fantine

Elle était jolie

Un jour Cosette se regarda par hasard dans son miroir et se dit : Tiens ! Il lui semblait presque qu’elle était jolie. Ceci la jeta dans un trouble singulier. Jusqu’à ce moment elle n’avait point songé à sa figure. Elle se voyait dans son miroir, mais elle ne s’y regardait pas. Et puis, on lui avait souvent dit qu’elle était laide ; Jean Valjean seul disait doucement : Mais non ! mais non ! Quoi qu’il en fût, Cosette s’était toujours crue laide, et avait grandi dans cette idée avec la résignation facile de l’enfance. Voici que tout d’un coup son miroir lui disait comme Jean Valjean : Mais non ! Elle ne dormit pas de la nuit. — Si j’étais jolie ? pensait-elle, comme cela serait drôle que je fusse jolie ! — Et elle se rappelait celles de ses compagnes dont la beauté faisait effet dans le couvent, et elle se disait : Comment ! je serais comme mademoiselle une telle !
Le lendemain elle se regarda, mais non par hasard, et elle douta : — Où avais-je l’esprit ? dit-elle, non, je suis laide. — Elle avait tout simplement mal dormi, elle avait les yeux battus et elle était pâle. Elle ne s’était pas sentie très joyeuse la veille de croire à sa beauté, mais elle fut triste de n’y plus croire. Elle ne se regarda plus, et pendant plus de quinze jours elle tâcha de se coiffer tournant le dos au miroir.
Le soir, après le dîner, elle faisait assez habituellement de la tapisserie dans le salon, ou quelque ouvrage de couvent, et Jean Valjean lisait à côté d’elle. Une fois elle leva les yeux de son ouvrage et elle fut toute surprise de la façon inquiète dont son père la regardait.
Une autre fois, elle passait dans la rue, et il lui sembla que quelqu’un qu’elle ne vit pas disait derrière elle : Jolie femme ! mais mal mise. — Bah ! pensa-t-elle, ce n’est pas moi. Je suis bien mise et laide. — Elle avait alors son chapeau de peluche et sa robe de mérinos.
Un jour enfin, elle était dans le jardin, et elle entendit la pauvre vieille Toussaint qui disait : Monsieur, remarquez-vous comme mademoiselle devient jolie ? Cosette n’entendit pas ce que son père répondit, les paroles de Toussaint furent pour elle une sorte de commotion. Elle s’échappa du jardin, monta à sa chambre, courut à la glace, il y avait trois mois qu’elle ne s’était regardée, et poussa un cri. Elle venait de s’éblouir elle-même.
Extrait des Misérables (quatrième partie, Livre troisième, chapitre V) de Victor Hugo

Virginie Ledoyen 2000
  Amanda Seyfried 2012