domenica 27 settembre 2015

Didone sedotta e abbandonata





Mariangela Galatea Vaglio

Didone, per esempio, bravo chi la capisce. Io non ci sono mai riuscita. Ogni volta che prendo in mano l’Eneide mi piglia uno di quegli intorcoli di stomaco che solo la rabbia genera, quando non la puoi sfogare.
Ma come, dico io, benedetta figliola! Hai tutto. Ma tutto tutto, proprio tutto quello che una donna, se ha un briciolo di sale in zucca, può desiderare.
Sei bella. Non come una velinetta da strapazzo, di quelle che sono pezzi di carne buttati lì, con le poppe al vento ed una espressione stolida sulla faccia che nessun chirurgo estetico può cancellare. No, bella bella, perché hai una certa età, ma sei ancora giovane e piacente, e si presume con negli occhi quella luce di intelligenza mista a consapevolezza che hanno le donne con una testa sulle spalle e un passato nel cuore. Sei più che bella, insomma, perché non è solo una questione di avere una certa misura di décolleté, la bellezza, o una certa età anagrafica, o una ruga in più o in meno: la vera bellezza è questione di fascino. E tu, Didone, lasciatelo dire, dovevi averne a secchi e sporte.
Poi hai carattere. Ma di quelli tosti. Vedova d’un uomo che hai amato, ma che, con delicato buon senso, è morto in fretta, lasciandoti libera e regina, narra la leggenda che mica ti sei messa addosso il velo della sposa in gramaglie e via a frignare. No, tu eri proprio regina e proprio libera di testa. 

https://ilnuovomondodigalatea.wordpress.com/2009/07/06/il-complesso-di-didone-ma-perche-le-donne-toste-perdono-la-testa-per-gli-enea/

Marisa Moles 

... Enea non sembra misericordioso e non dimostra molta pietà, specie nei confronti di Didone, regina di Cartagine, che abbandonerà senza pensarci su più di tanto. La sua pietas non deve essere interpretata come la nostra “pietà”, ovvero “sentimento di compassione e commossa commiserazione che si prova dinnanzi alle sofferenze altrui” (come recita lo Zingarelli 2000); la pietas di Enea va ricondotta alla sua adesione indiscussa ed incondizionata ai doveri verso gli dei, verso la patria ed i parenti. 

 https://marisamoles.wordpress.com/2010/09/30/enea-un-immigrato-extracomunitario/

... Ma come si fa, dico io, a non curarsi della moglie, a non voltarsi indietro per accertarsi che stia seguendo il marito? Questa noncuranza mi sconvolge perché un uomo “pio” come Enea avrebbe dovuto salvaguardare il bene di tutti, moglie compresa. Sembra che gli stiano più a cuore i sacri arredi ed i patrii Penati, ovvero le divinità protettrici del focolare domestico e, poiché la patria era considerata una grande famiglia, dello Stato stesso. Non a caso Enea li porta con sé: egli ha, infatti, il compito di trovare un’altra terra su cui rifondare lo Stato che i Greci gli avevano distrutto.


https://marisamoles.wordpress.com/2010/10/16/didone-innamorata/ 
https://marisamoles.wordpress.com/2011/02/16/enea-e-didone-il-connubio/
https://marisamoles.wordpress.com/2012/11/29/didone-amore-e-morte/
 

sabato 26 settembre 2015

Enea

Marino Niola 
L’enigma di Enea. Eroe o disertore?
Maurizio Bettini e Mario Lentano sulle tracce del personaggio virgiliano
la Repubblica, 11 gennaio 2014 
 

«La fama degli eroi spetta un quarto alla loro audacia, due quarti alla sorte e l’altro quarto ai loro delitti». La frase che Ugo Foscolo fa pronunciare a Jacopo Ortis è profondamente vera, ma solo a metà. Perché a fare una buona pasta d’eroe non bastano le materie prime. Ad essere decisivo è il loro assemblaggio, il modo in cui l’officina del mito ne costruisce la figura. E la ricostruisce. Dandole connotati e significati che mutano col passare dei tempi. Un esempio perfetto del funzionamento della macchina mitologica ce lo offrono Maurizio Bettini e Mario Lentano in uno splendido libro dedicato a Enea, un personaggio che più mitico non si può (Il mito di Enea. Immagini e racconti dalla Grecia a oggi,Einaudi).
Coprotagonista dignitoso dell’Iliade omerica, il figlio di Venere e Anchise diventa, al termine di una lunga serie di peripezie, il primattore dell’Eneide di Virgilio. Che ne italianizza la figura facendone il lontano progenitore di Roma.
Gli autori ci guidano abilmente attraverso la complessa partitura mitografica decostruendola nelle sue innumerevoli varianti, poetiche, letterarie, iconografiche, musicali. Ciascuna delle quali aggiunge o toglie qualcosa al ritratto dell’eroe virgiliano. Che per noi resta l’immagine madre, quella che ha tuttora il volto delpio Enea. Ma chi Enea sia veramente è difficile dirlo perché più lo si guarda da vicino più l’immagine si scompone in mille particolari. Che non raccontano tutti la stessa storia. Anzi ciascuno è l’indizio e l’inizio di una controstoria, dove le materie prime della ricetta foscoliana, audacia, sorte, delitti, vengono rimescolate ogni volta in modo diverso, con effetti spesso opposti. Risultato, Enea è uno nessuno e centomila. E finché resterà un mito, capace di parlare alla nostra mente e ai nostri cuori, continuerà a mutare pelle. Ed è proprio grazie a questa incessante metamorfosi che le storie degli antichi continuano a vivere nel nostro immaginario.
In realtà l’Enea che nasce da quel big bang dell’universo mitologico antico che è la guerra di Troia, ha un destino che va in senso opposto a quello di Achille, Ettore, Aiace. I diversi frontman omerici sono esseri per la morte, per dirla con Heidegger. E la loro fine segna appunto il tramonto dell’età eroica. La loro dimensione è il passato. Tutto il contrario di Enea che comincia la sua vita proprio dalle ceneri della città di Priamo, prendendo il largo verso il futuro. Bettini e Lentano si mettono sulle sue tracce, si calano nella profonda spirale del mito sottoponendo a un’affascinante interrogazione le voci greche, romane e cristiane. L’indagine finisce per gettare non poche ombre sulla condotta morale del padre di Ascanio. E perfino sul suo ardore guerriero. Secondo Tertulliano, Lattanzio e sant’Agostino che, da intellettuali cristiani, avevano tutto l’interesse a screditare uno dei simboli identitari della Roma pagana, l’eroe sarebbe stato così poco coraggioso da abbandonare Troia prima della battaglia finale. Così l’immagine edificante del grande guerriero che porta in salvo il vecchio padre, viene oscurata da quella infamante del disertore. E perfino del traditore. Della patria, ma anche delle donne che egli incontra nel suo viaggio e dalle quali ha spesso figli: un nome per tutti, Lavinia, moglie italica del troiano errante, nonché madre primigenia di una stirpe che arriva a Romolo e Remo.
Ma l’affaire più celebre resta quello con Didone, che gli autori ricostruiscono in un avvincente capitolo intitolato «Aeneas in love». Il transfuga, fresco vedovo di Creusa, arriva a Cartagine dove conquista i favori e le grazie della bella regina. E poi la molla per correre dietro alla sua missione. Sedotta e abbandonata, l’infelice sovrana si uccide per il dolore. Mentre Enea non si lascia sfuggire una sola parola d’amore per la donna. Come si addice a un uomo duro e impuro. La storia comunque ha fatto giustizia. Il lamento di Didone è sopravvissuto all’afasia di Enea. Volando fino a noi sulle ali iridescenti della musica di Henry Purcell. E ci spezza ancora il cuore. Perché alla fine la passione vince su ogni missione.


Enea e Didone nell'Ade
Eneide,  libro VI
traduzione di Luca Canali

450 Tra queste donne vagava nella grande selva
Didone con la ferita recente. Appena Enea
le fu vicino e la riconobbe in mezzo alle ombre,
oscuramente, come chi scorge o crede di scorgere
all’inizio del mese la luna in mezzo alle nubi,
455 pianse e le si rivolse con dolce amore:
“Infelice Didone, era dunque vera
la notizia che ti eri uccisa col ferro, compiendo la scelta suprema?
Io sono stato la causa della tua morte? Eppure ti giuro
sulle stelle, sugli dei, e se qualcosa fa fede sotto la terra,
460 malvolentieri, regina, ho lasciato il tuo paese.
Ma il comando divino che adesso mi fa andare in mezzo alle ombre,
per luoghi squallidi e desolati, nel buio profondo,
mi obbligò col suo potere, e non potevo credere
che la mia partenza t’avrebbe dato tanto dolore.
465 Fermati, non ti sottrarre al mio sguardo.
Chi fuggi? Per destino, è questa l’ultima volta che posso parlarti”.
Con queste parole Enea cercava di addolcire la donna
ardente, torva nel volto, e versava lacrime.
Lei senza guardarlo teneva gli occhi fissi per terra.
470 Le parole di Enea non cambiavano l’espressione
del suo volto più che se fosse di pietra o di marmo.
Alla fine si scosse e si rifugiò, ostile,
nel bosco ombroso, dove il primo marito, Sicheo,
risponde al suo affanno e ricambia il suo amore.
475 Nondimeno Enea, sconvolto dall’iniqua sciagura,
la segue a lungo nel suo cammino, e la commisera, e piange.

venerdì 25 settembre 2015

La parola, il silenzio, i gesti





Riccardo Mazzeo
«Parlarsi» di Eugenio Borgna per Einaudi
Dispositivi emozionali per la comunicazione
Ipotesi di incontro e di condivisione in un mondo sovrastato da rumori di fondo

il manifesto, 25 settembre 2015 







... parlarsi non implica il mero uso delle parole, poiché per un verso contano il modo («il diapason emozionale») e il tempo («le scansioni temporali») con cui vengono dette; per l’altro, i silenzi, che sono non meno importanti, possono trasmettere una vicinanza profonda e palpitante. «Chi non fa che parlare, non si possiede realmente, giacché scivola via di continuo da se stesso, e ciò che egli dona agli altri non sono che vacue parole». Il silenzio diventa dunque sempre più raro e prezioso nel tempo scandito dalle musiche che invadono i negozi così come gli atri delle stazioni ferroviarie o degli aeroporti. Le spiagge sono sovrastate da annunci assordanti: per godere di un po’ di silenzio ormai si deve raggiungere il mare d’inverno per apprezzare la sua immensità in solitudine. Il silenzio è ben diverso dall’isolamento, che è depressivo; il silenzio è la presenza rispettosa e partecipe che può essere offerta all’altro; oppure è il tempo del raccoglimento che consente di riflettere e di distinguere ciò che è rilevante da ciò che non lo è.
Infine, l’importanza di parlarsi con gli sguardi, le posture, i gesti, il corpo: «il corpo vivente che ci mette in comunicazione con noi stessi e con il mondo, ed è il corpo che è immerso in una cascata di significati che cambiano di emozione in emozione, in un carosello febbrile e temerario». Il corpo è scolpito dalla vita vissuta e dalle difficoltà affrontate, dalle battaglie vinte e da quelle perse: un tempo si compivano sforzi e si studiavano cose ritenute a torto inutili; oggi si cerca di evitare ogni sforzo e se una cosa è complicata e impegnativa o la si semplifica o la si elude, ma questo è un tradimento nei confronti della vita.
Borgna conclude il suo libro con le parole di Rilke: «E se vi debbo dire ancora una cosa, è questa: non crediate che colui, che tenta di confortarvi, viva senza fatica in mezzo alle parole semplici e calme, che qualche volta vi fanno bene. La sua vita reca molta fatica e tristezza e resta lontana dietro a loro. Ma, fosse altrimenti, egli non avrebbe potuto trovare queste parole».

giovedì 24 settembre 2015

La principessa di Clèves: dolore, lealtà e dolcezza

Madame de La Fayette
La principessa di Clèves
traduzione di Renata Debenedetti 

- Non abbiate dubbi - le rispose il marito, - voi vi siete ingannata. Vi siete aspettata da me
cose tanto impossibili quanto quelle che io attendevo da voi. Come potevate sperare che io non perdessi la ragione? Avete dunque dimenticato che io vi amo perdutamente e che sono vostro marito? Anche una soltanto di queste due condizioni può condurre ad eccessi; e a che cosa mai non possono condurre le due insieme! E che cosa non fanno anche! - continuò. - Io sono preda di sentimenti violenti e contrastanti che non posso padroneggiare. Non mi sento più degno di voi; e voi non mi sembrate più degna di me. Vi adoro e vi odio, vi offendo e vi chiedo perdono, vi ammiro e mi vergogno di ammirarvi. Non ho più né calma né possibilità di ragionare. Non so come abbia potuto vivere dal giorno in cui mi parlaste a Coulommiers e da quando veniste a sapere dalla delfina che la vostra avventura era nota. Non riesco a capire come la si sia risaputa, né ciò che avvenne fra voi e il signor di Nemours a questo proposito; voi non me lo direte né io ve lo chiederò. Vi chiedo soltanto di rammentarvi che mi avete reso il più infelice degli uomini.
Dopo queste parole, il principe di Clèves lasciò sua moglie e partì all'indomani senza averla riveduta; le scrisse però una lettera piena di dolore, di lealtà e di dolcezza. Ella gli rispose con un'altra altrettanto commovente e piena di assicurazioni sulla sua condotta passata e su quella a venire e, siccome queste erano basate sulla verità ed esprimevano veramente i suoi sentimenti, il signor di Clèves ne fu colpito e ritrovò una certa calma; si aggiunga inoltre che, recandosi il signor di Nemours dal re, come del resto faceva lui, aveva la tranquillità di sapere che non si sarebbe trovato vicino a sua moglie. Ogni qual volta la principessa si trovava con il principe, l'amore appassionato che egli le testimoniava, l'onestà del suo agire, l'amicizia che ella sentiva per lui e tutto ciò che gli doveva agivano sul suo cuore e attenuavano l'influenza del signor di Nemours. Ma erano cose transitorie; ed il pensiero del duca ritornava ben presto più vivo ed assillante che mai.








martedì 22 settembre 2015

Tanto rumore per nulla, il 1942 della miss















Massimo Zucchetti
blog Lo scienziato borderline
il manifesto

Oggi le cro­na­che ita­liane sono piene dell’esternazione della nuova Miss Ita­lia, una ragazza di 18 anni, che, oltre ad avere la gran colpa del capello corto, ha così rispo­sto alla domanda sul periodo sto­rico in cui le sarebbe pia­ciuto vivere: “1942, per poter vedere la seconda guerra mon­diale”. Ed ha poi aggiunto: “La mia bisnonna (91 anni, classe 1924, vivente, mia nota)  c’era e mi rac­conta spesso di quei tempi. Avrei voluto esserci per capire che cosa si pro­vava. Oggi sem­bra tutto così scontato…”.
“Il web” è impaz­zito per que­sta “imper­do­na­bile gaffe”, con grandi, altis­simi lai. Il 1942 è diven­tato l’anno di nascita — e non vis­suto — desi­de­rato, facendo appa­rire la 18enne come poco forte in arit­me­tica, dato che a due-tre anni è dif­fi­cile ricor­darsi anche di una guerra. Una sup­po­sta infe­lice bat­tuta sul fatto che — donna — non avrebbe dovuto pre­star ser­vi­zio mili­tare, ha poi sca­te­nato le rimo­stranze di mol­tis­sime indi­gnade, che hanno scio­ri­nato elen­chi e foto di par­ti­giane mar­tiri della Resi­stenza, meglio che se loro stesse fos­sero appena scese a Mon­te­ca­tini insieme a una Bri­gata Par­ti­giana, per occu­parla manu mili­tari. E dopo, magari, pas­sare le acque, già che una ci si trova.
Much ado for nothing. La ragazza mis­si­ta­lia si rife­riva sem­pli­ce­mente a quando la sua bisnonna Augu­sta  aveva la sua stessa età: essendo bra­vina in arit­me­tica, ha fatto 1924 + 18 = 1942. Et voilà. Fa spe­cie che nes­suno abbia colto l’addizione, ed abbia dovuto farlo il qui scri­vente povero inge­gnere. Va bene. Per­do­nate la 18enne emo­zio­na­tella, era ben inten­zio­nata nono­stante la bat­tuta infe­lice. Voleva vedere quell’importante periodo della nostra sto­ria, mica incon­trare Justin Bie­ber o assi­stere alla fon­da­zione di Un posto al sole. Mica male, no? E morta lì, come si dice.

Francesca Gruppi
filosofa
opinione espressa su facebook

Dai, lasciate in pace quella ragazzina. Io a volte, a trentaquattro anni suonati, quando il criceto corticale va in pausa pranzo (è sindacalizzato) dico cose MOSTRUOSE, senza l'ausilio del panico indotto dalla telecamera e dai tempi televisivi. All'esame di dottorato, per l'ansia da prestazione, ho confuso Condillac con Condorcet. Ma soprattutto, interrogata sui capoluoghi (di recente) ho collocato Pordenone in Lazio. Una volta, davanti a un cartello di transito vietato dalle 0 alle 24, ho chiesto "e che ore sono?". Emiliano Urciuoli e Jacopo Rosatelli possono raccontarne migliaia così, e li invito a farlo. Veramente, stop al massacro.

lunedì 21 settembre 2015

Nomadi e stanziali

Marino Niola 
Nomadi o stanziali dalla preistoria non siamo mai cambiati
Lo rivela uno studio: le tribù di abitudinari e viaggiatori sono contrapposte dal Neolitico
È la “rivalità” più antica dell’uomo

la Repubblica, 21 settembre 2015

SONO PASSATI dodicimila anni, ma gli uomini sono rimasti quelli di una volta. Divisi in due tribù. Nomadi e sedentari. Esploratori e abitudinari. Proprio come all’inizio del Neolitico. Alla faccia della globalizzazione, della mobilità no limits, dei voli low cost e del turismo di massa.
A dirlo è uno studio di Kdd Lab dell’Università di Pisa, condotto insieme all’Istituto di scienze e tecnologie dell’informazione del Cnr pisano e al Centro di ricerca sulle reti complesse Barabasi Lab di Budapest e Boston. I risultati sono stati appena pubblicati su Nature Communications . Gli scienziati hanno incrociato una mole imponente di dati, i cosiddetti Big Data, sulla mobilità umana. Che vanno dalle tracce Gps delle nostre automobili al traffico telefonico di centinaia di migliaia di persone, i cui movimenti sono stati monitorati nell’arco di vari mesi. Lo scopo dell’indagine era di confrontare il raggio di mobilità ricorrente, vale a dire quello relativo ai soli spostamenti quotidiani, per esempio tra l’abitazione e l’ufficio, con il raggio di azione totale, cioè l’insieme di tutti i nostri transfer, grandi e piccoli, abituali e occasionali. Ebbene, i ricercatori hanno scoperto che le persone tendono naturalmente a dividersi in due tipologie antropologiche ben distinte. Ciascuna con i suoi usi e costumi. Con i suoi totem e tabù.



Il primo gruppo è quello degli abitudinari, soprannominati anche i ritornanti. Perché hanno la tendenza a tornare sempre sui propri passi. La loro è una territorialità limitata. Non amano le deviazioni, fanno ogni giorno la stessa strada e se possono frequentano sempre gli stessi locali. Una vita a chilometro zero. Colazione al solito bar, giornale preso al volo all’edicola sotto casa, palestra di quartiere, spesa nel supermercato più vicino. E la domenica a pranzo da mammà. O, quando osano, nella trattoria fuori porta, dove li conoscono da una vita e non c’è nemmeno bisogno di ordinare, tanto i camerieri hanno in memoria gusti e disgusti del cliente. Sedotti e forse anche sedati dal solito tran tran, i ripetenti sono sempre alla ricerca di consuetudini e di certezze. Per loro la routine non ha niente di negativo. Significa né più né meno di quel che dice la parola stessa, che viene dal francese
route e vuol dire strada battuta. Un percorso collaudato che non c’è ragione di abbandonare e che diventa un placebo esistenziale.
L’altra tipologia umana è quella degli esploratori. E dire che le due tribù si ignorano è quasi un eufemismo. In realtà non si prendono neanche di striscio. E sembra proprio che non si piacciano. La loro differenza e diffidenza reciproca arriva fino alle soglie dell’apartheid. Gli scienziati parlano di omofilia sociale per definire l’inclinazione endogamica delle due orde. Sia quella inerziale dei pantofolai, che vivono sempre con il freno a mano tirato e frequentano i loro simili. Sia quella dei giramondo che sono perennemente ed esclusivamente connnessi con altri giramondo. Come dire che chi si somiglia si piglia.


E non è tutto. Perché dopo aver mappato accuratamente i comportamenti del popolo nomade e di quello sedentario, il team di ricerca ha sviluppato un modello matematico in grado di simulare la nostra mobilità. Nonché di prevedere e prevenire l’impatto delle nostre scelte, sia individuali sia di gruppo, in materia di inquinamento ambientale, di consumo energetico e di pianificazione urbana. Come dice Fosca Giannotti del Cnr, con questi strumenti di rilevazione e di proiezione saremo in grado di programmare meglio il nostro futuro. Per esempio di capire se una infrastruttura viaria serve davvero o se è una cattedrale nel deserto.
La cui mobilità ricorrente è solo una minima parte di quella complessiva. Che si dirama di qua e di là e cambia continuamente. Al centro ci sono gli spostamenti obbligati, casa-lavoro e ritorno. Ma intorno a questo nucleo, gli itinerari dei globetrotter si allungano in tutte le direzioni, fino a formare una stella con un numero di raggi potenzialmente infinito. E soprattutto imprevedibile. Perché se c’è una cosa che fa venire l’orticaria al tipo explorer, è il già fatto e il già visto. Al minimo accenno di routine l’anima nomade si sente chiusa in una gabbia. E l’unica cosa che desidera è evadere per rimettersi on the road.



domenica 20 settembre 2015

Stanley Hoffmann americano esperto della Francia



Le Monde
16 settembre 2015

 L’intellectuel franco-américain et historien de renommée internationale Stanley Hoffmann, grand spécialiste de la France, est mort à l’âge de 86 ans, selon l’université de Harvard où il a enseigné pendant plus de 50 ans. Stanley Hoffmann est décédé samedi soir d’une longue maladie à Cambridge, Massachusetts, où il résidait




Disciple de Raymond Aron, M. Hoffmann aura consacré sa vie d’universitaire à étudier les relations internationales et la politique étrangère. Grand spécialiste de la civilisation française et des études européennes, Stanley Hoffmann a profondément marqué l’étude des relations transatlantiques. Fort de son sourire légendaire, il aura transmis à des milliers d’étudiants son savoir et son appréciation de l’histoire européenne d’après-guerre.
Auteur d’une vingtaine d’ouvrages et orateur insatiable, Stanley Hoffmann était considéré comme le spécialiste de référence aux Etats-Unis sur la France et l’histoire européenne. Il avait créé en 1969 la chaire du « centre des études européennes » au sein de la prestigieuse université américaine. Il a présidé le centre jusqu’en 1995.
Né à Vienne (Autriche) en 1928, d’un parent juif, il a passé une large partie de son enfance en France et étudié à Sciences po à Paris. Ayant ensuite émigré aux Etats-Unis, il a enseigné pendant plus de 50 ans à l’université de Harvard où il était apprécié pour sa courtoisie et sa finesse d’esprit. Parfaitement francophile et francophone, il disait admirer Charles de Gaulle. Il a laissé une empreinte indélébile sur l’étude de la civilisation française aux Etats-Unis. Il laisse derrière lui son épouse Inge Schneier Hoffmann.

En savoir plus sur http://www.lemonde.fr/disparitions/article/2015/09/16/mort-du-politologue-americain-stanley-hoffmann_4758758_3382.html#y7qRjI4dJGqL2COr.99
 
 http://www.washingtonpost.com/blogs/monkey-cage/wp/2015/09/15/stanley-hoffmann-has-died-he-changed-how-america-thinks-about-france-and-europe/
 
 http://harvardmagazine.com/2007/07/le-professeur.html

giovedì 17 settembre 2015

La Dea Bianca, un mito






Claudio Magris
Il mito matriarcale
Nicholas Carter: Dionisiaca e crudele la dea bianca è musa e visione del mondo
Corriere della Sera, 17 settembre 2015



Il mito, è stato scritto, è ciò che non è mai accaduto e accade sempre. Nessuna creatura, divina o umana, è mai nata come Afrodite dalla spuma del mare e dai genitali dell’evirato Urano, ma l’infinito del cielo e del mare associati alla dea dell’amore dicono tante verità su quest'ultimo. Mito, afferma Valéry, è ciò che accade soltanto nella parola e solo questo gli 
conferisce verità che attraversa il tempo. Mito, in greco, vuol dire racconto; parla certo anche del mistero, ma del mistero che c’è nel vivere, innamorarsi, morire. Mistero di tutti, non occulto segreto di pochi custodito da pretesi iniziati né oscurità ineffabile, come pretende tanta cultura esoterica, spesso pacchiana. C’è stato pure un uso fascista del mito, che Mann o Broch — grandi autentici poeti del mito — volevano esorcizzare. Il mito ha bisogno dell’illuminismo e viceversa; altrimenti si ha soltanto uno pseudo arcano kitsch o una piatta e ottusa ragione strumentale.
Nel Novecento il mito è stato fondamentale per la letteratura, che ha trovato in esso le sue strutture profonde — basti pensare, per fare solo un esempio fra molti, a Joyce. Sono pure usciti molti libri che hanno rinarrato, interpretandoli, i miti — specie greci — costitutivi della nostra civiltà o di civiltà a noi prossime, facendoli «echeggiare di nuovo tra noi», come scrive Pietro Citati. I libri di Kerényi, di Calasso, di Guidorizzi, di Mascioni, di Graves (che insieme a Patai ha rinarrato pure quegli ebraici) e altri ancora.
Uno dei grandi mitografi del Novecento è Robert Graves, il celebre scrittore e poeta inglese noto soprattutto per i suoi romanzi storici — Io, Claudio (1934); Il divo Claudio (1934) — e grande specialmente come poeta. Quale mitologo, il suo capolavoro è forse La Dea Bianca (1948), vastissima e poetica summa che ricostruisce, analizza e interpreta una tradizione mitica che abbraccia soprattutto le divinità e i culti celti, gallesi e irlandesi, spingendosi sino all’Asia minore e più oltre ancora e celebrando il mito femminile, lunare, matriarcale e infero contrapposto a quello olimpico, virile, patriarcale, gerarchico. La Grande madre contro Zeus.
Ne parlo con uno dei più esperti interpreti e conoscitori di Graves, Nicholas Carter. Nato in Inghilterra nel 1942, cresciuto in Rhodesia e in Sudafrica dove ha studiato all’Università del Natal, prima di tornare in Inghilterra a diplomarsi all’Università di Oxford e di conseguire il Ph.D al famoso Trinity College di Dublino. È fra l’altro autore di una grande monografia su Graves. Nel 1986 è arrivato a Trieste, a insegnare inglese, e si è fermato; uno di quei nomadi che — come l’inglese Richard Burton o i fratelli Joyce — la storia ha depositato sulle spiagge di una città eterogenea cresciuta in un impero diverso da quello britannico.
«In questo libro, gli chiedo, Graves sembra assomigliare più a Mircea Eliade che a Kerényi o a Thomas Mann; sembra credere a una verità arcana ma oggettiva di questi miti, soprattutto celti. Una verità da prendere alla lettera come quella delle religioni, non una metafora poetica della vita, della natura e del mondo...».
Nicholas Carter — Nel suo romanzo La figlia di Omero, Nausicaa, che è il narratore, afferma, con una ferma convinzione che è pure di Graves, che non esiste alcuna vera vita aldilà di quella che conosciamo e che si svolge sotto il sole, la luna e le stelle. Ma una volta, mentre ero con lui nel suo giardino e lui mi insegnava come si deve diserbare, improvvisamente mi disse che avrebbe ricostruito a Colchester l’altare dell’imperatore Claudio. In senso metaforico, credevo pensando al progetto di un libro, ma lui — guardandomi direttamente negli occhi e lasciandomi spiazzato e incapace di replicare — mi disse: «Claudio, come lei sa, è un dio».
I miti mi hanno affascinato fin da quando avevo dieci anni e, trascurando le letture scolastiche, ho comperato i due volumi sui miti di Graves restandone sconcertato, perché non rinarravano solo le vicende a me care di Giasone o della guerra di Troia, ma nei commenti si addentravano nella storia e nell’antropologia, indagavano la società matriarcale a suo avviso originariamente dominante nel Mediterraneo e poi scalzata dai popoli patriarcali invasori. Più tardi ho capito che nel mito Graves cercava di rimpiazzare la civiltà distrutta dalla Prima guerra mondiale e cercava pure una salvezza personale, trovandola o credendo di trovarla nella Dea Bianca, che era insieme una visione del mondo e la sua Musa. Anche il suo Danubio, del resto, ha un’analoga funzione unificante, risonanze che forse non esistevano prima del suo libro e che forse nascono dalla scrittura...
Claudio Magris — Certo, ogni nuova configurazione di qualsiasi realtà la cambia, la arricchisce; ogni commento al mito è mitico a sua volta ossia una nuova narrazione. Glissant mi ha detto una volta che ho fatto parlare l’inconscio del Danubio. Pure io da ragazzo ero affascinato dal mito, leggevo compilazioni e riassunti dei miti delle più diverse civiltà. Mi sono confrontato con i significati anche contraddittori del mito: idea-forza e/o verità essenziale, come nel mio Mito absburgico. In altri libri la struttura profonda è costituita da miti — di Euridice, di Alcesti, del Vello d’oro. La Dea Bianca celebra — contro la mitologia olimpica maschile — quella femminile e matriarcale; mi chiedo se tale civiltà sia mai veramente esistita. La Dea Bianca è anche il sesso che tutto abbraccia e annienta. Non la Grecia apollinea ma la Grecia e l’Asia dionisiaca, la notte, il grembo polimorfo di ogni vita. Questa Dea Bianca è tuttavia pure dominio crudele, soprattutto sessuale, della donna sull’uomo. Si può parlare di una sessualità masochista in Graves?
Nicholas Carter — Posso rispondere con le parole dello stesso Graves, il quale diceva che, da quando aveva quindici anni, la passione determinante della sua vita era stata la poesia, in contrapposizione all’ambiente ostile della scuola. Certezza nella poesia significava incertezza nella vita, non meno di quanto lo sia l’amore romantico. Ed è qui che arriva, salvifica, la Dea madre di tutto ciò che vive e che sa pure incarnarsi in una donna mortale, Musa di cui il poeta si innamora perdutamente, benché consapevole di ciò che lo attende, dolore e tradimento. Come osserva Rougemont, «l’amore felice non ha storia».
Claudio Magris — Pure nella cultura tedesca nazisteggiante c’era una contrapposizione fra mito maschile — solare olimpico, dorico, gerarchico — e mito femminile in cui l’amore della madre non va particolarmente all’eroe, come nella visione dorica, ma egualmente a tutti i suoi figli, forti o deboli, però solo ai figli usciti dal suo stesso grembo, a tutti quelli dello stesso sangue, della stessa razza...
Nicholas Carter — Nessun albero ha una sola radice e le origini della Dea Bianca sono molteplici. Strettamente individuali — la forte personalità delle tre donne dominanti nella prima parte della sua vita, la madre tedesca, la sua prima moglie femminista e la sua prima vera Musa, la poetessa americana Laura Reading — e oggettive, lo choc della Prima guerra mondiale che aveva distrutto il suo mondo, mondo che egli voleva ricostruire col suo mito.
Claudio Magris — Dubito che la Dea Bianca potesse ricostruire il mondo distrutto dalla Grande guerra... La contestazione femminista del dominio maschile ha vagheggiato una politica femminile dell’amore anziché maschile della guerra. Ma se guardiamo agli ultimi decenni, i grandi leader sono stati soprattutto donne, ma donne che hanno esercitato con efficacia e durezza le classiche e odiate virtù maschili. Margaret Thatcher, Indira Gandhi o Golda Meir hanno saputo usare la forza, il potere, la gerarchia più dei politici uomini... Ma Graves ha scritto pure romanzi storici come quelli sull’imperatore Claudio, un genere molto frequentato nella narrativa. Basti pensare a quel capolavoro che sono le Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar, ma ci sono anche altri, ad esempio Gore Vidal. Che senso può avere oggi il romanzo storico e, per quanto riguarda Graves, come s’inquadra nella sua opera accanto agli altri generi da lui coltivati e soprattutto rispetto alla sua opera poetica, in cui egli ha raggiunto i suoi risultati più alti ?
Nicholas Carter — Dietro Io, Claudio, ci sono due figure molto diverse: il prozio di Graves, Leopold von Ranke — «il primo storico moderno», com’egli lo chiama, e la cui meta era «semplicemente accertare com’erano andate le cose» — e Maigret, l’eroe di uno degli scrittori da lui più amati, Simenon. Strana coppia, accomunata tuttavia da un’ostinata ricerca di verità e da un modo intuitivo di perseguirla. La Dea Bianca e Io, Claudio sono anche storie poliziesche, la cui esigenza di verità è la stessa del poeta. Che cosa sono i romanzi su Claudio, i libri più famosi di Graves, se non la testimonianza di un uomo bizzarro e spaiato, un folle che balbetta, un sopravvissuto di professione ma anche custode di salute spirituale e della verità, consapevole che «le cose, prima di migliorare, dovranno andare ancor peggio»? E cos’è La Dea Bianca se non una rappresentazione fantastica e barocca della nostra civiltà distruttiva e suicida ? Tuttavia pure i poeti hanno bisogno di denaro per vivere e Graves ha risolto questo problema scrivendo romanzi storici: «I miei libri in prosa sono cani da esposizione che allevo e vendo per mantenere il mio gatto».
 

Traduzione di Mariagrazia Portera 

 

mercoledì 16 settembre 2015

Una strategia per il sindacato in crisi

Pierre Carniti

Una strategia per frenare il declino del sindacato

Le Confederazioni perdono iscritti e influenza e i loro obiettivi non sono chiari. Il pluralismo va bene - se accompagnato da democrazia interna - ma serve un patto di consultazione e cooperazione unitaria. Non è in gioco la sopravvivenza, ma il ruolo: si vuole ancora incidere sullo sviluppo economico e sociale? La necessità di un salario minimo garantito 

Eguaglianza & Libertà rivista di critica sociale on line, 16 settembre 2015 

... In estrema sintesi, tutto induce a riconoscere che il proposito di ridurre il deficit di incidenza del sindacalismo confederale in una società sviluppata come l’Italia comporti la necessità di agire: tanto sulle difficoltà ad includere i marginali ed i flessibili per evitare una contrazione della sfera sociale in cui l’azione collettiva riesce a contare; quanto sulla capacità di dotarsi di regole condivise (autonome, non eteronome) per decidere assieme. 
Chi intende accingersi a questo compito dovrebbe tenere presente un istruttivo dialogo contenuto in “Alice nel paese delle meraviglie”. Precisamente là dove Alice chiede al gatto Cheshire: “Vorresti per favore dirmi quale strada devo percorrere da qui?” Ed il gatto le risponde: “Dipende da dove vuoi andare”. Perché proprio, come per Alice, anche per il sindacato la cosa essenziale è quella di decidere, innanzi tutto, dove vuole andare. Sia chiaro: in gioco non c’è la sua sopravvivenza, ma il suo ruolo. Infatti, come tutte le istituzioni, anche il sindacato può sopravvivere benissimo a sé stesso. Può benissimo sopravvivere all’abbandono di compiti che pure ha assolto in altre fasi storiche. Ma se tra i suoi scopi decide di mantenere anche il proposito di  incidere direttamente sullo sviluppo economico e sociale, per assicurare una più equa distribuzione sia del reddito che delle opportunità di lavoro, allora deve compiere scelte conseguenti. La prima delle quali è che l’unità non può ridursi ad una invocazione, ad un mito, ma deve diventare il terreno di una conquista quotidiana.
E’ probabile che gran parte della letteratura sul “declino sindacale” esprima più un auspicio che la narrazione di un fatto. Tuttavia sembra difficile negare che il sindacalismo confederale stia attraversando un periodo di “nuvole basse” e si trovi alle prese con un problema di identità. Che è sempre un problema di strategia. Naturalmente si può pensare che esistano molti modi per cercare di risolverlo. Difficile però anche soltanto provarci, se non si dovesse almeno incominciare ad investirvi unitariamente più risorse e più pensiero.

http://www.eguaglianzaeliberta.it/articolo.asp?id=1848





martedì 15 settembre 2015

La moda dettata dal basso: i jeans e il rock



G. Simmel
La moda (1885)

La moda è imitazione di un modello dato e appaga il bisogno di appoggio sociale, conduce il singolo sulla via che tutti percorrono, dà un universale che fa del comportamento di ogni singolo un mero esempio. Nondimeno appaga il bisogno di diversità, la tendenza alla differenziazione, al cambiamento, al distinguersi. Se da un lato questo risultato le è possibile con il cambiamento dei contenuti che caratterizza in modo individuale la moda di oggi nei confronti di quella di ieri e di quella di domani, la ragione fondamentale della sua efficacia è che le mode sono sempre mode di classe, che le mode della classe più elevata si distinguono da quella della classe inferiore e vengono abbandonate nel momento in cui quest'ultima comincia a farle proprie. Così la moda non è altro che una delle tante forme di vita con le quali la tendenza all'uguaglianza sociale e quella alla differenziazione individuale e alla variazione si congiungono in un fare unitario.




















Eric Hobsbawm 
Il secolo breve (1994)


La cultura giovanile divenne la matrice di quella più ampia rivolu­zione culturale che, modificando i costumi, il modo di trascorrere il tempo libero e la grafica pubblici­taria, creò sempre di più la parti­colare atmosfera nella quale era immersa la vita di uomini e donne che abitavano nelle città. Due ca­ratteristiche della cultura giovanile sono rilevanti a questo proposi­to. Essa fu una cultura «demotica» (cioè di ispirazione popolare) e «antinomiana» (cioè avversa a ogni tipo di regola) soprattutto in merito alla condotta personale. Ognuno doveva «fare quello che gli pare­va», con il minimo di costrizione esterna, benché in pratica la pres­sione dei coetanei e della moda im­ponesse la stessa uniformità che in passato, almeno nei gruppi di gio­vani coetanei che condividevano la stessa sottocultura. […]
La novità degli anni '50 fu che i gio­vani del ceto medio e alto, almeno nel mondo anglosassone, che sem­pre più determinava il tono genera­le della moda e della cultura di massa, cominciarono ad accogliere come loro modello ciò che era, o ciò che essi consideravano fosse, la musica, i vestiti, perfino il linguag­gio delle classi inferiori dei centri urbani. La musica rock fu l'esem­pio più impressionante. A metà de­gli anni '50 il rock uscì all'improv­viso dal ghetto della musica che le case discografiche americane clas­sificavano nei propri cataloghi co­me «Race» o «Rhythm and Blues» e che era destinata ai neri america­ni poveri, per diventare il linguag­gio musicale universale dei giovani e in particolare dei giovani bianchi. I giovanotti eccentrici ed eleganti delle classi lavoratrici in passato avevano talvolta derivato il proprio stile dalla moda raffinata degli stra­ti sociali superiori o dalle sottocul­ture della classe media, come la bohème artistica; le ragazze delle classi lavoratrici avevano fatto lo stesso in misura ancora più alta. Ora sembrò verificarsi un curioso rovesciamento. Il mercato della moda per i giovani di basso livello sociale stabilì la propria indipen­denza e diede il tono anche al mer­cato riservato ai giovani delle classi alte. Mentre i blue jeans si diffon­devano sempre più tra uomini e donne, l'alta moda parigina arretra­va, o piuttosto accettava la sconfitta utilizzando i suoi marchi di presti­gio per vendere prodotti di massa, direttamente o attraverso la concessione di licenze commerciali. Il1965 fu, tra l'altro, il primo anno in cui l'industria francese dell'abbi­gliamento femminile produsse più pantaloni che gonne. I giovani ari­stocratici cominciarono a perdere l'accento che, in Inghilterra, aveva identificato immancabilmente l’ap­partenenza alla loro classe. e inizia­rono a usare un linguaggio che era un'approssimazione di quello pro­prio della classe operaia di Lon­dra (A Eton i giovanotti iniziarono ad usare questo tipo di linguaggio verso la fine degli anni Cinquanta, secondo un vicedirettore di quella scuola di élite). Giovanotti e anche signorine perbene cominciarono a copiare quella che un tempo era una con­suetudine volgare e inaccettabile diffusa tra gli operai. i soldati e si­mili, ossia l'intercalare di parole oscene nella conversazione normale.. La letteratura tenne il passo: un brillante critico teatrale pronunciò la parola «fottere» durante una tra­smissione radiofonica. Per la prima volta nella storia delle favole, Cene­rentola divenne la reginetta del bal­lo proprio perché non indossava abiti meravigliosi.





















lunedì 14 settembre 2015

Galimberti e Crepet, monumenti all'insipienza del guru


Guido Vitiello 
Dove non arriva il diritto, supplisca la gogna
Il Foglio, 12 settembre 2015 




La signorina Filosofia potrebbe accompagnarsi a una statua di Umberto Galimberti a grandezza naturale, intabarrato in una tunica. Il 16 giugno del 1997, a meno di quarantott’ore dall’arresto di Scattone e Ferraro, il filosofo illustrò la sua disciplina affidando a Repubblica il commento “Filosofi e assassini”. Qui, usando Platone come un battipanni, prima sculacciava i presunti innocenti perché avevano speso tanti anni sui libri “senza capir bene la differenza che passa tra la vita e la morte”; poi sculacciava il direttore dell’istituto di Filosofia del diritto (di cui proponeva la chiusura, come un comune infiltrato dalla mafia) perché non aveva spiegato bene il suddetto Platone “al dottor Giovanni Scattone e al dottor Salvatore Ferraro che, nelle pause di studio, sparavano dalle finestre di un’aula”; infine lamentava “il collasso della cultura nel tempio della cultura”. Con Scattone esiliato a Colono il tempio non crollerà, la Filosofia resterà illibata e i Galimberti si moltiplicheranno come fotocopie.


 La Psicologia, invece, la immagino come una ninfa delicata e pensosa inseguita da una figura in marmo del professor Paolo Crepet ignudo, tutto drappeggi e capelli mossi dal vento come l’Apollo di Bernini. Che onore fece alla sua disciplina quando, dopo la condanna in primo grado degli imputati, disse che lo psicologo è come un orafo, capace di lavorare su minuzie, e che lui da una foto in cui Ferraro sorrideva aveva capito che quello era il sorriso di uno che l’ha fatta franca, perché gli innocenti non ridono! Ora che Scattone dovrà inventarsi un mestiere manuale più grossolano (lui propone imbianchino) anche quest’alta oreficeria della psiche è salva.

domenica 13 settembre 2015

Il Garibaldi dei Macchiaioli

E subito gli fecero il monumento, lo misero, a cavallo o senza, in cima a un piedistallo, decisi a non farlo più scendere. Ancora oggi, per molta gente, il Garibaldi della leggenda torna più comodo del Garibaldi della realtà. 
Luciano Bianciardi, Garibaldi,, Mondadori, Milano 1972

Giovanni Fattori, Garibaldi a Palermo, 1860
 
Girolamo Induno, Giuseppe Garibaldi davanti a Capua, 1862

Vincenzo Cabianca, Garibaldi a Caprera, 1870

 


sabato 12 settembre 2015

Holden, l'ultimo capitolo




J.D. Salinger
Il giovane Holden 
traduzione di Adriana Motti
Einaudi, Torino 1961 [1951]











Ecco tutto quello che sono disposto a raccontarvi. Probabilmente potrei dirvi quello che feci quando andai a casa, e come mi sono ammalato e via discorrendo, e a che scuola dovrei andare in autunno quando sarò uscito da qui, ma non ne ho voglia. Sul serio. Ora come ora, queste cose non mi interessano molto. 
Un sacco di gente, soprattutto questo psicanalista che c'è qui, continuano a domandarmi se quando tornerò a scuola a settembre mi metterò a studiare. È una domanda così stupida, secondo me. Voglio dire, come fate a sapere quello che farete, finché non lo fate? La risposta è che non lo sapete. Credo di sí, ma come faccio a saperlo? Giuro che è una domanda stupida.
D. B. non è tremendo come gli altri, ma anche lui continua a farmi un sacco di domande. L'altro sabato è venuto in macchina con quella bambola inglese che prenderà parte al nuovo film che lui sta scrivendo. Era una posatrice fenomenale, ma bella da morire. Ad ogni modo, quando a un certo momento è andata alla toletta delle signore, che sta a casa del diavolo nell'altro reparto, D. B. mi ha domandato che cosa ne pensavo io di tutta questa storia che ho appena finito di raccontarvi. Non ho saputo che accidente dirgli. Se proprio volete saperlo, non so che cosa ne penso. Mi dispiace di averla raccontata a tanta gente. Io, suppergiù, so soltanto che sento un po' la mancanza di tutti quelli di cui ho parlato. Perfino del vecchio Stradlater e del vecchio Ackley, per esempio. Credo di sentire la mancanza perfino di quel maledetto Maurice. È buffo. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti. 

 
Ben Shahn

















Un estratto dall'incipit nella traduzione di Matteo Colombo, sempre per Einaudi (2014)

E poi non mi metto certo a farvi la mia stupida autobiografia o non so cosa. Vi racconterò giusto la roba da matti che mi è capitata sotto Natale, prima di ritrovarmi cosí a pezzi che poi sono dovuto venire qui a stare un po' tranquillo. Ovvero quel che ho raccontato a D. B., che però è mio fratello, non so se mi spiego. Lui sta a Hollywood, quindi non lontanissimo da questo schifo di posto, e infatti viene a trovarmi praticamente ogni weekend. Dice che mi riaccompagna in macchina quando il mese prossimo torno a casa, forse. Si è appena comprato una Jaguar. Uno di quei gioiellini inglesi che fanno anche i trecento all'ora. L'ha pagata una sberla tipo quattromila dollari. È sfondato di soldi, adesso. Prima no. Prima, quando stava a casa, era solo uno scrittore normale.


http://www.ilgiornale.it/news/poche-parole-dire-900-poi-silenzio-superarlo.html

venerdì 11 settembre 2015

La Eva di Palazzo Ducale







 
















Antonio Rizzo 

Scultore e architetto veronese (m. dopo il 1499), attivo a Venezia. Verso l'ultimo decennio del secolo XV scolpì l'Adamo e l'Eva dell'Arco Foscari (ora in Palazzo Ducale), due opere di tale naturalismo e vigore espressivo da richiamare di nuovo la cultura lombarda, o addirittura fonti germaniche: forse Rizzo non ignorò il vasto interesse per le stampe tedesche che culminò al tempo della prima venuta di A. Durer a Venezia (1494-95). Si tratta, comunque, insieme con la statua di guerriero (nota come Marte) sempre dell'Arco Foscari, dei suoi capolavori.

Un bel commento alla statua si trova in Matteo Marangoni, Saper vedere, Garzanti, Milano 1947.


assolutamente imprevista è la sublime spontaneità di questa dolcissima e terribilmente vera donna-madre, sintesi mirabile di idea e di natura osservata in feriale [quotidiana] dimestichezza
http://www.thais.it/scultura/sch00131.htm

e questa è invece la molto più nota e popolare Venere Medici




giovedì 10 settembre 2015

Caporetto nella previsione di un tenente colonnello ubriaco

Richiamando alcune date si capisce meglio il valore del brano che segue. Il libro è stato scritto fra il 1936 e il 1937. I fatti narrati qui sotto risalgono al 5 giugno 1916. Lo sfondamento delle linee italiane a Caporetto si verificò più di un anno dopo, il 24 ottobre 1917. Ora il meccanismo dello sfondamento fu quello in precedenza descritto dal tenente colonnello Abbati a Lussu. L'attacco austro-tedesco si sviluppò a valle incontrando pochi ostacoli e giungendo in non più di dieci ore a spezzare in due l'intero schieramento difensivo italiano.  
 
la ritirata
Emilio Lussu 
Un anno sull'Altipiano (1938)
terzo capitolo 

Sui margini dell’Altipiano, a mille metri, v’era il piú
grande disordine. Noi vi eravamo arrivati, il 5 giugno, per
la Val Frenzela, partendo da Valstagna, con le misure di 
sicurezza d’avanguardia, perché non era chiaro dove
fossero i nostri e dove gli austriaci. Il reggimento si schierò
fra le pendici di Stoccaredo e la strada Gallio-Foza, e il mio 
battaglione prese posizione al Buso, minuscolo villaggio che 
sbarra lo sbocco di Val Frenzela.
[...] Il comandante del battaglione mi mandò, con un plotone, 
verso Stoccaredo. Avevo il compito di prendere collegamento 
con qualche reparto del nostro esercito che doveva trovarsi lassú, 
e assumere informazioni sul nemico.
[...] Il sole era già tramontato quando caddi, a nord di
Stoccaredo, su un battaglione del 301 fanteria. Lo comandava 
un tenente colonnello, sulla cinquantina, che trovai all’aperto, 
seduto ad un tavolino improvvisato con rami d’albero, una 
bottiglia di cognac in mano. Egli mi accolse molto gentilmente 
e mi offrí un bicchierino di cognac.
Molte grazie, – dissi, – non bevo liquori.
Non beve liquori? – mi chiese, preoccupato, il tenente 
colonnello. Tirò dal taschino della giubba un taccuino e 
scrisse: «Conosciuto tenente astemio in liquori. 5 giugno 
1916». Si fece ripetere il mio nome, che io gli avevo già detto 
presentandomi, e lo aggiunse alla nota. Per non perdere 
tempo io gli dissi subito la ragione di servizio che mi aveva 
spinto fino a lui. Ma egli, prima di rispondermi, volle conoscere
qualche dettaglio sulla mia vita e sui miei studi. Cosí, seppe che 
ero ufficiale di complemento, uscito dall’università allo scoppio 
della guerra.
Ma era sempre la questione dei liquori che lo colpiva
maggiormente.
Appartiene lei forse a qualche setta religiosa? – mi
chiese.
No, – risposi io ridendo. – E perché mai?
Strano, eccezionalmente strano. E vino, ne beve?
Un po', a tavola, cosí, un po' durante il pasto. Io 
ripetei le domande sulle posizioni nemiche e sui nostri. 
Ma egli non aveva fretta. Bevette ancora un bicchierino, 
e mi accompagnò, con passo lento, ad un osservatorio 
distante una cinquantina di metri, tenendo sempre in
mano la bottiglia e il bicchierino. Per distrazione, certo,
perché, all’osservatorio, egli non bevette mai.
Dall’osservatorio, si aveva ancora un panorama chiaro, 
illuminato dagli ultimi riflessi del sole. In fondo, a
nord, a una trentina di chilometri in linea d’aria, Cima
XII. Di fronte, la catena di monti culminante a Monte
Zebio, le Creste di Gallio, e, elevato su tutti, piú a destra, 
Monte Fior. Fra noi e quelle cime, la conca d’Asiago: 
piú in basso, proprio sotto di noi, la piú piccola conca 
di Ronchi.
Dove sono gli austriaci? – chiesi.
Ah, questo non lo so. Questo non lo sa nessuno. Sono 
di fronte a noi. Potrebbero, da un momento all’altro, 
essere anche alle nostre spalle. Ciò dipende dalle 
circostanze. Quello che è certo è che essi sono 
dappertutto e che, oltre al mio battaglione, non vi 
sono truppe italiane.
Io chiesi schiarimenti sulla posizione del monte piú
alto, che egli mi aveva detto essere Monte Fior.
Là vi sono i nostri. Questo è certo. Gli austriaci non
vi sono ancora arrivati. Il monte è alto duemila metri. 
È perciò che i nostri comandi lo chiamano la «Chiave
dell’Altipiano».
Il tenente colonnello mi indicava le posizioni con la bottiglia. 
Frequentemente, avvicinava la bottiglia al bicchierino come
se volesse riempirlo, ma, ogni volta, arrestava a tempo la 
bottiglia, e il bicchierino rimase sempre vuoto.
Su quella «chiave», i comandi, per non perderla,
hanno ammassato una ventina di battaglioni, mentre
qui, alla porta, tutti compresi, non siamo che quattro
gatti. L’idea è sbagliata di sana pianta. Ma è scritto nei
testi che, tenendo la vetta d’una montagna, si possa 
impedire al nemico di passare per la vallata sottostante.
Vede, laggíú, lo sbocco di Val Frenzela, sotto di noi?
Fra lo sbocco e Monte Fior, vi saranno, in linea d’aria,
non meno di quattro o cinque chilometri. Se gli austriaci
forzano lo sbocco, la « porta», vi possono infilare tutta
un’armata, senza avere un ferito, mentre la «chiave» 
resta appesa al muro. Lei non beve, eh? Lei non beve!
A me pare che, se noi abbiamo, lassú, venti battaglioni, 
qui, gli austriaci non possono passare.
E come lo impediscono i nostri venti battaglioni, da lassú?
       Con l’artiglieria? Ma non ve ne abbiamo un solo pezzo e
        non ve ne potrà essere uno solo, ché mancano le strade.
       Con le mitragliatrici e i fucili? Armi inutili, a tanta distanza.
       E allora? Allora, niente. Perché, se noi siamo degli imbecilli,
       non è detto che di fronte a noi vi siano comandi più intelligenti.
       L’arte della guerra è la stessa per tutti. Vedrà che gli austriaci
       attaccheranno Monte Fior, con quaranta battaglioni, e inutilmente.
       E siamo pari. Questa è l’arte militare.

°°°
Nel testo di Lussu il tenente colonnello poi colonnello Abbati ricompare ancora nei capitoli VII e XXX (l'ultimo).   

L'autenticità dell'episodio è messa in discussione con argomenti persuasivi da P. Pozzato e G. Nicolli in 1916-1917. Mito e antimito. Un anno sull'altipiano con Emilio Lussu e la Brigata Sassari, Ghedina&Tassotti editori, Bassano del Grappa 1991. Non è chiaro intanto chi sia in realtà il comandante del battaglione e dove avvenga esattamente l'incontro. Le obiezioni più rilevanti riguardano poi il contenuto del dialogo. Ecco quanto scrivono tra l'altro Pozzato e Nicolli commentando il passo su Monte Fior e la chiave:
Il tono della narrazione si fa qui iperbolico, almeno per quanto concerne i dati riportati: dall'altezza (che supera di poco i 1800 metri) al numero dei battaglioni impiegati (che, sulla base delle varie relazioni non sempre concordi, non poteva superare alla data indicata il numero di 6, se pur lo raggiungeva) o fossero dislocate sull'Altipiano diverse batterie di grossi calibri. La stessa situazione tattica risulta in realtà esattamente opposta a quella descritta dal tenente colonnello di Lussu. Mentre sul nodo del Fior, la "chiave", si trovavano pochi battaglioni alpini, sul fondo della Val Frenzela si trovava l'intera 25ª Divisione. 
Alla fin fine, secondo i due autori, le osservazioni di questo comandante di battaglione, pur plausibili nella cornice data loro da Lussu, sembrano risentire della riflessione successiva sugli avvenimenti, piuttosto che riportare fedelmente il ricordo di una conversazione avvenuta il 5 giugno 1916.