martedì 22 novembre 2016

La lezione francese



Stefano Folli
A lezione dalla Francia per fermare il populismo
L’ultradestra teme chi non divide e sa parlare al Paese profondo
La strategia di Renzi è diversa. Ma il duello ha lacerato gli elettori

la  Repubblica, 22 novembre 2016

... le notizie da Parigi dovrebbero insegnare qualcosa. La vittoria di Fillon al primo turno delle primarie del centrodestra viene giudicata da molti osservatori come la prima risposta degna di questo nome alla deriva nazional-populista di Marine Le Pen. Nessuno è in grado di predire se Fillon è davvero destinato all’Eliseo. Tuttavia egli sembra il politico più attrezzato per mettere in seria difficoltà il Front National. Non è un personaggio controverso, oltre che un cavallo di ritorno, come lo sconfitto Sarkozy, il più spregiudicato nell’usare la carta del populismo in concorrenza con l’estrema destra. Non è nemmeno il serio e competente Juppé, che appare comunque usurato agli occhi dei francesi per i lunghi anni in politica. Anche Fillon ha alle spalle varie esperienze di governo ed è stato primo ministro per un biennio, ma è riuscito con abilità ad apparire il più “nuovo” di tutti i candidati. Qualcuno lo ha descritto come un “ectoplasma”, il che non è proprio un complimento. Ma in questo caso vuole sottolineare la sua discrezione, la capacità di non bruciarsi con le luci del palcoscenico.
In altre parole, Fillon vince perché è rassicurante: non divide più di tanto gli elettori, non eccede in egocentrismo, sa parlare alla Francia profonda. Marine Le Pen lo teme e si capisce perché. Fillon è un conservatore che dà l’idea di difendere gli interessi della Francia senza usare toni sbagliati e senza colpi di testa con l’Europa. Non è un bersaglio facile in campagna elettorale come sarebbe stato Sarkozy. E il FN potrebbe essere indotto a spingersi ancora più a destra, con tutte le incognite del caso.
In altre parole, sebbene sia presto per dirlo, i francesi potrebbero aver trovato l’antidoto al “lepenismo”. Fenomeno che in Italia è surrogato da Salvini con esiti solo in parte significativi. Il vero movimento trasversale anti-sistema è, come noto, il M5S. Ma la strategia di Renzi non è quella di Fillon. E naturalmente nemmeno quella di Angela Merkel che tende a unire il paese dietro la sua candidatura e adombra una nuova grande coalizione in caso di vittoria. Qui siamo all’uno contro tutti in un duello rusticano al termine del quale potrebbero esserci solo vinti e nessun vincitore.

https://palomarblog.wordpress.com/2016/11/25/fillon-la-riscossa-gaullista/

sabato 19 novembre 2016

Il brutto nell'arte




Categorie come il «tremendum», il «celato» e il falso, lo «sdoppiato» […] costituiscono la base di un’arte che nel compiacimento dell’orrido, del deforme, o del falso paradisiaco, riusciva a raggiungere spesso straordinarie atmosfere, di terrore e di subdolo fascino. Basti riflettere sul «Giardino delle delizie» di Bosch o sulle «Tentazioni di Sant’Antonio»; o al «Trionfo della Morte» di Bruegel. (Gillo Dorfles, C’è del demoniaco in quell’arte, Corriere della Sera, 22 gennaio 2008)


Il grande pittore tedesco Albrecht Dürer disegnò sua madre con amore. Il suo studio fedele della vecchiaia e dello sfacelo può forse colpire e respingere ma, se vinciamo questo primo moto di ripugnanza, ne saremo ampiamente compensati, poiché nella sua spietata sincerità, il disegno di Dürer è un’opera grandiosa: la bellezza di un quadro, non sta nella bellezza del soggetto. (Ernst Gombrich)

Umberto Eco, Storia della bruttezza, Bompiani, Milano 2007

… dovremo, nel corso della nostra storia, distinguere le manifestazioni di brutto in sé (un escremento, una carogna decomposta, un essere coperto di piaghe che emana un odore nauseabondo) da quelle di brutto formale, come squilibrio nella relazione organica tra le parti di un tutto.
Immaginiamo di vedere per strada una persona con una bocca sdentata: quello che ci disturba non è la forma delle labbra o dei pochi denti rimasti, ma il fatto che i denti sopravvissuti non siano accompagnati dagli altri che dovrebbero esserci su quella bocca. Non conosciamo quella persona, quella bruttezza non ci coinvolge passionalmente e tuttavia – di fronte all’incoerenza o incompletezza di quell’insieme – ci sentiamo autorizzati a dire spassionatamente che quel viso è brutto.
Per questo un conto è reagire passionalmente al disgusto che ci provoca un insetto viscido o un frutto imputridito e un conto è dire di una persona che è sproporzionata o di un ritratto che è brutto nel senso che è malfatto (il brutto artistico è un brutto formale).
E, parlando di brutto artistico, ricordiamo che in quasi tutte le teorie estetiche, almeno dalla Grecia ai giorni nostri, è stato riconosciuto che qualsiasi forma di bruttezza può essere redenta da una sua fedele ed efficace rappresentazione artistica. Aristotele (Poetica 1448 b) parla della possibilità di realizzare il bello imitando con maestria ciò che è repellente e in Plutarco (De audiendis poetis) si dice che nella rappresentazione artistica il brutto imitato rimane tale ma riceve come un riverbero di bellezza dalla maestria dell’artista.
Abbiamo così identificato tre fenomeni diversi: il brutto in sé, il brutto formale e la rappresentazione artistica di entrambi. Quello che c’è da tener presente nello sfogliare le pagine di questo libro è che quasi sempre si potrà inferire che cosa fossero in una data cultura i primi due tipi di bruttezza solo in base a testimonianze del terzo tipo.

mercoledì 16 novembre 2016

Trump e la sinistra europea






Marc Lazar
La lezione di Trump alla sinistra europea
la Repubblica, 16 novembre 2016


DOPO la Brexit, Donald Trump. E in prospettiva, il referendum del 4 dicembre in Italia. L’esito di questo voto, quale che sia, rischia di provocare una rottura irrimediabile in seno al Pd.
Lo stesso giorno, in Austria, il candidato del partito di estrema destra Fpö potrebbe essere eletto presidente della Repubblica. In Olanda, nel marzo 2017 i populisti del Partito per la Libertà di Geert Wilders peseranno sulle elezioni legislative. E a primavera in Francia la sinistra rischia di non arrivare al secondo turno delle presidenziali, che si giocherebbe allora tra il candidato della destra e Marine Le Pen. Infine, in Germania l’Spd guarda con apprensione al voto dell’autunno 2017.
La sinistra è sotto shock. Dopo la crisi del periodo tra le due guerre, quando rischiò di essere annientata non solo dal fascismo e dal nazismo ma anche dalle lacerazioni fratricide tra comunisti e socialisti, oggi affronta una nuova sfida: l’ascesa dei vari populismi, di destra, di sinistra, o anche né di destra né di sinistra, regionalisti, nazionalisti o generati da imprenditori straricchi, come nel caso di Silvio Berlusconi in Italia, e ora in quello di Donald Trump negli Stati Uniti. Populismi che peraltro non scuotono solo la sinistra, ma anche la destra, sia pure in misura minore. Prima di vincere le presidenziali, Trump aveva battuto i suoi rivali alle primarie e stravolto il partito repubblicano. In Francia Marine Le Pen sottrae voti alla sinistra, e al tempo stesso attira sulle sue tematiche, ma anche sulla sua persona, gran parte della destra. In Italia il Movimento 5 Stelle ha sparigliato il gioco politico captando voti a sinistra e a destra, e riportando una parte degli astensionisti alle urne.
Di fatto, tutte le grandi famiglie politiche di destra, di sinistra e di centro che hanno dominato la competizione politica in Europa e guidato i governi sono destabilizzate. Non solo: i populisti riescono a imporre la loro percezione della realtà. Pretendono di incarnare il popolo unito e portatore di verità contro un’élite che descrivono come omogenea, corrotta, sclerotizzata e malefica. E non pochi osservatori danno credito a tali argomenti, spiegando ad esempio che Trump ha vinto perché il popolo ha voluto punire le élite; ma dimenticano che una maggioranza di americani, ancorché risicata, ha votato per Hillary Clinton. Nel contesto attuale non possiamo accontentarci di spiegazioni semplicistiche, che riportano tutto a un’unica causa. Se i populismi avanzano ovunque in Europa, è per l’azione congiunta di vari fattori, diversamente articolati a seconda dei Paesi: la globalizzazione senza regole, le disuguaglianze crescenti, una democrazia senza popolo e un’Europa senz’anima né progetto.
Queste le sfide che la sinistra è chiamata ad affrontare. Di concerto con altre forze, dovrà inventare procedure per imporre regole alla globalizzazione, rifiutando al tempo stesso il protezionismo che sta riemergendo ovunque. E operare per il ritorno della crescita, nel rispetto dell’ambiente, creando posti di lavoro e riducendo la disoccupazione che distrugge i rapporti sociali, condanna alla precarietà intere fasce di popolazione, inasprisce le disuguaglianze sociali, di genere, territoriali, generazionali, culturali (tra laureati e chi non ha un titolo di studio), nonché tra cittadini di un Paese e immigrati. La sinistra ha dimenticato intere categorie della popolazione — dagli operai ai ceti medi, ai giovani a basso livello di istruzione o in via di declassamento, che si sentono umiliati, abbandonati, e spesso non riescono a comprendere le sue politiche in favore delle minoranze, le sue riforme libertarie. D’altra parte la sinistra è vittima di una profonda diffidenza nei riguardi delle istituzioni, a livello sia nazionale che europeo, in particolare da parte delle fasce di popolazione meno abbienti a basso livello di istruzione, che guardano alla politica e alle élite dirigenti con disaffezione o addirittura disgusto; e dunque non può più accontentarsi di rivendicare la propria esperienza e responsabilità, né di puntare tutto sulla politica pubblica. Dovrà rilegittimare la politica. Perché esiste nella società una profonda aspirazione a una politica diversa, più trasparente, più aperta, più partecipativa. Ciò presuppone una profonda riconversione dei suoi dirigenti, del suo modo di fare politica, del suo rapporto coi cittadini e delle sue forme organizzative.
Infine, l’Europa è scossa dalla spinta degli egoismi, dalla tentazione del ripiegamento, dall’ascesa del razzismo e della xenofobia, da timori e angosce d’ogni genere, a cominciare dalla paura dello straniero. Questo impone alla sinistra di rilanciare il progetto europeo, e di condurre una coraggiosa battaglia culturale, evitando gli atteggiamenti moralistici e sprezzanti verso chi si sente abbandonato e non sapendo a che santo votarsi presta orecchio agli argomenti più demagogici.
La sinistra del XIX e del XX secolo è acqua passata. Costretta, ancora una volta, ad adattarsi alla realtà per non essere spazzata via, dovrà certamente affrontare terribili lacerazioni interne, e portare avanti una grande opera di ricomposizione politica. In quest’impresa gravida di incognite, dovrà però essere guidata da due valori cardinali: l’uguaglianza, ripensata nelle condizioni attuali, e — per riprendere la parole di Carlo Rosselli — la libertà per i più umili.
Traduzione di Elisabetta Horvat

domenica 13 novembre 2016

Io, Daniel Blake



Simone Lorenzati

Per una volta partiamo dalla fine. Ultima scena di “Io, Daniel Blake”. Un sabato sera di un cinema centrale di Torino, non esattamente vuoto. Partono i titoli di coda, si riaccendono le luci. Silenzio. Nessuno che commenti col proprio vicino, nessuno che parli, nessuno che prenda immediatamente il cellulare incredibilmente abbandonato per quasi due ore. Per diversi, lunghi, intensi secondi si rimane colpiti, toccati dalla profondità di questo film. E si riflette in silenzio, magari con gli occhi lucidi. E' esattamente questa la potenza dell'ultima fatica di Ken Loach. E' una storia di fantasia ma comune. Daniel Blake (interpretato da uno straordinario Dave Johns) è un cinquantanovenne di Newcastle. Vedovo, fa il falegname da sempre, come una miriade di altri lavori manuali. In seguito a problemi cardiaci, per qualche tempo non è più in grado di lavorare e, per la prima volta nella sua vita, ha bisogno dell'aiuto dello Stato (sussidi, disoccupazione, indennità). La sua è una vicenda drammaticamente paradossale, che si incrocia con quella di Katie (l'altrettanto ottima Hayley Squires) ragazza madre da poco trasferitasi in città da Londra insieme ai suoi due bimbi piccoli. Loach ci mostra, insieme, i limiti di una burocrazia che pare costruita appositamente per far desistere l'accesso a diritti dovuti, ed il lento precipitare dei protagonisti verso l'indigenza. Eppure l'opera mostra un tesoro inestimabile e di cui spesso ciascuno di noi dubita: la forza straordinaria delle relazioni umane, dell'empatia, della solidarietà. C'è innanzitutto il rapporto di profonda amicizia tra i due protagonisti della pellicola (prima lui aiuta lei e poi avverrà il contrario). C'è poi la complicità di Daniel con il giovane vicino di origine africana così come vi sono molti gesti di generosità inaspettati: il direttore del supermercato che grazia Katie costretta a rubare tra gli scaffali, le donne del banco alimentare che mostrano una profondissima umanità, l'ex collega che passa a Daniel un legno da lavorare, la funzionaria dell'ufficio disoccupazione che lo aiuta di nascosto. E ci sono anche gli applausi dei passanti quando Blake inscena la sua protesta davanti all'ufficio che gli nega l'assegno a cui ha diritto. C'è insomma, pur se in una vicenda drammatica (trattata con piglio diretto senza, tuttavia, rinunciare all'ironia), una speranza cui aggrapparsi. L'ultima barriera di civiltà e di futuro quando è già finito tutto il resto: il lavoro, il welfare, il partito, il sindacato, la sinistra, la lotta. Mentre si disgregano i tradizionali circuiti associativi solidaristici, ed emergono gli odiatori di ogni categoria diversa dalla propria, giovani contro vecchi, partite iva contro operai, indigeni contro immigrati, precari contro stabili, Loach lancia un messaggio di speranza. Insieme, insomma, un pugno ed una carezza.

sabato 12 novembre 2016

Luca Rastello, I buoni







I buoni. Evoluzione, potere e contraddizioni del terzo settore
(a cura di Elanor Cattaneo, revisione di Franco Pezzini)
Zapruder, n. 38, sett.-dic. 2015

Luca Rastello (1961-2015), giornalista e scrittore italiano. Per molti anni ha lavorato nel campo della cooperazione internazionale e delle organizzazioni no profit. È stato direttore di «Narcomafie», inviato di «Diario» ed è stato collaboratore di «la Repubblica»; a seguito delle sue collaborazioni ha lavorato nei Balcani, in Asia centrale, in Africa e in Sud America. All’attivo ha pubblicazioni che riflettono il suo lavoro, da La guerra in casa (Einaudi, 1998) a Binario morto (Chiarelettere, 2013, con Andrea De Benedetti). Nel suo primo romanzo, Piove all’insù (Bollati Boringhieri, 2006), ha affrontato storie degli anni settanta riannodandole alle contraddizioni del presente; I buoni, secondo romanzo, è ambientato all’interno del mondo della cooperazione (Chiarelettere, 2014).

Hai lavorato per molti anni nel terzo settore e al centro del tuo romanzo c’è l’onlus In punta di piedi, perciò hai utilizzato e interrogato una realtà che conosci per raccontare una storia. Perché hai deciso di raccontare questa storia, e quanto ha pesato conoscere dall’interno il mondo della cooperazione e ciò che le onlus fanno nei loro progetti?

L’ambientazione non è casuale, però non si tratta di un libro sulle onlus. Ci sono due aspetti che mi piace sempre chiarire: è un romanzo ma non è un romanzo a chiave, e ho scelto lo strumento romanzo perché l’idea era di stanare alcuni argomenti che solo il romanzo raggiunge. In particolare credo che sia un libro sul linguaggio, sulla costruzione sociale della realtà e sulla costruzione dei rapporti di potere attraverso il linguaggio. Quindi l’onlus è un’ambientazione utile perché è un luogo dove precipitano le contraddizioni in maniera più visibile e vistosa, ed è un’ambientazione opportuna per me perché è il luogo dove ho passato, in realtà diverse, un trentennio della mia vita. Però parlo di fenomeni che si verificano e di dispositivi che si mettono in movimento anche in altri ambienti, in tutti i tipi di comunità umana, ma in particolare nelle comunità chiuse, e poi, ancora più in particolare, nelle comunità finalizzate. Cioè i meccanismi di potere messi in moto dal linguaggio sono più pervasivi e più influenti dove c’è un fine etico, perché questo fine determina l’uso che si fa del linguaggio e dei valori all’interno di una comunità.

Utilizzi una narrazione molto forte, scomoda, soprattutto nella parte centrale del libro, in cui è evidente come padroneggiare il linguaggio definisca l’orizzonte dei diritti delle persone. Quale è la relazione che c’è tra il potere, le sue dinamiche e l’utilizzo del linguaggio? Penso ad esempio all’utilizzo che fai di alcune formule – la telefonata convocazione, la frusta dell’oltre – che in un certo senso addolciscono la parola ma dietro nascondono un significato più forte e negativo.

Il linguaggio è pericoloso e sono convinto che l’igiene del lessico sia una necessità fondamentale, che si debba partire da lì, senza concedersi un vocabolario solo perché è un vocabolario acquisito. Hai citato la frusta dell’oltre che è sostanzialmente quel pungolo che ti impone di lavorare senza essere pagato, cioè di farti sfruttare, e sentirti anche virtuoso perché credi di avere degli orizzonti più vasti e più alti. Dopodiché però nessuno si preoccupa di definire quegli orizzonti – in nome di che cosa sacrifichiamo alcuni diritti – e soprattutto di dimostrare che sono più alti. Allora il linguaggio diventa fondamentale. Nei dibattiti e nelle discussioni seguite al libro ho travato degli esempi che hanno chiarito la situazione meglio di quanto potrei fare io: una signora durante una presentazione si alza quasi in lacrime e racconta di aver subito un trattamento scandaloso in occasione della maternità, come quelli raccontati nel libro, ma di non riuscire ad avviare una vertenza per denunciare, di non riuscire nemmeno a parlarne. Al personaggio del libro a cui accade una simile vicenda capita di andare ad un’assemblea e di essere travolta, colpevolizzata con quel sistema di linguaggio: «tu non senti la frusta dell’oltre, tu non senti i valori più alti per cui noi lavoriamo, tu sei qui per uno stipendio».

Come se il lavoro nel terzo settore fosse una missione…

Esatto. E da qui tutta la marea retorica che nasce da espressioni come bisogna sporcarsi le mani, metterci la faccia, il passo lento del montanaro con cui noi raggiungiamo l’oltre. Cioè tutte quelle espressioni che servono a fare in modo che tu non abbia voce per esprimere un disagio che provi nei confronti di un ordine di valori che non è enunciato, ma che è implicito nelle regole della comunità in cui ti trovi. Succede una cosa simile a quella di chi subisce violenza in un contesto dominato da linguaggi maschili, fatti per togliere completamente la voce e il vocabolario per dire non solo che hai subito un abuso, ma anche che quello che hai subito è un abuso. Immagina comunità indiane in cui non esiste il concetto di violenza sessuale, per cui non puoi averla subita, è una cosa naturale. Ma a volte la tua esperienza personale e il tuo disagio si trovano in contrapposizione con tale ordine di valori, e non hai le parole per dirlo. Cresci in una comunità che è determinata dal linguaggio che parla, perché il linguaggio è un codice di riconoscimento reciproco formidabile, è un codice di appartenenza – se noi parliamo la stessa lingua e usiamo le stesse espressioni è perché condividiamo gli stessi valori, e in base a questi valori abbiamo scelto questo tipo di vita e quindi apparteniamo a questa comunità; e se poi la comunità è anche orientata ad un fine etico diventa discrimine tra il bene e il male. Appartenere significa avere senso, non appartenere significa non avere senso. Quindi se sei in rotta di collisione con i valori di quella comunità, sei in rotta di collisione col senso della vita, allora sei fuori, non esisti. Questo è un meccanismo coercitivo micidiale: chi controlla il linguaggio con la retorica controlla l’esistenza perché su ciò si basano il riconoscimento, l’appartenenza, le coordinate e il perimetro della comunità, i valori e i diritti che possono essere esercitati e che esistono. Cioè ha in mano la parola che crea: ciò che il linguaggio dice esiste, ciò che il linguaggio non dice non esiste. Ora accade che in un altro dibattito la presidentessa di un circolo Arci racconta di aver applicato alle sue dipendenti, oltre che a se stessa, lo stesso trattamento di maternità perché convinta di avere una missione più alta. Ma quale è questa missione più alta e perché è più alta? Rendiamoci conto che il terzo settore oggi è additato dai poteri come il luogo virtuoso, il laboratorio della società migliore. E siccome è additato come esempio, l’esempio poi si sparge, e se tu togli alcuni diritti dall’orizzonte contrattuale scrivi la bozza del prossimo contratto di Marchionne. La tutela della maternità, la parità fra uomo e donna sul lavoro, la tutela della dignità del lavoro dipendente, tutto questo sacrificato in nome di valori superiori.

Il concetto di “legalità” è un altro tema forte. La legalità è il fondamento e il centro dell’azione solidale dell’organizzazione, la stessa che poi all’interno ha però ben poco rispetto per i suoi collaboratori. Questa contraddizione è ancora più evidente col crescere dell’importanza della stessa organizzazione e con l’aumentare del potere che si trova a dover gestire. Cosa significa legalità e come spieghi questa contraddizione?

Si tratta di parole d’ordine feticizzate. Se devo sacrificare il diritto alla tutela del lavoro, la maternità, la parità tra uomo e donna al culto della “legalità”, allora cerchiamo di capire cos’è: la legalità è un valore se e solo se siamo nel migliore dei mondi possibili. Se abbiamo realizzato la società perfetta e ideale allora la legalità – cioè il metodo per far rispettare il patto sociale che produce quella società – è un valore, altrimenti è uno strumento, un metodo, nelle mani di sacerdoti che legittimano se stessi, la loro leadership, attraverso la sacralizzazione di qualcosa che sacro non è. Ogni progresso della civiltà umana avviene per rotture di legalità, da sempre. La legalità è determinata dai rapporti di forza e dalle ideologie vigenti nel momento in cui si stringe il patto sociale, di cui quella forma di legalità è il guardiano. E quei rapporti di forza molto spesso sono rapporti violenti, rapporti di dominazione: allora la legalità va superata. Se la legalità è un valore, allora la società è arrivata a un punto di giustizia assoluta; ma se la legalità non è un valore i suoi sacerdoti che la erigono a valore, che la insegnano nelle scuole, che arruolano folle nel suo nome, sono persone che legittimano la propria posizione di potere per usarla secondo rapporti di forza e ideologia storicamente determinati, e non certo eterni come un valore. L’esempio è la procura di Torino, quando Giancarlo Caselli fa incriminare dai suoi Pm a trent’anni di galera per terrorismo chi ha bruciato un compressore, e a sei anni per incendio doloso chi ha cercato di bruciare i bambini rom della Continassa. Questa è ideologia, lui ha delle idee precise che mette in campo, ma che santifica col crisma di un valore assoluto all’interno del quale tutti devono stare. Ogni dissenso in questa società deve sottostare ai confini della legalità, perché l’ha deciso il linguaggio, e quel linguaggio serve a santificare quelli come Caselli e a farne degli intoccabili sacerdoti della norma. Se si costituisce una casta di sacerdoti guardiani della norma, la quale norma è organizzata secondo gerarchie di valori che devono uniformare a sé la società e i ruoli della società, l’esercizio di diritti, il modo in cui si lavora, addirittura la contrattualizzazione, allora qui abbiamo una situazione di graduazione dell’arruolamento alla norma. Penso all’ormai classica critica di Foucault alla società panottica, penso a Sorvegliare e punire. Si individuano le grandi istituzioni: la prigione, l’ospedale, la caserma e la scuola, che costituiscono una norma che diventa sentire comune. La moralizzazione delle classi povere nell’Ottocento tende a portare la disciplina sotto forma di norma all’interno di tutti i comportamenti della società, la prigione si espande, così come l’essere esposti ad una sorveglianza, ad una custodia. Oggi noi siamo ad un gradino ulteriore, noi introiettiamo la norma attraverso queste gerarchie di valori e attraverso l’arruolamento ad un frammento percepito, o presentato come il migliore di una società, capace di sacrificare tutte le conquiste fatte in duecento anni in nome di valori astratti; noi introiettiamo la disciplina, introiettiamo la norma, siamo arruolati a una società del controllo che parte da dentro. Il panopticon l’abbiamo inghiottito e ce l’abbiamo dentro. La guardia siamo noi stessi, attraverso un’ideologia che ci fornisce una gerarchia di valori che fa di noi i controllori di noi stessi, quindi di noi i controllori della norma e fa della norma il controllore universale della società. E il lavoro sociale diventa la quinta istituzione totalitaria di questo mondo dominato dalle telecamere. Ho parlato di graduazione dell’arruolamento alla norma perché si parte dalla buona intenzione ma anche dal volontariato innocuo, visto che la parola volontario già ti arruola ad un ordine di valori, e da quell’ordine di valori fino a negare la maternità. Si percorre una scala graduale che determina la società su rapporti di forza, che sono anche rapporti di violenza, mascherati da un linguaggio che parla di solidarietà, e che quindi ti fa introiettare e fa di te il migliore guardiano dei rapporti che sei nato per scardinare.
Don Silvano è l’incarnazione del rapporto che c’è tra carisma e potere, in un certo senso è un idolo, a lui e alle sue parole abbiamo delegato le nostre lotte, la cura dei più deboli, la lotta contro le mafie, perché Don Silvano si fa carico di conoscere, capire e costruire il bene.
Purtroppo siamo la caricatura dell’idea brechtiana «sfortunato il paese che ha bisogno di eroi». Cioè l’azione civica trasferita nel simbolico, per cui valori-feticcio sono di fatto i pilastri di un ordine simbolico che sostituisce l’ordine reale, l’ordine dell’azione. Dove la domanda del Novecento è «che fare?» – io mi pongo il problema del mio ruolo entro la società ponendomi il problema del mio orizzonte di azione – la domanda del XXI secolo sarà molto più querula e sembra suonare «chi sono?». È una domanda di identità, capire a quale orizzonte appartengo, resuscitare una memoria che mi legittimi, che mi renda appartenente, ma che di fatto vanifica il che fare. L’orizzonte simbolico “appartenere ad un sistema di valori” – l’antimafia dei simboli, il lavoro sociale, la cooperazione, l’essere migliore – sostituisce la necessità di agire politicamente per la trasformazione. Questa sostituzione in realtà è anche un forte generatore di infelicità, perché toglie destino e destinazione. La domanda «che fare?» in fondo definiva delle traiettorie che potevano dare senso anche alla vita quotidiana. Adesso non voglio riesumare la militanza del Novecento, però voglio dire che era più facile vivere con un orizzonte di trasformazione abbastanza strutturato a cui tendere. Oggi questo manca, c’è solo un orizzonte di appartenenza: io sto con “i buoni”. E nota che molto spesso la risposta è una risposta di morte. Che cosa è l’antimafia dei simboli incarnata da Libera? Un culto dei morti, un elenco di nomi di vittime, peraltro scelti in base a criteri aberranti, tipo la Giornata delle vittime innocenti di mafia. Poi bisognerebbe ragionare su cosa significa innocenti. Significa che io ho il diritto di dare la titolarità di innocenza, quindi certifico solo la mia innocenza e la mia titolarità. Cos’è una vittima innocente di mafia? Ci vuole il gran sacerdote che decide chi è innocente e chi non lo è, ma non importa a nessuno della vittima, importa l’arruolamento nell’ordine simbolico di cui il concetto di vittima è guardiano. Quell’orizzonte simbolico ti dà una tessera di appartenenza, risponde alla domanda «chi sono?». Mentre «che fare?» è già chiaro, l’ha deciso il capo per me, l’ha deciso il testimonial, lo decide l’adesione totale all’orizzonte di valori e simboli… e a quel punto c’è una delega. Io ho bisogno di eroi civili per poter continuare la mia vita di tutti i giorni, ho bisogno che ci sia qualcuno che certifica che le battaglie che sento come indispensabili stanno venendo portate avanti: ho bisogno dell’eroe, del portabandiera, faccio click su “I like” e mi iscrivo nella lista dei fan su Facebook dei vari Saviano, Caselli, Ciotti. Ci sono eroi per ogni situazione, di fatto la logica postmoderna è quella del testimonial; è il meccanismo di comunicazione postmoderna che fa sì che ci siano i portavoce della sofferenza, della soluzione alla sofferenza, della battaglia contro la sofferenza, e ognuno viene consegnato al suo orizzonte individuale, parcellizzato, in cui il compito è sorvegliare solo se stesso attraverso l’introiezione di valori virtuosi.

http://machiave.blogspot.it/2015/07/luca-rastello-ritratto-di-un-operatore.html
http://machiave.blogspot.it/2015/07/luca-rastello-scrittore.html

venerdì 11 novembre 2016

Forse un mattino andando



Eugenio Montale
Ossi di seppia

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo*:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco**.

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto***.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.


Due lampi. Un prima e un dopo. E, nella sequenza, è delineata e fissata la condizione dell’uomo moderno per come appare a un soggetto consapevole della esistenza presente. Le verità ultime si sono dileguate e hanno lasciato il posto al vuoto. Ciò che vediamo ha il carattere di uno spettacolo illusorio (l’inganno consueto). Molti non si rendono conto di tutto questo. A chi sa non resta che tacere. (Giovanni Carpinelli)

Angelo Marchese
* L'”aria di vetro”, limpida e secca (“arida”) propizia la visione, l'”estasi” (direbbe Leopardi: Zib. 1429-30).
** L’avvio librato dell'”andando” si risolve in un barcollare senza più punti di riferimento (Calvino, in AA. VV., Letture montaliane, 1977, pp. 38-40).
Giovanni Carpinelli
*** L’inganno costituito dalla ordinaria rappresentazione del mondo.

mercoledì 9 novembre 2016

E adesso pedala




Donald Trump sconfigge Hillary Clinton e, a sorpresa, diventa il 45esimo presidente degli Stati Uniti. «Mi dispiace avervi fatto aspettare», sono state le prime parole che ha rivolto, con un sorriso, ai suoi sostenitori. «È un movimento composto da americani di ogni razza, religione, ideali, che si aspettano che il governo sia al servizio della gente e sarà veramente così», ha poi detto, assicurando che sarà il presidente di tutti. «Ora dobbiamo cicatrizzare tutte le ferite, il popolo americano è uno solo e deve essere unito», ha detto. E ha promesso che «nessuno resterà indietro, nessuno verrà dimenticato».

E’ andata come poteva andare. Trump non ha sconfitto l’America delle minoranze e delle donne, ha sconfitto Hillary Clinton, una candidata debole, appesantita da una infelice eredità dinastica. Adesso la frittata è fatta, il partito repubblicano ha in mano l’America, Trump potrà nominare alla Corte suprema persone di suo gradimento con ricadute che lasceranno il segno nel corso degli anni a venire. Verrà poi il tempo delle analisi più raffinate e delle valutazioni più attente. Basterà per ora un bilancio grossolano. Obama non era l’America, certo. Ma neppure Trump è l’America. Per di più, con il suo sgangherato programma, sembra destinato a fallire. A meno che nella pratica non si riveli più saggio smentendo tutta una parte delle affermazioni più bislacche da lui lanciate ai quattro venti nel corso della campagna elettorale. Un’altra America troverà ugualmente con il tempo l’occasione per rialzare la testa. Tante persone che adesso sono state respinte nell’ombra. Seguaci di Sanders, astenuti, elettori poco entusiasti di Hillary. Gente operosa, intelligente, assennata, come ha pure detto stamattina alla radio Sergio Romano.
Trump ha voluto la bicicletta, sta a lui pedalare. Incontrerà ostacoli, rallenterà, cadrà per terra forse. La sua non sarà una progressione trionfale. Non c'è un percorso tranquillo che possa condurre senza scosse nel tempo di un mandato presidenziale al traguardo della felicità nell’isolamento. Ci sarà o non ci sarà per lui il mmento di una diversa consapevolezza? Con la sua tracotanza potrebbe anche negare i fatti più evidenti. Perché no. Come potrebbe invece per pragmatismo rivelarsi più inoffensivo del previsto. Staremo a vedere. Intanto l’America del futuro avrà avuto il tempo per leccarsi le ferite e ripartire.

martedì 8 novembre 2016

Thomas Mann, arte e vita borghese

 
 
 
 
Thomas Mann, Tonio Kröger, parte finale, trad. di S.T. Villani, Garzanti, Milano, 1992 [1903]
 
Tonio Kröger si trovava al nord, e scrisse a Lisaveta Ivanovna, la sua amica, come le aveva promesso.
Cara Lisaveta che ve ne state laggiù nell’Arcadia dove presto ritornerò, scrisse. Eccole, allora una specie di lettera, ma ne resterà delusa, perché intendo tenerla un po’ sulle generali. Non che non abbia niente da raccontare, non che non abbia vissuto, a modo mio, questa o quella esperienza. A casa, nella mia città natale, mi si voleva persino arrestare… Ma di questo riferirò a voce. A volte, ora, ho dei giorni in cui preferisco dire, con buone maniere, qualcosa di generale, piuttosto che raccontare storie.
Si ricorda ancora, Lisaveta, di avermi definito, un giorno, un borghese sviato? Lei mi definì cosi in un momento in cui io, trasportato da altre confessioni che poco prima m’ero lasciato sfuggire, le confessai anche il mio amore per quanto io chiamo «vita»; e mi domando se lei sapesse di cogliere nel segno, se sapesse che la mia borghesia e il mio amore per la «vita» sono una sola e medesima cosa. Questo viaggio mi ha dato l’occasione di rifletterci sopra…
Mio padre, lei lo sa, aveva un carattere nordico: contemplativo, profondo, corretto per puritanismo e tendente alla malinconia; mia madre era di sangue esotico indefinito, bella, sensuale, ingenua, negligente e al tempo stesso passionale, e d’una trascuratezza impulsiva. Senza dubbio, certo, era una mescolanza questa, piena di possibilità straordinarie… e pericoli straordinari. Ed eccone il risultato: un borghese che s’è smarrito nell’arte, uno scapigliato nostalgico della buona educazione giovanile, un artista con la coscienza sporca. In quanto è proprio la mia coscienza borghese che mi fa scorgere in tutta la vocazione artistica, in tutta la straordinarietà e in tutto l’ingegno, qualcosa di profondamente ambiguo, profondamente malfamato, profondamente dubbioso, che mi ricolma di debolezza innamorata per il semplice, il candido, il piacevolmente normale, l’antigeniale e decoroso.
Io sto tra due mondi, in nessuno sono di casa, e per tale motivo mi trovo un po’ in difficoltà. Voi artisti mi chiamate borghese, e i borghesi son tentati d’arrestarmi… non so quale delle due cose mi addolori di più. I borghesi sono stupidi; voi adoratori della bellezza, invece, voi che mi chiamate flemmatico e incapace d’idealità, dovreste ricordarvi che c’è un modo di essere artisti così profondo, dall’inizio e per destino, da non trovare ambizione più dolce e più delicata di quella per le delizie della mediocrità.
Ammiro coloro che, fieri e impassibili, spregiando l'”uomo” si avventurano sul sentiero della bellezza grande e demoniaca… ma non li invidio. In quanto se c’è un che, in grado di fare d’un letterato uno scrittore, quello è il mio amore borghese verso le cose umane, viventi e mediocri. Tutto il calore, tutta la bontà, tutto il brio vengono da quell’amore, e son quasi convinto sia lo stesso di cui sta scritto che può parlare con lingua umana e angelica, senza però essere solo un bronzo sonante o un tintinnante campanello.
Quanto io ho fatto non è nulla, non molto, quasi niente. Farò qualcosa di meglio, Lisaveta… è una promessa. Mentre scrivo il mormorio del mare arriva fin qui da me, e io chiudo gli occhi. E vedo un mondo non ancora nato, allo stato di abbozzo, che vuole essere ordinato e assumere forma, vedo brulicare ombre di figure umane, che fanno cenni a me perché le esorcizzi e le redima: alcune tragiche, alcune ridicole e certe che sono l’uno e l’altro allo stesso tempo… e a queste sono molto affezionato. Ma il mio amore più profondo e più segreto è per i biondi, per quelli dagli occhi azzurri, per i felici puri, per i fortunati, per gli amabili e gli ordinari.
Non biasimi questo amore, Lisaveta; è buono e fecondo. Di desiderio è fatto, e d’invidia malinconica e d’un certo sprezzo e d’una grande, casta, beatitudine .

lunedì 7 novembre 2016

Montale, Piccolo testamento



Fine millennio  è il tema del concerto che chiuderà la serie dedicata all'Orologio del Novecento. L'appuntamento è alle ore 19 di giovedì 10 novembre in via del Carmine 14. 
Pierre Boulez è uno dei massimi rappresentanti in musica del secondo Novecento. Figlio della guerra, rivoluziona completamente il linguaggio musicale per arrivare ad uno stile compositivo acuto e sofisticato. Il piemontese Alberto Colla è tra i più interessanti compositori di oggi, con una visione rigorosa e complessa sul piano strutturale quanto fluida ed immaginifica. Il violino solo chiude questo ciclo d’ascolto al Polo del ‘900. Marc Daniel van Biemen, primo violino della prestigiosa Royal Concertgebouw Orchester di Amsterdam ci proporrà di Boulez l’Anthemes n.1 e di Colla le Rapsodie piemontesi. Il Piccolo testamento di Montale figura tra i testi che saranno richiamati quela sera.  

Questa poesia, composta nel 1953, occupa (con Il sogno del prigioniero del 1954) l’ultima sezione de La Bufera e altro (1956), sintomaticamente intitolata Conclusioni provvisorie. Il testo riassume alcune delle costanti della raccolta montaliana: la crisi e la sfiducia nella Storia, che nel periodo recente ha solo causato dolori e lutti all’umanità, che si risolve in prefigurazioni apocalittiche; la rivendicazione di una propria coerenza personale (anche a costo di solitudini e sofferenze) e soprattutto l'esplicitazione della funzione indispensabile della poesia; l’appello ad una figura femminile salvifica, e ai piccoli simboli della memoria che combattono strenuamente contro l’oblio e la fine di tutto.
Metro: versi liberi.
  1. Questo che a notte balugina
  2. nella calotta del mio pensiero,
  3. traccia madreperlacea di lumaca
  4. o smeriglio di vetro calpestato 1,
  5. non è lume di chiesa o d'officina 2
  6. che alimenti
  7. chierico rosso, o nero 3.
  8. Solo quest'iride posso
  9. lasciarti a testimonianza
  10. d'una fede che fu combattuta,
  11. d'una speranza che bruciò più lenta
  12. di un duro ceppo nel focolare 4.
  13. Conservane la cipria nello specchietto 5
  14. quando spenta ogni lampada
  15. la sardana 6 si farà infernale
  16. e un ombroso Lucifero scenderà su una prora
  17. del Tamigi, dell'Hudson, della Senna
  18. scuotendo l'ali di bitume semi-
  19. mozze dalla fatica, a dirti: è l'ora.
  20. Non è un'eredità, un portafortuna
  21. che può reggere all'urto dei monsoni
  22. sul fil di ragno della memoria 7,
  23. ma una storia non dura che nella cenere
  24. e persistenza è solo l'estinzione.
  25. Giusto era il segno 8: chi l'ha ravvisato
  26. non può fallire nel ritrovarti.
  27. Ognuno riconosce i suoi: l'orgoglio
  28. non era fuga, l'umiltà non era
  29. vile, il tenue bagliore strofinato
  30. laggiù non era quello di un fiammifero 9.
     


http://www.oilproject.org/lezione/piccolo-testamento-
testo-parafrasi-eugenio-montale-bufera-3427.html

domenica 6 novembre 2016

Tina e Maria Elena


Angelo d'Orsi 
Facebook,  342 mi piace, 152 condivisioni

Se ne va anche Tina Anselmi, con dignità, come aveva vissuto i suoi 89 anni. Una partigiana, una combattente, una politica che aveva principi morali, un'amministratrice che ha saputo fare il suo lavoro (a lei, più di chiunque altro, dobbiamo il Servizio Sanitario Nazionale, tra l'altro), una sindacalista, la prima donna ad essere ministro nella storia italiana. Sempre dalla parte giusta, anche quando scelse linee moderate di pensiero e di azione, da cattolica e da democristiana, sapendo sempre ascoltare e imparare dagli altri, in particolare dai comunisti. Importantissimo il ruolo svolto come presidente della Commissione di inchiesta sulla loggia segreta P2: da autentica democratica era nemica dei poteri occulti, convinta che la democrazia si fondasse sulla visibilità degli atti del potere. Fa rabbrividire (o sorridere amaramente?) il commento della ministra Maria Elena Boschi, che afferma di aver intrapreso la carriera politica prendendo esempio da questa donna, che può essere considerata una della grandi madri della Repubblica, dunque della Costituzione, quella che la signora Boschi vorrebbe ridurre in macerie.

http://temi.repubblica.it/micromega-online/tina-e-maria-elena-le-due-italie-al-femminile/


Guido Vitiello
L'onorevole Tina e Boschi la malafemmina. Il neorealismo non passa mai
Il Foglio, 5 novembre 2016

... Facciamo un esperimento in un corpo vile, molto vile. Ecco un estratto dall'articolo: "Tina e Maria Elena. Le due Italie al femminile", 2 novembre 2016, scritto dallo storico Angelo D'Orsi per il sito di Micromega (sono poche righe, ma abbiamo a che fare con una miscela di acidi, dunque massima precauzione, occhiali protettivi e guanti monouso): "E' difficile immaginare due icone contrapposte come queste due donne in politica (due cattoliche): apparenza contro sostanza, imparaticcio contro cultura, bell'aspetto contro aspetto dimesso, chiacchiera contro rigore, selfie contro discrezione, talk show contro dibattito parlamentare, slogan contro ragionamenti, il 'nuovo' che sa di stantio e il 'vecchio' che sa di durevole". Se con una colonna di distillazione separiamo le sostanze tossiche presenti nella miscela, liberandoci pure dalle più volatili (la chiama pure "belloccia" e donna-immagine del capo), l'allergia a tutto quel che sa di comunicazione e di pubblicità* - sempre lì ritorniamo. L'onorevole Tina, ex partigiana, come sintesi fra l'onorevole Angelina e la popolana Pina di "Roma città aperta". Alla diva Boschi - la malafemmena - si contrappone il corpo delle nonne, struccate e senza vezzi. Così Corrado Stajano, recensendo mesi fa sul Corriere un libro sulle "Donne della Repubblica" - dove c'erano, tra gli altri - ritratti della Anselmi e della Magnani - accostava malinconicamente "Tina Anselmi e le ministrine di oggi, insipide ma arroganti, attente, sembra, soprattutto al colore del loro tailleur". Non ci sono più le donne in bianco e nero di una volta. E noi non ci libereremo mai del neorealismo. Nulla si crea, nulla si distrugge, nulla si trasforma.

(*) Per la verità d'Orsi una concessione alla civiltà dell'immagine l'ha fatta: ha impostato tutto il confronto facendo riferimento a due "icone", non a due persone. (Giovanni Carpinelli)

venerdì 4 novembre 2016

René Girard


Luca Mastrantonio
Addio René Girard. grande antropologo (il triangolo sì, lui l’aveva considerato)
Corriere della Sera, 5 novembre 2015

Chi crede nella religione del romanzo, e del desiderio che nasce dall’incontro scontro con l’altro, da questa notte è un po’ più solo. Se ne è andato alla veneranda età di 91 anni l’”immortale” dell’Accademia di Francia René Girard, morto dopo una lunga malattia nella notte del 4 novembre 2015. Ne dà notizia sul suo sito l’università americana di Stanford, dove l’antropologo insegnava da 30 anni, venerato da studenti e colleghi, per i quali era inconfondibile quel volto leonino con i capelli bianchi e uno sguardo infossato che restava dolce sotto le ciglia folte corvine.
Dalla Francia agli Usa
Girard, nato ad Avignone, nel 1923,  ha rappresentato una figura davverso singolare di intellettuale francese in America, dove aveva diffuso la “peste” dello strutturalismo e, soprattutto, ideato una teoria, quella del “desiderio mimetico”, che ha rivoluzionato non solo la critica letteraria, ma l’antropologia, anticipando anche l’intuizione di successive scoperte scientifiche, come quella dei “neuroni a specchio”, degli italiani Vittorio Gallese, Giacomo Rizzolatti e di Andrew Meltzoff, che sono alla base del processo psicologico e sociale dell’empatia.
Il desiderio mimetico
La teoria del “desiderio mimetico”, che compare nel libro Menzogna romantica e verità romanzesca, pubblicato nel 1961 (Bompiani), rivela quello che, a posteriori, tutti ammettiamo di aver sperimentato, ma che Girard intuì dalla lettura di Proust, Dante, Dostoevskij, Shakespeare e altri grandi della letteratura: il desiderio non è un rapporto a due, tra il soggetto nella sua individualità compiuta e l’oggetto nella sua unicità seducente, bensì un rapporto a tre, un triangolo formato dal soggetto, dal modello e dall’oggetto. Il modello è il mediatore, che può essere un genitore, un professore, un mito personale, qualcuno che vogliamo imitare, qualcuno che possiede qualcosa che noi desideriamo perché ci sembra più completo di noi.
Verità romanzesca e menzogna romantica
Questa dinamica svela la finzione, la menzogna apunto del titolo, del romanticismo e, più in generale, della modernità che vedeva il soggetto come un individuo libero, assoluto. Qui appare hegelianamente schiavo del suo desiderio che non è neanche suo, ma derivato. La verità romanzesca è quella dei grandi narratori che svelano la realtà del desiderio. Il mediatore può essere anche non reale, un modello di finzione, letterario, come Paolo e Francesca che si innamorano leggendo il romanzo di Lancillotto.
Sacra violenza
Il mediatore può essere anche un rivale, e da questo punto si sviluppa la seconda teoria di Girard, derivata da Freud dal quale si allontana, così come da Lévi-Strauss: quella del capro espiatorio come violenza sacralizzata che tiene la violenza esterna fuori dalla comunità, o disinnesca quella interna: comunque una violenza nata in risposta al desiderio provocato dal confronto con l’altro. Su questo si incentrano Il capro espiatorio (1967) La violenza e il sacro (1972). Il sacrificio è tipico delle civiltà antiche, arcaiche, come esorcismo della violenza: si uccide qualcuno di debole, remissivo, in un atto reso sacro però, per esorcizzare la violenza che ognuno vorrebbe portare agli altri. Così si placano i conflitti tra le persone e si fonda o rafforza il vincolo sociale. Il sacro è pura coesione.
Imitare il sacrificio
Il cristianesimo, che Girard abbraccia con fervore assieme a tutta la sua famiglia, permette di superare questa violenza perché manda in cortocircuito il meccanismo del capro espiatorio (in un certo senso svela la “menzogna” della violenza attraverso il racconto di Cristo e l’invito a imitarlo). Cristo si offre per volontà del padre come vittima benché manifestatamente innocente: Dio che non chiede il sacrificio di Isacco, figlio di Abramo, ma offre il suo, di figlio, come sacrificio, svelando la finzione: si sacrifica un innocente. Si tratta di un mimetismo inverso e salvifico, perché non più condannato alla rivalità per ottenere il riconoscimento degli altri, e di noi stessi attraverso gli altri, ma per il superamento del conflitto. Imitando Cristo.
Cristiano d’avanguardia

“La gente – diceva Girard – è contro la mia teoria perché è allo stesso tempo d’avanguardia e una teoria cristiana,” dice. ”Quelli d’avanguardia sono anti-cristiani e molti cristiani sono anti-avanguardia. Anche i cristiani sono stati molto diffidenti nei miei confronti.” Molte di queste contraddizioni esplodono con l’ultimo libro, Achever Clausewitz, aveva creato un putiferio in Francia, dove venne pubblicato nel 2007 (in Italia è uscito da Adelphi col titolo Portando Clausewitz all’estremo). Si tratta di un saggio che analizza i terrorismi e i fondamentalismi contemporanei partendo dal trattato ottocentesco Sulla guerra, dello stratega prussiano Von Clausewitz. Negli ultimi anni, convinto che Islam e Occidente potessero uscire dalla violenta spirale di rivalità mimetica, Girard era diventato meno apocalittico. Rispetto a quando aveva sostenuto che “la storia è un test per l’umanità. E l’umanità sta fallendo quel test”.

 http://www.giornalecritico.it/risorse/biblioteca/Girard_01.pdf

giovedì 3 novembre 2016

L'euforia perpetua





Pascal Bruckner 
L’euforia perpetua. Il dovere di essere felici
Garzanti, Milano 2001

Una nuova droga ha invaso le società occidentali: il culto della felicità. Siate felici! E’ un ordine cui è impossibile sottrarsi, poiché vuole il nostro bene. Ma come possiamo sapere di essere davvero felici? E come rispondere a chi ammette: non ce la faccio? Dobbiamo affidarlo alle terapie del benessere? Secondo Bruckner “il dovere di essere felici” è l’ideologia dominante di questi anni, quella che ci impone il godimento a tutti i costi e che ci spinge a valutare ogni cosa in base a piacere e dispiacere. E’ un’ideologia euforica, che rifiuta la sofferenza e il disagio. E tuttavia il dolore risorge là dove non lo attendiamo. Ecco così il paradosso di una società che si vota all’edonismo, ma dove ogni cosa diventa irritazione e supplizio.

Christian Makarian
Y a-t-il du Pascal dans Bruckner?
l’Express, 9 marzo 2000 

Avoir eu 20 ans en Mai 68 n’est pas forcément un cadeau. Au tournant du siècle, la génération qui pensait «jouir sans entraves» n’échappe pas au bilan. Celui que dresse Pascal Bruckner dans son nouvel essai, L’Euphorie perpétuelle, est du genre sévère. Il traite directement du bonheur. «Une idée neuve», a osé dire Saint-Just, grand ami de la guillotine. Ce contre quoi Bruckner s’insurge en dénonçant la volonté de bonheur, dernière dictature de l’Occident surdéveloppé. «Par devoir de bonheur, explique-t-il, j’entends cette idéologie propre à la deuxième moitié du XXe siècle et qui pousse à tout évaluer sous l’angle du plaisir et du désagrément, cette assignation à l’euphorie qui rejette dans la honte ou le malaise tous ceux qui n’y souscrivent pas.» 

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mercoledì 2 novembre 2016

Antigone



Sofocle, nella traduzione di Ettore Romagnoli


[E’ Antigone che parla e dice:]
Non Giove a me lanciò simile bando
né la Giustizia, che dimora insieme
coi Dèmoni d’Averno, onde altre leggi
furono imposte agli uomini; e i tuoi bandi
io non credei che tanta forza avessero
da far sí che le leggi dei Celesti,
non scritte, ed incrollabili, potesse
soverchiare un mortal: ché non adesso
furon sancite, o ieri: eterne vivono
esse; e niuno conosce il dí che nacquero.
E vïolarle e renderne ragione
ai Numi, non potevo io, per timore
d’alcun superbo. Ch’io morir dovessi,
ben lo sapevo, e come no?, pur senza
l’annuncio tuo. Ma se prima del tempo
morrò, guadagno questo io lo considero:
per chi vive, com’io vivo, fra tante
pene, un guadagno non sarà la morte?
Per me, dunque, affrontar tale destino,
doglia è da nulla. Ma se l’uomo nato
dalla mia madre abbandonato avessi,
salma insepolta, allor sí, mi sarei
accorata: del resto non m’accoro.
Tu dirai che da folle io mi comporto;
ma forse di follia m’accusa un folle.

Edoardo Rialti, Riecco Antigone, Il Foglio, 2-3 aprile 2016
… Molte figure dell’immaginario hanno continuato a ispirare le generazioni, basti pensare a Prometeo, Ulisse, Faust, Amleto, Don Giovanni, Medea, ma solo dell’Antigone si contano oltre cento opere diverse, da Alfieri a Liliana Cavani.
… E’ lei a custodire e ad esprimere, nel suo scontro con Creonte (che racchiude le opposizioni uomo-donna, società-individuo, vecchiaia-giovinezza, vivi-morti, umanità-divinità) un tesoro che dobbiamo tenerci ben stretto, come notava Steiner: “Se di tutta la letteratura ci rimanesse solo questa tragedia, anzi solo questa scena centrale, i lineamenti fondamentali della nostra identità e della nostra storia, certamente per quanto riguarda l’Occidente, sarebbero ancora visibili. E dal momento che nessuna di queste cinque antinomie elementari è, come ho detto, negoziabile […], l’incontro di Antigone con Creonte non solo rimane inesauribile in sé, cioè nella sua formulazione sofoclea, ma continua a produrre varianti anche ai nostri giorni”.
L’oikos e le leggi non scritte hanno ancora qualcosa da dire a questa nostra Polis.

http://machiave.blogspot.it/2015/02/tania-schucht-il-rapporto-affettivo-con.html

martedì 1 novembre 2016

Tina Anselmi resta nei nostri cuori

 
Tina Anselmi con Zaccagnini
 
E' morta la scorsa notte, nella sua casa di Castelfranco Veneto, Tina Anselmi. Fu la prima donna
ad aver ricoperto la carica di ministra della Repubblica, nominata nel luglio del 1976 titolare del dicastero del Lavoro e della Previdenza sociale in un governo presieduto da Giulio Andreotti. Anselmi, eletta più volte parlamentare della Democrazia Cristiana, aveva 89 anni.

Tina Anselmi nasce da una famiglia cattolica: il padre era un aiuto farmacista di idee socialiste e fu per questo perseguitato dai fascisti, la madre era casalinga e gestiva un'osteria assieme alla nonna. Frequenta il ginnasio nella città natale, quindi l'istituto magistrale a Bassano del Grappa. È qui che, il 26 settembre 1944, i nazifascisti costringono lei e altri studenti ad assistere all'impiccagione di 31 prigionieri per rappresaglia: decide così di prender parte attivamente alla Resistenza.

Con il nome di battaglia di "Gabriella" diventa staffetta della brigata Cesare Battisti al comando di Gino Sartor, quindi passa al Comando regionale veneto del Corpo volontari della libertà. Intanto, nel dicembre dello stesso 1944, s'iscrive alla Democrazia Cristiana e partecipa attivamente alla vita del partito.

Dopo la guerra si laurea in Lettere all'università Cattolica di Milano e diviene insegnante elementare. Nello stesso periodo è impegnata nell'attività sindacale in seno alla Cgil e poi, dalla sua fondazione nel 1950, alla Cisl: è dirigente del sindacato dei tessili dal 1945 al 1948 e del sindacato degli insegnanti elementari dal 1948 al 1955.

Dal 1958 al 1964 è incaricata nazionale dei giovani nella Dc. Nel 1963 è eletta componente del comitato direttivo dell'Unione europea femminile, di cui diventa vicepresidente nello stesso anno. Nel 1959 entra nel consiglio nazionale dello Scudo Crociato, ed è deputata dal 1968 al 1992, eletta sempre nella circoscrizione Venezia-Treviso: nel corso del suo lungo mandato parlamentare ha fatto parte delle commissioni Lavoro e previdenza sociale, Igiene e sanità, Affari sociali. Si occupa molto dei problemi della famiglia e della donna: si deve a lei la legge sulle pari opportunità.

Per tre volte sottosegretaria al ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale, dal 29 luglio 1976 è ministra del Lavoro e della previdenza nel governo Andreotti III: un fatto storico, perché l'Anselmi diventa la prima donna ministra in Italia. Dopo quest'esperienza è anche ministro della Sanità nei governi Andreotti IV e V, diventando tra i principali autori della riforma che introdusse il Servizio Sanitario Nazionale.

Nel 1981, nel corso della VIII legislatura, è nominata presidente della Commissione d'inchiesta sulla loggia massonica P2, che termina i lavori nel 1985. Negli anni il suo nome è circolato più volte per la presidenza della Repubblica: nel 1992 fu il settimanale Cuore a sostenerne la candidatura e il gruppo parlamentare La Rete a votarla, mentre nel 2006 un gruppo di blogger l'ha sostenuta attraverso una campagna mediatica che prendeva le mosse dal blog "Tina Anselmi al Quirinale".