lunedì 18 settembre 2017

Fake news e calunnia




Victor Serge, Memorie di un rivoluzionario

C’è un punto di Mein Kampf, una ventina di righe di un cinismo perfetto, sulla utilità della calunnia impiegata vigorosamente. I nuovi metodi totalitari di dominio sullo spirito delle masse riprendono i procedimenti della grande pubblicità commerciale aggiungendovi, su un fondo di irrazionalismo, una violenza forsennata. La sfida alla intelligenza umilia quest’ultima e ne prefigura la disfatta. L’affermazione enorme e inattesa sorprende l’uomo medio, il quale non concepisce che si possa mentire in quel modo. La brutalità lo intimidisce e riscatta in certo qual modo l’impostura; l’uomo medio, mentre vacilla sotto il colpo, ha la tentazione di dirsi che dopotutto quella frenesia deve avere una giustificazione superiore, che oltrepassa la sua comprensione. Il buon successo di simili tecniche è evidentemente possibile soltanto in epoche torbide, e a condizione che le minoranze coraggiose, che incarnano il senso critico, siano bene imbavagliate o ridotte all’impotenza dalla ragione di stato e dalla mancanza di risorse materiali.
—————————————————-
Cesare Sterbini / Beaumarchais, L’aria di don Basilio nel Barbiere di Siviglia, atto primo
La calunnia e’ un venticello,
un’auretta assai gentile
che insensibile, sottile,
leggermente, dolcemente
incomincia a sussurrar.

http://www.aria-database.com/libretti/barber06_calunnia.txt
————————————————
Calunniate, calunniate, qualcosa resterà
C’est la devise que l’on est convenu d’attribuer à Bazile, bien qu’elle ne se trouve pas formulée dans sa fameuse tirade sur la calomnie dans le Barbier de Séville (acte II, scène VIII) de Beaumarchais, pièce représentée pour la première fois le 23 février 1775.
Ce dicton était cependant déjà populaire au commencement du XVIIe siècle. Francis Bacon (1561-1626), dans son traité De la dignité et de l’accroissement des sciences (1623), livre VIII, chapitre II, à la suite d’une étude sur les paraboles de Salomon, passe en revue quelques proverbes et s’exprime ainsi :
« Comme on dit ordinairement : Va ! calomnie hardiment, il en reste toujours quelque chose (audacter calumniare, semper aliquid haeret) ; on peut dire aussi par rapport à la jactance : Crois-moi, vante-toi hardiment, il en reste toujours quelque chose. » (Traduction du Panthéon littéraire)

http://www.france-pittoresque.org/article-calomniez-calomniez-il-en-restera-toujours-quelque-chose-100171843.html

domenica 17 settembre 2017

Marx il primitivo




Dino Messina, Marx il "primitivo": un fondamentale libro di Ettore Cinnella, Corriere della Sera, 2 agosto 2014

“A grandi linee – scriveva Karl Marx nel 1859 -, i modi di produzione asiatico, antico, feudale e moderno possono essere designati come epoche progressive della formazione economica della società”. Secondo la concezione della storia enunciata dal filosofo di Treviri (1818-1883) nelle opere della maturità, “Per la critica dell’economia politica” (1859) e i “Grundisse” (1857-1858), manoscritti rimasti inediti per quasi un secolo, il modo di produzione borghese era una tappa necessaria del processo economico, la sola da cui avrebbe potuto scaturire la rivoluzione proletaria. Una concezione deterministica (ed eurocentrica) che tuttavia non fu del tardo Marx, come per primi notarono in Italia Bruno Bongiovanni e in Gran Bretagna Teodor Shanin e ora Ettore Cinnella, uno dei maggiori studiosi della cultura e della storia russe nel saggio “L’altro Marx”, appena edito da Della Porta (pagine 181, euro 15).
Scopo del libro di Cinnella è dimostrare, attraverso una serie di carteggi con gli amici e corrispondenti russi, come l’autore del “Capitale” nell’ultimo decennio di vita abbandonò il suo determinismo per arrivare a una rivalutazione delle forme economiche cosiddette primitive. Al centro della questione ci sono il ruolo della comune agricola russa (l’obscina) e i rapporti con il movimento populista. L’autore racconta il complesso rapporto di Marx (e Engels) con i corrispondenti russi: da una iniziale diffidenza se non una vera e propria ostilità verso il mondo slavo, il filosofo tedesco maturò prima un graduale interesse all’approfondimento dello studio del modo di produzione nell’impero zarista, al punto da imparare in tarda età il russo, poi un radicale cambiamento.
Cruciali in questa evoluzione intellettuale sono tre nomi: Nikolaj Francevic Daniel’son, “colto e serio economista, noto soprattutto per la violenta polemica di Lenin contro di lui”, che si sobbarcò il peso della traduzione in russo del “Capitale” e fornì al filosofo che abitava a Londra una serie di testi sui quali egli avrebbe aggiornato le sue teorie; lo studioso Maksim Maksimovic Kovalevskij, autore del libro “La proprietà comunitaria della terra: cause, svolgimento e conseguenze della sua dissoluzione”, uscito a Mosca nel 1979 e che fu alla base della definitiva “conversione” di Marx; infine, la rivoluzionaria Vera Zasulic, responsabile di un attentato contro il governatore di Pietroburgo. Fu questa audace rivoluzionaria, uscita insperatamente assolta dal processo, a scrivere a Marx il 16 febbraio 1881 un’angosciata lettera in cui chiedeva al padre del comunismo lumi sulla “comune rurale”: “delle due l’una, o questa comune rurale, affrancata dalle smodate esazioni del fisco, dai tributi ai signori e dagli arbìtri dell’aministrazione, è capace di svilupparsi in senso socialista, vale a dire di organizzare gradualmente la produzione e la distribuzione dei prodotti su basi collettivistiche… o se è destinata a perire, al socialista in quanto tale non resta che abbandonarsi a calcoli più o meno malcerti per appurare tra quante decine d’anni la terra del contadino russo passerà dalle sue mani in quelle della borghesia…”.
La risposta di Marx fu sorprendente: “L’analisi data nel “Capitale” non offre motivi né a favore né contro; ma lo studio speciale che io vi ho dedicato, e i cui materiali sono andato cercando nella fonti originali, mi ha convinto che questa comune è il fulcro della rigenerazione sociale in Russia. Ma perché possa svolgere tale funzione, bisognerebbe dapprima eliminare le influenze deleterie che l’assalgono da ogni parte e, poi, garantirle le condizioni normali d’uno sviluppo spontaneo”.
A questo punto la vicenda della corrispondenza tra l’anziano filosofo e la rivoluzionaria russa storia si tinge di giallo. La lettera di Marx fu ricopiata e spedita a Georgij Valentinovic Plechanov, che aveva preso le distanze dal movimento rivoluzionario populista in nome del marxismo. Ma il padre del marxismo russo cominciò la sua carriera occultando la lettera di Marx. Le prime notizie dell’importante documento si ebbero a partire dal 1911 quando alcuni abbozzi della lettera a Vera Zasulic furono trovati tra le carte lasciate dal filosofo tedesco al genero Paul Lafargue.
Il cambio di prospettiva dell’ultimo Marx, osserva Cinnella, non riguardano soltanto l’obscina, ma tutto le comunità precapitalistiche. Il filosofo aveva letto, grazie a Kovalevskij, l’”Ancient Society” dell’antropologo Lewis Henry Morgan e si era convinto che forme vitali di economia erano state distrutte non solo da fattori economici ma soprattutto da brutali interventi politici.
A proposito delle comunità rurali russe, commenta in conclusione Ettore Cinnella, “fu lo Stato bolscevico – il quale diceva di ispirarsi a Marx – a progettare e attuare negli anni Trenta del Novecento, il furioso assalto al mondo contadino, che provocò un’ecatombe umana di proporzioni gigantesche e distrusse le basi materiali dell’economia sovietica”.

https://palomarblog.wordpress.com/2017/08/10/marx-sulla-rivoluzione-russa/
https://www.azioniparallele.it/16-ritagli/letti/175-musto-ultimomarx.html

mercoledì 13 settembre 2017

Victor Serge rivoluzionario



David Bidussa, Il sogno infranto del 1917, Il Sole 24ore, 14 gennaio 2017

Victor Serge, o meglio la memoria di Victor Serge, è la prova più bruciante della nostra ipocrisia. Chi di noi non sostiene infatti che la prova della propria fermezza stia nel «non venire a patti»? Se fosse così Victor Serge dovrebbe essere una figura essenziale nel Pantheon di immagini del Novecento. Ma non c’è.
Eppure non è vero che sia solo per questo che alla fine Victor Serge – una figura che non si può non citare come esempio di ciò che significa indisponibilità «a venire a patti» – è collocato «di lato» nella galleria degli intellettuali del Novecento. In molti, se devono pensare a un intellettuale che non si adegua, inquieto, citerebbero George Orwell, Arthur Koestler, Albert Camus o Ignazio Silone. Serge non compare in quella galleria. Perché? Certo, si dirà, non è stato facile nemmeno per loro entrare nella memoria pubblica. E tuttavia, pur con difficoltà, alla fine Orwell, Koestler, Camus e Silone sono diventati parte di un sapere condiviso. In breve, «non si può non averli letti». Per Serge non è così. Significa che non basta «non venire a patti», o forse che «non venire a patti» non è la categoria appropriata per capire come si costruisce un Pantheon e che quindi altre questioni vanno proposte.
La domanda intorno alla «questione Serge» non è mia, è di Susan Sontag (in un saggio scritto nel 2004, alla vigilia della sua morte e che forse ci resta come suo testamento),e mi sembra non solo pertinente ma anche ineludibile.
Sontag si chiede perché Victor Serge sia stato dimenticato, o comunque abbia avuto meno fortuna di altri. E prova a darsi delle risposte: Perché è un esule e dunque nessuno può rivendicarlo appieno? Perché non fu uno scrittore impegnato in modo discontinuo nella militanza, «bensì un attivista e un agitatore tutta la vita»? Perché ha scritto tantissimo e la maggior parte della sua scrittura non è letteraria? Perché nessuna letteratura nazionale può rivendicarlo?
Persino la sua morte fu triste scrive Sontag. «Trasandato, malnutrito, sempre più afflitto dall’angina – aggravata dall’altitudine di Città del Messico – una notte ebbe un infarto mentre era per strada, riuscì a fermare un taxi, e morì sul sedile posteriore. Il tassista lo depositò in un posto di polizia: ci vollero due giorni prima che la sua famiglia venisse a sapere quello che gli era successo e potesse recuperare la salma».
...
Come recita un vecchio adagio, Serge seppe «scegliersi i giusti nemici». Questo è il punto della questione, insieme a un altro, che Aldo Garosci – presentando nel 1956 la prima edizione italiana di un altro grande libro di Serge – Memorie di un rivoluzionario (La nuova Italia)- ha intuito e proposto e che poi a lungo è rimasto inevaso. La sua premessa parte dalle ultime righe de Il caso Tulaev (Fazi 2005) il romanzo uscito postumo nel 1948, per molti aspetti un vero capolavoro, insieme a Buio a Mezzogiorno di Koestler, ma appunto meno fortunato di questo. Lì, uno dei protagonisti sfoglia gli appunti di Kiril Rublev, il rivoluzionario che non ha «confessato», e che per questo è stato ucciso, in cui rivendica allo stesso tempo la propria lucidità nell’aver sfidato il mondo con la rivoluzione e di non essersi piegato, pur comprendendo la logica schiacciante del potere che lo vuole morto.
«Ci fu impossibile – scrive Rublev – adattarci alla fase della reazione, dato che eravamo al potere circondati da una leggenda veridica nata dalle nostre imprese, eravamo tanto pericolosi che è stato necessario distruggerci, non soltanto fisicamente, creando attorno ai nostri cadaveri la leggenda del tradimento». (Ivi, p. 415)
È una logica, secondo Aldo Garosci, che rende gli oppositori prigionieri di se stessi, perché si fermano sulla soglia. Limitandosi a «giocare il gioco assurdo della democrazia in un ambiente e in un clima che democratico non poteva restare; il gioco assurdo della fedeltà al partito che ogni giorno di più si rivelava come un nemico della libertà operaia». In questa logica, se il partito rimaneva l’unica ancora di salvezza, allora ne discendeva che l’analisi non poteva che fermarsi sulla soglia della categoria di «degenerazione», ovvero evitando di mettere in discussione il carattere «proletario» dell’Urss, come avviene infatti nella struttura logica e teoretica della critica di Trockij allo stalinismo. Serge, osserva Garosci, si salvò in parte proprio perché in lui «la parte dell’Occidente, la parte libertaria e liberale era assai più profondamente radicata che nei suoi compagni di lotta, e costituiva assieme un non indifferente appoggio esterno e una tavola di salvezza ideale a cui aggrapparsi». È un processo che diventa evidente negli anni dell’esilio messicano, tra 1941 e 1947, soprattutto a contatto con quel vasto mondo di esuli dell’antifascismo internazionale che non si sentono a casa né a Mosca, né in Gran Bretagna, né negli Stati Uniti e che prima di tutto sono alla ricerca appassionata di un ordine da dare alle loro molte sconfitte.
Quel processo inizia nel 1933, alla vigilia del suo secondo arresto in Unione Sovietica, quando in una lettera agli amici francesi scrive: «Nel momento attuale ci troviamo sempre di più di fronte a uno Stato totalitario, castocratico, assoluto, ubriacato dalla sua potenza, per il quale l’uomo non conta. Questa macchina formidabile si fonda su una duplice base: una “pubblica sicurezza” onnipotente che ha ripreso le tradizioni delle cancellerie segrete del diciottesimo secolo e un “ordine”, nel senso clericale del termine, burocratico di esecutori privilegiati».
Quella lettera è il testo che indica il primo momento da cui si origina la traiettoria che lo porta verso la sua riflessione antitotalitaria. Quel processo ha il suo primo punto di bilancio con Da Lenin a Stalin, che esce per la prima volta nel 1937 e che segna un prima e un dopo.

domenica 27 agosto 2017

Aliénor



ELEONORA D'AQUITANIA

Eliana Di Caro, Donne ribelli in cerca di libertà, Il Sole24ore, 20 luglio 2017


C'erano quelle che fuggivano nei monasteri, per sottrarsi all’oppressione e alla violenza di mariti che non sarebbero mai cambiati; e c’erano coloro che fuggivano dai monasteri, desiderose di conoscere una vita diversa da quella che avevano deciso per loro i genitori, recludendole tra quattro mura in un’atmosfera di tetra solitudine. C’erano le donne il cui tentativo andava a buon fine e quelle che venivano prese e ricondotte a un’esistenza infelice.
Leggendo l’accurato Donne in fuga (il Mulino) di Maria Serena Mazzi, ordinaria di Storia medievale, si partecipa alle traversie di queste coraggiose ribelli, di cui ci è giunta notizia attraverso atti giudiziari, documenti e resoconti redatti naturalmente da uomini, in un’epoca in cui all’altra metà del cielo non è concesso di studiare.
... È in questo panorama che si distinguono diverse figure, descritte nel libro. Due, per chi scrive, esemplari. La prima, Eleonora d’Aquitania. Cresciuta alla corte del nonno Guglielmo IX, alla morte dei suoi cari nel 1137 si ritrova ricca e potente, nella contea di Poitou e Guascogna. Sposa Luigi VII di Francia: lei ha 13 anni, lui 16. Ma in 15 anni di matrimonio, arrivano solo due femmine e la successione al trono non è garantita. La “colpa”, inutile dirlo, ricade su Eleonora. Nel 1152 viene sciolto il vincolo matrimoniale e lei, a quel punto preda non da poco, sventa ben due rapimenti e si lega a Enrico, duca di Normandia e futuro re di Inghilterra, cui dà - udite udite- cinque maschi e tre femmine. Di fronte al tradimento reiterato del consorte, Eleonora non abbassa la testa e se ne va, nonostante la Chiesa tuoni contro di lei per l’abbandono del tetto familiare. Una figura orgogliosa e indipendente come poche.
Il secondo esempio è quello di una donna di cui non ci è giunto neanche il nome, si sa solo che vive con il marito nel vicariato di Anghiari (Arezzo), nel 1416, ma la sua storia è indicativa del destino cui andavano incontro coloro che nascevano in contesti umili. Dai documenti emerge che l’uomo ha una giovane amante con cui intende trascorrere il resto dei suoi anni, e per farlo senza scatenare l’ira della comunità pensa bene di indurre la moglie a lasciarlo rendendole la vita un inferno: botte, umiliazioni, insulti. Ma i pettegolezzi (o la delazione) di un vicino gli intralciano i piani: il vicario condanna il fedifrago e anche - incredibilmente - la moglie per complicità nell’accaduto. Ma lei, nel frattempo, sfinita dalle angherie del marito, era già fuggita!
...

venerdì 25 agosto 2017

L'inizio, tra vecchio e nuovo




G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello spirito, Prefazione (1807) 

Del resto non è difficile a vedersi come la nostra età sia un’età di gestazione e di trapasso; lo spirito ha rotto i ponti con il mondo ultimo del suo essere e della sua immagine; esso sta per inghiottire il suo essere e la sua immagine nel passato e si condensa nel travaglio della sua concezione. Invero lo spirito non si trova mai in pace, preso com’è in un concepimento sempre progressivo. Ma a quel modo che nella creatura, dopo lungo placido nutrimento, il primo respiro – in un salto qualitativo – spezza la continuità di un progresso solo quantitativo, ed è allora che il bambino è nato; così lo spirito che si coltiva matura lento e silenzioso fino a produrre la sua nuova figura, dissolve pezzo per pezzo l’edificio del suo mondo precedente. Il suo squilibrio è denunciato da alcuni sporadici sintomi.  La noncuranza e la noia che invadono ciò che ancora sussiste, il vago presentimento di un ignoto sono segni premonitori di qualcos'altro che si prepara. Questo lento sgretolamento che finora non alterava la fisionomia del Tutto, viene interrotto dal sorgere del sole che, come in un lampo, fa apparire di colpo l'edificio del nuovo mondo. 
Solo che questo nuovo mondo, come il bambino appena nato, non ha ancora una realtà compiuta, ed è essenziale non trascurare questo punto. Il primo sorgere è anzitutto la sua immediatezza e il suo concetto. E, come un edificio è così poco compiuto quando sono gettate le sue fondamenta, allo stesso modo il concetto del Tutto alla sua prima comparsa è il Tutto medesimo. 

Es ist übrigens nicht schwer, zu sehen, daß unsre Zeit eine Zeit der Geburt und des Übergangs zu einer neuen Periode ist. Der Geist hat mit der bisherigen Welt seines Daseins und Vorstellens gebrochen und steht im Begriffe, es in die Vergangenheit hinab zu versenken, und in der Arbeit seiner Umgestaltung. Zwar ist er nie in Ruhe, sondern in immer fortschreitender Bewegung begriffen. Aber wie beim Kinde nach langer stiller Ernährung der erste Atemzug jene Allmählichkeit des nur vermehrenden Fortgangs abbricht – ein qualitativer Sprung – und itzt das Kind geboren ist, so reift der sich bildende Geist langsam und stille der neuen Gestalt entgegen, löst ein Teilchen des Baues seiner vorgehenden Welt nach dem andern auf, ihr Wanken wird nur durch einzelne Symptome angedeutet; der Leichtsinn wie die Langeweile, die im Bestehenden einreißen, die unbestimmte Ahnung eines Unbekannten sind Vorboten, daß etwas anderes im Anzuge ist. Dies allmähliche Zerbröckeln, das die Physiognomie des Ganzen nicht veränderte, wird durch den Aufgang unterbrochen, der, ein Blitz, in einem Male das Gebilde der neuen Welt hinstellt. 
Allein eine vollkommne Wirklichkeit hat dies Neue sowenig als das eben geborne Kind; und dies ist wesentlich nicht außer acht zu lassen. Das erste Auftreten ist erst seine Unmittelbarkeit oder sein Begriff. Sowenig ein Gebäude fertig ist, wenn sein Grund gelegt worden, sowenig ist der erreichte Begriff des Ganzen das Ganze selbst.

mercoledì 23 agosto 2017

Croce a Casamicciola, 1883


Memorie della mia vita

Nelle "Memorie della mia vita. Appunti che sono stati adoprati sostituiti dal Contributo alla critica di me stesso", alla data del 10 aprile 1902, Benedetto Croce scrive: "Nel luglio 1883 mi trovavo da pochi giorni, con mio padre, mia madre e mia sorella Maria, a Casamicciola, in una pensione chiamata Villa Verde nell'alto della città, quando la sera del 29 accadde il terribile tremoto. Ricordo che si era finito di pranzare, e stavamo raccolti tutti in una stanza che dava sulla terrazza: mio padre scriveva una lettera, io leggevo di fronte a lui, mia madre e mia sorella discorrevano in un angolo l'una accanto all'altra, quando un rombo si udì cupo e prolungato, e nell'attimo stesso l'edifizio si sgretolò su di noi. Vidi in un baleno mio padre levarsi in piedi e mia sorella gettarsi nelle braccia di mia madre; io istintivamente sbalzai sulla terrazza, che mi si aprì sotto i piedi, e perdetti ogni coscienza.

Rinvenni a notte alta, e mi trovai sepolto fino al collo, e sul mio capo scintillavano le stelle, e vedevo intorno il terriccio giallo, e non riuscivo a raccapezzarmi su ciò che era accaduto, e mi pareva di sognare. Compresi dopo un poco, e restai calmo, come accade nelle grandi disgrazie. Chiamai al soccorso per me e per mio padre, di cui ascoltavo la voce poco lontano; malgrado ogni sforzo, non riuscii da me solo a districarmi. Verso la mattina, fui cavato fuori da due soldati e steso su una barella all'aperto. Mio cugino fu tra i primi a recarsi da Napoli a Casamicciola, appena giunta notizia vaga del disastro. Ed egli mi fece trasportare a Napoli in casa sua. Mio padre, mia madre e mia sorella, furono rinvenuti solo nei giorni seguenti, morti sotto le macerie: mia sorella e mia madre abbracciate. Io m'ero rotto il braccio destro nel gomito, e fratturato in più punti il femore destro; ma risentivo poco o nessuna sofferenza, anzi come una certa consolazione di avere, in quel disastro, anche io ricevuto qualche danno: provavo come un rimorso di essermi salvato solo tra i miei, e l'idea di restare storpio o altrimenti offeso mi riusciva indifferente" .

martedì 22 agosto 2017

Rastignac



Honoré de Balzac, Le Père Goriot, 1834


Rastignac, rimasto solo, fece qualche passo verso la parte alta del cimitero, e vide Parigi tortuosamente distesa lungo le due rive della Senna, ove cominciavano ad accendersi i lumi.
I suoi occhi si fissarono quasi avidamente tra la colonna della piazza Vendome e la cupola degli Invalidi, là, dove viveva quel bel mondo nel quale aveva voluto penetrare. Egli gettò su quell'alveare ronzante uno sguardo che sembrava assorbirne in anticipo il miele, e pronunciò queste parole grandiose:
- E ora, a noi due!

 
Rastignac, resté seul, fit quelques pas vers le haut du cimetière et vit Paris tortueusement couché le long des deux rives de la Seine, où commençaient à briller les lumières. Ses yeux s'attachèrent presque avidement entre la colonne de la place Vendôme et le dôme des Invalides, là où vivait ce beau monde dans lequel il avait voulu pénétrer. Il lança sur cette ruche bourdonnant un regard qui semblait par avance en pomper le miel et dit ces mots grandioses : « A nous deux maintenant !

domenica 20 agosto 2017

Il buco nero della rete




Annalena Benini, Quanti amici? Ha annunciato il suo suicidio su Facebook. Scambiare la vita vera con la terra di nessuno, Il Foglio, 18 agosto 2017

Arrivi a un punto della vita che ti chiedi se restare o no… io non resto…", il messaggio bianco su sfondo nero che un uomo di cinquantasei anni, istruttore di equitazione per disabili, in lutto per la madre appena morta e padre di due figli, aveva postato su Facebook la notte di Ferragosto. Con l’intenzione di annunciare il suo suicidio, avvenuto nelle ore successive, o sperando di farsi aiutare da quei quasi quattromila amici? Quattromila amici sono una folla, un paese di persone dentro le case, ma quattromila amici di Facebook possono non sfiorare mai la realtà. Sono nomi in fila uno dopo l’altro, sono persone con i canederli nel piatto in montagna e le foto dei gatti e dei figli e l’indignazione contro i politici o contro la maleducazione sulle spiagge, ma sono capaci, in questo immenso mare di relazioni in cui ognuno sceglie i codici, il grado di passione e di aspettative, di mettere un like, o un cuore, sotto le parole di un uomo che dice: ora mi ammazzo.

Non per cattiveria, ma per distrazione, più precisamente per questo dondolarsi dentro un mondo in cui non ha molta importanza che cosa è vero e cosa è uno scherzo, un gioco, un falso. Non è la verità, è la vita di Facebook, adatta a raccontare le vacanze e i ristoranti e ad arrabbiarsi tutti insieme per un cane abbandonato e per Matteo Salvini. Non è il rapporto fra due persone che si chiedono: come ti senti oggi? E’ tutto ingigantito, ma allo stesso tempo attutito, reso pallido, dalla sensazione di stare soli su un palco. Il pubblico in platea applaude a volte, ma forse sono solo manichini. Gli amici sono altrove. Quindi è insensato scandalizzarsi perché nessuno dei quattromila amici abbia pensato di dare l’allarme o di telefonare a quest’uomo di cinquantasei anni e dirgli: fermati, sto arrivando. Perché il massimo della personalizzazione, la domanda dello status di Facebook: a cosa stai pensando?, rende tutto impersonale ed evanescente. Sto pensando di farla finita. Forse è una battuta, forse è il preludio di un nuovo status sui risultati della partita di calcio, forse è una citazione colta e io non l’ho capita, forse è un altro proverbio cherokee, forse è niente, è solo Facebook.

Giuseppe Pellegrin è stato trovato impiccato davanti al maneggio di cui era presidente, a Galliera Veneta in provincia di Padova. E allora qualcuno degli amici di Facebook è corso a scrivere sotto quell’annuncio di poche ore prima: riposa in pace, la terra ti sia lieve, vola per questo lungo viaggio, qualche faccina che piange, qualche pollice alzato, sempre in pubblico, sempre sul palco di una recita di scarso successo. Giuseppe Pellegrin ha messo in quelle parole il senso e il valore delle cose che aveva dentro (il dolore, la stanchezza, il lutto, la speranza), ma ha creduto di lanciare quelle parole nel suo mondo, e Facebook non è il mondo di nessuno. E’ un posto che ci riguarda, che conosciamo, che a volte ci gratifica e ci tiene compagnia, ci informa e ci fa credere in una specie di notorietà, ci fa sentire vicino anche chi vicino non è, ci fa ricordare o scoprire i compleanni, ma è un attimo e vola via leggero come è arrivato, uno status dopo l’altro, un selfie in bikini, un tuffo dalla barca, guarda Gianluca Vacchi che combina, ecco qualcuno sta festeggiando una cresima, un premio, un anniversario, mettiamo un cuore a tutti, anche alla mia compagna di liceo e a Giuseppe Pellegrin che dice: io non resto. Non è cinismo, è una circonfusione di irrealtà che ci fa entusiasmare per tutto e stupirci di niente. Non è casa nostra, ma a volte dà conforto. Non è la vita vera, ma ci assomiglia così tanto.

martedì 15 agosto 2017

Paura di volare


Erica Jong, Paura di volare, Bompiani, Milano 1975. Un libro che ha lasciato un segno nella storia della sensibilità maschile.

Incipit

C’erano 117 psicanalisti sul volo della Pan American per Vienna e io ero stata in analisi da almeno sei di loro. E ne avevo sposato un settimo. Dio solo sa se dovevo ringraziare l’inettitudine degli spremicervelli in generale o la mia splendida, irriducibile resistenza all’analisi, ma sta di fatto che avevo ancora paura di volare, più di quando erano cominciate le mie avventure psicanalitiche, qualcosa come tredici anni prima.
Mio marito mi afferrò terapeuticamente la mano al momento del decollo.
“Cristo… è di ghiaccio,” disse. Eppure dovrebbe conoscere i sintomi alla perfezione, visto che m’ha tenuto la mano un mucchio di volte in circostanze analoghe. Le dita delle mani (e anche quelle dei piedi) mi diventano di ghiaccio, lo stomaco fa le capriole nella gabbia toracica, la temperatura della punta del naso scende allo stesso livello di quella delle dita, i capezzoli si drizzano sull’attenti contro la stoffa del reggiseno (in questo caso del vestito, visto che non porto reggiseno) …

Quarta di copertina

Pubblicato negli Stati Uniti nel 1973, “Paura di volare” assunse immediatamente le fattezze del caso letterario, tanto che Henry Miller lo salutò come l’equivalente femminile di “Tropico del cancro”. Il romanzo narra le vicende di Isadora Wing, una donna di quasi trent’anni che comincia a intravedere i segni inesorabili del tempo che passa e si ritrova per la prima volta a fare un bilancio della sua vita. È una donna bella, appassionata e sensuale, ma con una tremenda paura di se stessa. Paura di fuggire dalle convenzioni di una vita matrimoniale ormai in crisi, ma che la pone al riparo dalle ombre della solitudine. Sarà l’incontro con Adrian, psicanalista lainghiano e anticonformista, a scuoterla dal torpore delle sue sicurezze. Con humour, grazia e leggerezza Erica Jong ci racconta la New York radical degli anni 70 alle prese con il femminismo e la psicanalisi, mentre Isadora, pagina dopo pagina, acquista sempre più consapevolezza di se stessa insieme alla libertà di vivere lontana da ogni pregiudizio.

http://machiave.blogspot.it/2015/11/donna-felicemente-sposata.html
http://machiave.blogspot.it/2017/08/la-pittrice-e-la-regina.html
http://www.caffeeuropa.it/index.php?id=6,313

La pittrice e la regina


Che Vigée Lebrun fosse monarchica, non è un fatto che dovrebbe offrire motivo di scandalo. La bella e giovane pittrice a cui vanno le preferenze della regina sua coetanea si identifica con il mondo dei suoi quadri. Ma la sintonia di fondo non spiega tutto. C’è tutta una evoluzione nel modo di rappresentare la regina da parte della pittrice. All’inizio prevale la distanza. Maria Antonietta ha la testa incipriata con i capelli che si colorano di un grigio azzurro. Poi ci fu il quadro con la regina che, ricoperta da una stoffa leggera, teneva in mano una rosa. Era più vero, ma parve scandaloso e ne fu prodotta una versione più accettabile (vedi sotto). I pennacchi sul cappello o l’immagine della madre rappresentano il ricorso a motivi scontati nella ricerca del prestigio e della popolarità. Stupefacente invece è il ritratto dipinto a memoria del 1800. Lì compare una Maria Antonietta per nulla conforme alla sua immagine regale. Abbiamo a che fare con una donna che sembra aver riscoperto se stessa in un’altra vita, finalmente. L’acconciatura e la camicia appartengono a un tempo successivo, era quello lo stile adottato dalle grandi dame al tempo del Direttorio e poi dell’Impero. Compaiono in altri dipinti di quel tempo infatti, si pensi alla Madame Hamelin di Appiani (1798) o alla Madame de Staël, raffigurata come Corinna (1808), della stessa Vigée Lebrun.


Vigée-Lebrunviˇʃé lbrö̃´›, Élisabeth-Louise. – Pittrice (Parigi 1755 – ivi 1842). Figlia e allieva del pittore Louis Vigée (17151767), ritrattista e autore di pastelli, professore all’Accademia, ebbe proficui contatti con J.-B. Greuze e J. Vernet. Ebbe un rapido successo come ritrattista dell’alta società, grazie alla naturalezza e alla vitalità dei suoi ritratti. Divenuta ritrattista ufficiale di Maria Antonietta, grazie alla sua protezione fu accolta nell’Academie royale de peinture, presentando un dipinto di storia, La Pace riporta l’Abbondanza (Louvre). A causa dei suoi legami con la nobiltà, nel 1789 lasciò la Francia: fu in Italia, in Austria e in Russia, dove proseguì la sua attività artistica e fu accolta in diverse accademie. Tornata per breve tempo a Parigi (180205), partì poi per l’Inghilterra, i Paesi Bassi, la Svizzera. Pittrice aggiornata e alla moda, trattò con grazia e destrezza varie tipologie di ritratto nel gusto del tempo (Hubert Robert, 1788, e Autoritratto con la figlia, 1789, Louvre; M.me de Staël come Corinna, 1808, Ginevra, Musée d’art et d’histoire). (Treccani)
Elisabeth Vigée-Lebrun ritrasse Maria Antonietta una trentina di volte. Ecco alcune delle opere in questione.

 
Ritratto postumo, 1800
La dernière reine de France, très mise en valeur par son époux Louis XVI, fut également la plus représentée de toutes les souveraines. Ces tableaux ont beaucoup fait pour la légende posthume de Marie-Antoinette. Ils la représentent non pas comme la femme futile que la légende révolutionnaire s’est plu à donner d’elle, mais comme une femme majestueuse et humaine à la fois, parfaitement à sa place dans son rôle de reine et de mère, même si le portrait à la rose la montre occupée à des activités plus futiles. Cependant, de son vivant, la multiplication des portraits contribua en partie à alimenter sa grande impopularité. Elisabeth Vigée-Lebrun elle-même paya le fait d’avoir représenté la reine et dut s’exiler à travers l’Europe, où elle poursuivit sa brillante carrière de portraitiste.
Jérémie  Benoît
————————————————————————-
C'est en l'année 1779, ma chère amie, 
que j'ai fait pour la première fois le por- 
trait de la reine, alors dans tout l'éclat 
de sa jeunesse et de sa beauté. Marie- 
Antoinette était grande, admirablement 
bien faite, assez grasse sans l'être trop. 
Ses bras étaient superbes, ses mains peti- 
tes, parfaites de forme, et ses pieds char- 
mants. Elle était la femme de France qui 
marchait le mieux ; portant la tète fort 
élevée, avec une majesté qui faisait recon- 
naître la souveraine au milieu de toute sa 
Cour, sans pourtant que cette majesté nui- 
sit en rien à tout ce que son aspect avait de 
doux et de bienveillant. Enfin il est très 
difficile de donner, à qui n'a pas vu la 
Reine, une idée de tant de grâces et de 
tant de noblesse réunies. Ses traits n'étaient 
point réguliers; elle tenait de sa famille cet 
ovale long et étroit particulier à la nation 
autrichienne. Elle n'avait point de grands 
yeux; leur couleur était presque bleue; 
son regard était spirituel et doux, son nez 
fin et joli et sa bouche pas trop grande, 
quoique les lèvres fussent un peu fortes. 
Mais ce qu'il y avait de plus remarquable 
dans son visage, c'était l'éclat de son 
teint.
Je n'en ai jamais vu d'aussi brillant, et 
brillant est le mot: car sa peau était si 
transparente qu'elle ne prenait point d'om- 
bre. Aussi ne pouvais-je en rendre l'effet 
à mon gré : les couleuis me manquaient 
pour peindre cette fraîcheur, ces tons si 
fins qui n'appartenaient qu'à cette charmante 
figure et que je n'ai retrouvés chez 
aucune autre femme.
 Souvenirs de Madame Vigée-Le Brun
°°°
 
Elisabeth Vigée-Lebrun ha anche lasciato una traccia nei romanzi di Erica Jong. Ricorre in Paura di volare e in Ballata di ogni donna. Ecco un estratto dal primo romanzo:
“I was in Provence, and we were staying in a tiny town called Grillon, and it was right near the castle of Grignan. And that’s where Mme. de Sevigny’s daughter lived with her husband, and that’s where her mother came and wrote many of those famous letters. Since the first thing we did was go to the castle, I picked up a Penguin edition of the letters of Mme. De Sevigny and I read them. And they’re pretty juicy. And they’re letters by a woman of a certain age, giving advice to her married daughter and a ton of other people. She knew Voltaire. She seems to have had flirtations with all the great men of her age. She had a famous salon in Paris. She was also a bitchy mother, I think, who wanted her daughter to do absolutely everything she said. And of course her daughter wouldn’t.
And then I started reading the memoir of Elisabeth Vigée-Lebrun. Elisabeth Vigée-Lebrun was the court painter to Marie Antoinette. And when Marie Antoinette lost her head to the guillotine, somehow Elisabeth Vigée-Lebrun managed to escape to the court of Russia. I keep thinking her life would make an incredible musical comedy or movie”.
E ora veniamo al secondo:
« Eccoti di nuovo a Parigi, a dipingere alla corte napoleonica, pubblichi i tuoi Souvenirs e muori a ottantasette anni. Che vita! Se Vigée-Lebrun è riuscita a cavarsela durante la Rivoluzione francese, perché dovrei gettarmi alla cieca tra le braccia di Danny Doland?
“Caro,” dissi, “hai mai letto le memorie di Elisabeth Vigée-Lebrun?”
“Lebrun? Lebrun? E chi era costei, tesoro? [= Who was she, sugar?]
“La pittrice di corte di Maria Antonietta, e poi alla corte di Napoleone… una pittrice che visse del suo pennello e riuscì a sopravvivere in tempi molto difficili.”
“Non faceva quei ritratti femminili tanto carini?”
“Mmm,” risposi io»

sabato 29 luglio 2017

Anthony Scaramucci, il portavoce

lui

 Sai cosa farò? Eliminerò tutte le persone nel mio staff, ripartirò da zero. Io gli chiedo di non dire niente alla stampa e loro non riescono a farne a meno. Tu sei un cittadino americano, questa cosa è una catastrofe immane per l'America. Ti chiedo in quanto patriota americano di farmi capire chi è che fa trapelare queste notizie"
"È stato un collaboratore del presidente a dirtelo? Ok, allora sai che faccio? Li licenzio tutti, così non avrai protetto nessuno perché tutti dentro quell'edificio saranno licenziati entro due settimane. Ho chiesto a queste persone di non dire niente alla stampa almeno per un po', di darmi almeno un periodo tranquillo. Niente. Saranno tutti licenziati da me. Ho licenziato un tizio l'altro giorno. Ce ne sono tre o quattro che licenzierò domani. Arriverò alla persona che ha parlato con te. Reince Priebus – fai trapelare questo, se vuoi – si dimetterà molto presto".
«Reince è un cazzo di paranoico schizofrenico. “Oh, c’è anche Bill Shine”, avrà pensato. “Fammelo raccontare ai giornali così vediamo se posso fermarli e rompergli il cazzo così come ho fermato e ho rotto il cazzo a Scaramucci per sei mesi”»
«Stanno cercando di resistermi, ma non funzionerà. Non ho fatto niente di male, quindi dovranno andare a farsi fottere. Io non sono come Steve Bannon. A me non interessa farmi i pompini da solo, costruirmi un mio brand personale usando la cazzo di forza del presidente. Io sono qui per servire il paese. Priebus non ha capito che io rispondo direttamente al presidente. E ho detto al presidente: ecco quali sono le quattro o cinque cose che Priebus mi farà. Quello che voglio fare è ammazzare tutte le persone che parlano con la stampa, così da mettere l’agenda del presidente sui giusti binari. Oh, io sono appena arrivato. Farò pulizia molto presto. Perché li ho incastrati. Grazie all’FBI e al Dipartimento di Giustizia ho le impronte digitali di questi tizi su tutto quello che hanno fatto. Saranno indagati, condannati»

https://www.newyorker.com/news/ryan-lizza/anthony-scaramucci-called-me-to-unload-about-white-house-leakers-reince-priebus-and-steve-bannon

giovedì 27 luglio 2017

Una sosta nella campagna d'Italia

Claude Lorrain

Claude Lorrain
Claude Lorrain

















John Keegan, La seconda guerra mondiale, trad. di E. Peru, Carocci, Roma, 1989

Le perdite, le condizioni del terreno e la stagione invernale imposero a Natale del 1944 una sosta nella campagna d'Italia. Era stata una spaventosa serie di combattimenti, quasi fin dalle prime ottimistiche settimane dopo lo sbarco e l'avanzata nelle regioni meridionali di sedici mesi prima. Le spettacolari bellezze d'Italia, sia quelle naturali, sia quelle realizzate dall'uomo, i suoi panorami di rupi e villaggi in vetta alle montagne, di castelli in rovina e di fiumi dal corso tumultuoso, costituivano una minaccia costante per i soldati mandati alla conquista. I pittori che con i loro quadri avevano deliziato i collezionisti europei, avevano lasciato ai generali che avessero avuto un po' d'occhio una serie di moniti sulle difficoltà che avrebbe incontrato un esercito nell'attraversare i territori da loro raffigurati, in particolare un esercito moderno con molta artiglieria al seguito e veicoli su ruote e cingolati. I paesaggi di montagna e le scene di battaglia dipinti da Salvator Rosa parlavano da soli. Le vedute ingannevolmente serene delle dolci pianure e delle distanze azzurrine di Claude Lorrain erano altrettanto piene di minacce; dipinte da punti dominanti che qualunque ufficiale d'artiglieria avrebbe scelto come osservatorio, esse dimostravano al primo colpo d'occhio quanto facilmente e regolarmente i difensori in Italia potessero dominare il terreno,e quale ricchezza di ostacoli poteva offrire il paese, con i suoi fiumi, laghi, colline isolate, contrafforti montagnosi e burroni improvvisi.

Salvator Rosa













Salvator Rosa

Salvator Rosa












Salvator Rosa

sabato 22 luglio 2017

Frida Kahlo


Foto di Tina Modotti

Trotsky, Diego Rivera; Natalya Trotsky; Reba Hansen; André Breton, Frida Kahlo and Jean Van Heijenoort. Coyoacán, Mexico~Image © Laure van Heijenoort



Tina Modotti e Frida