domenica 17 settembre 2017

Marx il primitivo




Dino Messina, Marx il "primitivo": un fondamentale libro di Ettore Cinnella, Corriere della Sera, 2 agosto 2014

“A grandi linee – scriveva Karl Marx nel 1859 -, i modi di produzione asiatico, antico, feudale e moderno possono essere designati come epoche progressive della formazione economica della società”. Secondo la concezione della storia enunciata dal filosofo di Treviri (1818-1883) nelle opere della maturità, “Per la critica dell’economia politica” (1859) e i “Grundisse” (1857-1858), manoscritti rimasti inediti per quasi un secolo, il modo di produzione borghese era una tappa necessaria del processo economico, la sola da cui avrebbe potuto scaturire la rivoluzione proletaria. Una concezione deterministica (ed eurocentrica) che tuttavia non fu del tardo Marx, come per primi notarono in Italia Bruno Bongiovanni e in Gran Bretagna Teodor Shanin e ora Ettore Cinnella, uno dei maggiori studiosi della cultura e della storia russe nel saggio “L’altro Marx”, appena edito da Della Porta (pagine 181, euro 15).
Scopo del libro di Cinnella è dimostrare, attraverso una serie di carteggi con gli amici e corrispondenti russi, come l’autore del “Capitale” nell’ultimo decennio di vita abbandonò il suo determinismo per arrivare a una rivalutazione delle forme economiche cosiddette primitive. Al centro della questione ci sono il ruolo della comune agricola russa (l’obscina) e i rapporti con il movimento populista. L’autore racconta il complesso rapporto di Marx (e Engels) con i corrispondenti russi: da una iniziale diffidenza se non una vera e propria ostilità verso il mondo slavo, il filosofo tedesco maturò prima un graduale interesse all’approfondimento dello studio del modo di produzione nell’impero zarista, al punto da imparare in tarda età il russo, poi un radicale cambiamento.
Cruciali in questa evoluzione intellettuale sono tre nomi: Nikolaj Francevic Daniel’son, “colto e serio economista, noto soprattutto per la violenta polemica di Lenin contro di lui”, che si sobbarcò il peso della traduzione in russo del “Capitale” e fornì al filosofo che abitava a Londra una serie di testi sui quali egli avrebbe aggiornato le sue teorie; lo studioso Maksim Maksimovic Kovalevskij, autore del libro “La proprietà comunitaria della terra: cause, svolgimento e conseguenze della sua dissoluzione”, uscito a Mosca nel 1979 e che fu alla base della definitiva “conversione” di Marx; infine, la rivoluzionaria Vera Zasulic, responsabile di un attentato contro il governatore di Pietroburgo. Fu questa audace rivoluzionaria, uscita insperatamente assolta dal processo, a scrivere a Marx il 16 febbraio 1881 un’angosciata lettera in cui chiedeva al padre del comunismo lumi sulla “comune rurale”: “delle due l’una, o questa comune rurale, affrancata dalle smodate esazioni del fisco, dai tributi ai signori e dagli arbìtri dell’aministrazione, è capace di svilupparsi in senso socialista, vale a dire di organizzare gradualmente la produzione e la distribuzione dei prodotti su basi collettivistiche… o se è destinata a perire, al socialista in quanto tale non resta che abbandonarsi a calcoli più o meno malcerti per appurare tra quante decine d’anni la terra del contadino russo passerà dalle sue mani in quelle della borghesia…”.
La risposta di Marx fu sorprendente: “L’analisi data nel “Capitale” non offre motivi né a favore né contro; ma lo studio speciale che io vi ho dedicato, e i cui materiali sono andato cercando nella fonti originali, mi ha convinto che questa comune è il fulcro della rigenerazione sociale in Russia. Ma perché possa svolgere tale funzione, bisognerebbe dapprima eliminare le influenze deleterie che l’assalgono da ogni parte e, poi, garantirle le condizioni normali d’uno sviluppo spontaneo”.
A questo punto la vicenda della corrispondenza tra l’anziano filosofo e la rivoluzionaria russa storia si tinge di giallo. La lettera di Marx fu ricopiata e spedita a Georgij Valentinovic Plechanov, che aveva preso le distanze dal movimento rivoluzionario populista in nome del marxismo. Ma il padre del marxismo russo cominciò la sua carriera occultando la lettera di Marx. Le prime notizie dell’importante documento si ebbero a partire dal 1911 quando alcuni abbozzi della lettera a Vera Zasulic furono trovati tra le carte lasciate dal filosofo tedesco al genero Paul Lafargue.
Il cambio di prospettiva dell’ultimo Marx, osserva Cinnella, non riguardano soltanto l’obscina, ma tutto le comunità precapitalistiche. Il filosofo aveva letto, grazie a Kovalevskij, l’”Ancient Society” dell’antropologo Lewis Henry Morgan e si era convinto che forme vitali di economia erano state distrutte non solo da fattori economici ma soprattutto da brutali interventi politici.
A proposito delle comunità rurali russe, commenta in conclusione Ettore Cinnella, “fu lo Stato bolscevico – il quale diceva di ispirarsi a Marx – a progettare e attuare negli anni Trenta del Novecento, il furioso assalto al mondo contadino, che provocò un’ecatombe umana di proporzioni gigantesche e distrusse le basi materiali dell’economia sovietica”.

https://palomarblog.wordpress.com/2017/08/10/marx-sulla-rivoluzione-russa/
https://www.azioniparallele.it/16-ritagli/letti/175-musto-ultimomarx.html

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